domenica 12 giugno 2016

Da Vico a Borges passando per Londra

Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all'alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l'accaduto.
J.L. Borges, "Lo Zahir"

Sembra proprio che ultimamente a dispetto della mia conclamata pigrizia, il mio alter ego letterario continui a stimolare la fantasia del mio amico Calogero Rizzo. 
Ai lettori di questo blog avevo promesso il racconto dei risvolti pipici della mia visita a Brighton dello scorso marzo: Rino ha provveduto da par suo con questo racconto che intreccia Vico, Platone e Dunhill in un'improbabile quanto irresistibile intreccio.

Corsi e ricorsi

di Calogero Rizzo




I

Gaetano De Robertis e Alfonso Di Dio attraversavano lentamente Saint James Park, fumando, altrettanto lentamente, le rispettive pipe.
“Bello ‘sto parco” commentò a un cero punto Alfonso Di Dio, iniziando a svolgere la sua funzione di cicerone con un’elencazione minuziosissima degli animali che da lì a poco avrebbero incontrato, dicendo dell’ordine, l’armonia, il decoro che regnava intorno; tutte cose che l’indifferenza dell’altro non poteva cogliere, avvolto com’era dalla più totale apatia.
Di quando in quando annuiva De Robertis, alzando lo sguardo, nel tentativo di notare le cose segnalate dall’amico, ma tutt’al più riusciva a vedere Justyna e Simona, le rispettive consorti, che li precedevano, attorniate dai figli dell’amico, il più piccolo dei quali normalmente intento a inseguire piccioni e scoiattoli. Il pensiero corse ai gatti lasciati a casa: anche loro si sarebbero divertiti moltissimo in quella caccia, che lui bonariamente si sarebbe maggiormente goduto senza tutto lo strepito prodotto da quel ragazzino.
Durò un attimo quel pensiero, giusto il tempo di un’innocente distrazione prima di farsi riavvolgere dalle spire della più totale indifferenza.
L’entusiasmo pionieristico di Alfonso Di Dio era tutt’altro che contagioso e lo stesso cicerone se ne rese conto quando, esaurite le poche nozioni che aveva intorno a quel nuovo mondo che andava descrivendo, buttò l’occhio sul suo amico che placido continuava a fumare come se si trovasse sul divano di casa. Non aveva tutti i torti Gaetano, pensò Alfonso, alla fine si trattava di quattro alberi in mezzo a sterminati prati dove scorrazzavano animali più imborghesiti degli abitanti di quella città.
“Ricordi Vico?” chiese a bruciapelo Di Dio, tentando di fare uscire l’amico da quell’apatia.
De Robertis volse appena il capo alle sua destra con uno sguardo interrogante e perplesso: “Giambattista?”
“Giambattista, si”.
“Allora?”
“No niente, tu sai che ho lasciato la mia vecchia vita, il lavoro, la famiglia, amici e sono emigrato qua?” proseguì un po’ meno sicuro Di Dio.
“Certo che lo so, altrimenti non mi troverei qui oggi” rimandò caustico l’amico.
 “Era per dire, Gaetà, tu proprio ignori le fioriture della retorica”.
“Non è che le ignoro, è che le voglio ignorare”.
“Non a caso sei un ingegnere”.
“E tu un avvocato”.
“Vabbé, visto che conosciamo le rispettive professioni, faremo a meno di scambiarci i biglietti da visita. Comunque, tornando al punto, anzi all’inizio della questione che il punto è ancora assai lontano, intendevo dire: ti ricordi la teoria dei ricorsi storici?”
“Cazzate” commentò distrattamente Gaetano, guardando dentro il fornello della pipa, per aver conferma della totale consumazione del tabacco.
“Come cazzate? A parte il fatto che il pensiero di Vico ha anticipato quello di…” iniziò a indignarsi Alfonso.
“Senti Fofò” l’interruppe immediatamente Gaetano “l’ho studiata anch’io filosofia, non mi fare la lezione partendo da Talete, vieni al punto”.
“Se non mi fai iniziare, come ci arrivo al punto, cazzo?” protestò veramente impermalito Alfonso.
“Hai ragione” concesse Gaetano “facciamo così: dammi credito, facendo finta che io sappia le stesse cose che sai tu su Vico e quello che ne è seguito, e dimmi subito quello che pensi sui ricorsi storici; avrai fatto qualche pensata geniale, immagino, ed è meglio che la comunichi subito al mondo, che in questo momento io rappresento, prima che ti sfugga di mente”.
“No che non mi sfugge; comunque, sai che Vico sostiene che nell’uomo prima si forma il senso, poi la fantasia e da ultimo la ragione”.
“Uhm..” sospirò Gaetano De Robertis, indicando che in una certa misura si rassegnava a un preambolo, purché fosse breve.
“Dicevo” riprese Alfonso Di Dio, alzando di un’ottava il tono di voce “dicevo che questo stesso fenomeno si verifica anche ai popoli”.
“Le nazioni, dice Vico” lo corresse Gaetano, mentre l’angolo sinistro della bocca, occultato al suo interlocutore, non poté fare a meno di allungarsi in un ghigno.
“Si le nazioni, insomma, hanno un loro sviluppo che dalla barbarie le conduce alla razionalità, ma sempre col rischio che accompagna la precarietà di ogni razionalità, di smarrirsi, perdersi, pena il ritorno alla barbarie col nuovo inizio di un altro percorso”.
“Ufffff” sbuffò definitivamente scocciato Gaetano De Robertis.
“Che c’è adesso?”
“Ma come si fa? Dico io. Ma come fate tu e Vico, anzi solo Vico, ché tu ripeti a pappagallo, a dire che si possa perdere la ragione, che è una cosa precaria? Uno può uscire pazzo. Va bene, Antonio è uscito pazzo, il che è pure plausibile, conoscendolo, ma dico io, in generale, se tu hai il possesso del bene dell’intelletto e non esci pazzo, come fai a perdere l’uso delle tue capacità razionali”, sbottò Gaetano, dimenticando di lasciarsi avvolgere dall’indifferenza per il tempo necessario a fare quella tirata.
“Quindi, secondo te, non si può perdere la ragione per un certo periodo e riacquistarla?” ritentò Di Dio.
“Ma sono casi clinici o eccezioni straordinarie, come nel caso di Antonio; in generale gli uomini si dividono, e sempre si sono divisi, in due categorie: gli esseri razionali e i cretini, senza voler fare torto a nessuno, neppure a Sciascia. Ora, normalmente, i cretini vivono e muoiono da cretini e gli altri da esseri razionali: è una questione statistica”.
“Eh… sempre le scienze esatte. Tu certo, morirai, esattamente, ingegnere. Però, la verità” si accalorò Alfonso “è che non tieni conto del dato esistenziale. Vico parlando dei popoli …”
“Nazioni”.
“… parlando delle nazioni, diceva che le cause possono essere molteplici, discordie, guerre intestine, cose così...”
“Cose così…” De Robertis sottolineò la genericità dell’amico alzando gli occhi al cielo.
“Si, cose così. Ma lasciamo andare i pop... le nazioni, prendiamo a caso una specifica esistenza umana, perfettamente razionale, che venga lacerata al cuore della sua esistenza da un evento eccezionale e imprevedibile, oppure da una sofferenza invincibile, la quale per un certo periodo lo faccia regredire, lo riporti a uno stato primordiale, dal quale poi, con molta fatica, possa nuovamente uscire, per tornare a uno nuovo stato razionale. Magari, aggiungo, anche migliore, perché temprato dalla prova del dolore, come diceva Platone” concluse, quasi trionfante, Alfonso Di Dio.
“Platone?”
“Si, Platone. Non ti piace Platone?”
“Platone… come non mi piace Platone? mi piace Platone, sei tu che non piaci, quando fai così. Eppure te l’avevo chiesto poco fa: non mi partire dai greci. Niente, come il prezzemolo, li devi mettere dappertutto. Scommetto che se io iniziassi a parlarti di fisica quantistica, saresti capace di citare nuovamente Platone, vero?”
“Ma certo, è dimostrato che fu il grande precursore della visione matematica della natura…”
“Ma vaffanculo”
“Hey! Uomini che fate così indietro? Girando qui a sinistra siamo arrivati al Big Ben, forza” li redarguì da lontano Simona.
“E andiamo a vedere l’orologio più inutile della storia” disse tra i denti De Robertis, lasciando indietro l’amico e facendosi, definitivamente, avvolgere nelle spire della sua ritrovata e pacificatrice indifferenza.
Alfonso Di Dio lo seguì per qualche attimo con lo sguardo, chiedendosi perché l’amico fosse così contrariato. Avevano progettato quella venuta in Inghilterra da mesi, lo stesso Gaetano nei giorni precedenti era stato pieno di interesse per la cittadina in riva alla costa che lo ospitava, eppure adesso che si trovava a Londra sembrava aver perso interesse in ogni cosa, sembrava che ogni tappa di quella gita turistica fosse una stazione della via crucis.



II
Ogni volta che i suoi compagni gli prospettavano la nuova tappa della loro gita, Gaetano De Robertis riandava alla sua fanciullezza, quando con la famiglia, il venerdì santo seguiva la processione del paese. “Adesso da qui andremo a Trafalgar square”, ‘Mater dolorosa. Ora pro nobis’, recitò mentalmete Gaetano.
Non voleva certo guastare la gita al resto della compagnia, era stato contentissimo di quell’invito a visitare un paese a lui del tutto ignoto; aveva preparato quel viaggio con ogni cura e in ogni dettaglio. I primi giorni erano stati entusiasmanti: ettolitri di birra erano transitati dal suo bicchiere nella sua gola, il rinnovare la compagnia col vecchio amico lo aveva riportato a giorni lieti, ormai divenuti, a loro volta, anche troppo antichi.
Sapeva già della visita a Londra, tutto era stato pianificato in ogni minimo dettaglio, ma la notte precedente a quella gita per la capitale un pensiero, un obbiettivo si era insediato nella sua mente ed era rimasto l’unico, predominante pensiero. Con quel pensiero fisso, ogni deviazione, ogni tappa di quel viaggio, ogni monumento diveniva una tortura.
“Andiamo a vedere Covent Garden? Da qui è vicino, due passi”
 ‘Mater desolata…’ recitò ancora solo mentalmente Gaetano, aggiungendo ad alta voce: “Si magari dopo, adesso che siamo in zona perché non facciamo un salto in Jermyn street, magari così vediamo anche il negozio di Dunhill?”, proponendo questa volta risoluto.
“Si hai ragione, anch’io sono curioso” lo spalleggiò l’amico, aggiungendo: “però, passiamo per Piccadilly Circus, che è di strada”.
‘Mater afflicta’ e furono in Piccadilly.
Dopo un’interminabile mezz’ora in Piccadilly Circus, dove agli occhi di De Robertis, i compagni di viaggio sembravano interessati a studiare anche gli interstizi della pavimentazione, il gruppo si mosse verso la tanto agognata meta e in breve tempo fu dinanzi alla vetrina del negozio Dunhill.
Entrando come i più incalliti peccatori dell’universo nel luogo più sacro del creato, furono accolti dall’ovattata cortesia di impeccabili hostess e steward. Tutto in quell’ambiente incuteva rispetto e trasudava opulenza; non riuscivano a distogliere gli sguardi dai bottoni dorati delle giacche dei commessi, che sembravano, a loro volta, esprimere il più profondo biasimo nei confronti di chi osava anche solo pensare di accostarsi a quel luogo indossando un paio di jeans e miserabili scarpe da ginnastica.
“May I help you?” investigò la cortesia del più pronto dei commessi.
“Si, certo, vorremmo vedere le pipe” disse in un fiato De Robertis, una frase che si era preparato a pronunciare mentalmente per ore, ma tradito dall’emozione la disse nel suo idioma nativo.
“Magari, se glielo diciamo in inglese ci capiscono pure” si vendico Alfonso Di Dio che ancora pensava alla chiacchierata sui popoli, o meglio le nazioni di Vico.
S’affidarono alla competenza di Simona, la quale, come tutte le donne, puntando sulla relatività del tempo, da oltre dieci anni raccontava di quando vent’anni prima fosse vissuta a Londra; gli anni passavano ma i vent’anni erano sempre venti.
In breve, il gruppo fu intorno a un enorme ed elegantissimo tavolo, circondati da vetrine stracolme di ordinatissime pipe. Dopo una prima, generica visione delle vetrine, si trovarono di fronte al primo bivio: avevano una qualche preferenza, desiderano, forse, i signori esaminare qualche pipa in particolare?
“Lovat” esclamò secco Gaetano, che ormai da ventiquattr’ore aveva deciso di comprare quel preciso tipo di pipa in quel preciso punto dell’universo, venisse dopo anche l’Apocalisse. Da oltre un anno s’era appassionato a quello shape, tanto da farne una malattia e divenire oggetto degli sfottò degli amici, ma a lui non importava. Si era vero, lo capiva lui stesso a tratti, che la forma par excellence della pipa era la billiard, ma nulla: le sue pipe dovevano essere rigorosamente lovat realizzate dai più svariati artigiani di tutto il mondo, figurarsi se adesso che si trovava nel sancta sanctorum, poteva rinunciare ad acquistare un esemplare nuovo e inedito di quello che egli considerava l’ipostasi della pipa.
L’ineccepibilità dello steward, alla parola lovat, subì un duro colpo agli occhi dei due clienti, quando questi mostrò una certa titubanza; gli fu spiegato che la lovat era uno shape, una forma specifica di pipa e non una marca differente da quella dell’omonimo fondatore della casa che gli elargiva il suo lauto stipendio.
Incerto il giovane mostrò a De Robertis, che l’istinto gli diceva essere l’unico possibile, se non certo, acquirente del gruppo, la carta degli shape, sulla quale fulmineo s’appuntò l’indice di Gaetano a indicare con esatta precisone il disegno raffigurante l’oggetto di tutti i suoi desideri. Rinfrancati dall’equivoco, i due amici si scambiarono un complice sguardo rassicurante, come a dire: in fondo sono uomini pure loro, mentre il giovane prono sui cassetti che andava via via aprendo, riponeva scatole su scatole sul tavolo.
E incominciò ad aprirle quelle scatole, riaffermando il suo stato, se non semidivino, angelico indossando ineccepibili guanti di cotone, per evitare di macchiare le pipe con le proprie indegne terrestri, impronte digitali, tanto che i due si limitarono a osservare le pipe a una certa distanza, certi che gli fosse inibito toccarle. Furono salvati dai figli di Di Dio, gli unici che non subivano minimamente la sacralità del luogo e delle circostanze, i quali prese in mano le pipe, se le passarono tra loro per qualche minuto, prima di decidersi a stravaccarsi sul divano dell’atrio, in attesa che qualcosa avvenisse senza il loro contributo.

Dopo ore di millimetriche comparazioni delle infinite lovat presenti nel negozio, Gaetano De Robertis uscì raggiante di giubilo, dal negozio, per gettarsi nel crepuscolo londinese, felice proprietario di una billiard sabbiata col bocchino a sella, l’unica pipa che non aveva chiesto, né desiderato esaminare, nelle sue intenzioni e richieste, ma che per puro caso era stata notata, di sfuggita, in una delle tante vetrine. Sola, tra centinaia di altre pipe, quasi negletta, brillante nella sua incredibile sabbiatura, aveva sconvolto in pochi secondi le migliaia di ragionamenti che Gaetano aveva sviluppato sulla superiorità delle lovat, incrinando impercettibilmente il rigore scientifico e la certezza esistenziale della loro assoluta superiorità.



III
“Caffè?”
E caffè fu.
Imbambolato, in uno stato semi catatonico Gaetano venne condotto sottobraccio dalla compagnia al primo Starbucks nelle vicinanze. L’indifferenza di prima, votata al conseguimento del risultato, si mutò in totale indifferenza da appagamento, una forma molto più radicale, tale da ottenebrargli anche la vista.
Appagato l’istinto primario della conservazione, tramite un paio di gelati i ragazzini, qualche insalata le consorti e due caffè gli uomini, la pipa iniziò a girare di mano in mano sul minuscolo tavolo dell’enorme catena di ristorazione.
“Bella!”
“Uhm”
“Ma non volevi un lovat caro?”
“Uhm”
“A me le lovat non piacciono preferisco questa”
“Uhm uhm”
“Certo che venire a Londra e comprarsi una pipa proprio nel negozio di Dunhill non è da tutti”.
“Eeeeeeh” sottolineò, infine, l’ingegnere col più lungo dei commenti che riuscì ad articolare.
Incuriosito, Alfonso Di Dio, chino sul tavolo, sporse il viso a esaminare l’amico.
“Gaetà!”
“Uhm”
“Andiamo a Covent Garden?” chiese per esperimento Alfonso, ormai così stanco da non poter fare più neppure un passo.
“Ah!” esclamò l’amico con gli occhi sbarrati da dietro le lenti ancora bagnate da qualche sparuta goccia della pioggia londinese.
Alfonso Di Dio seppe in quell’istante che Vico s’era vendicato, la pipa avendo fatto regredire l’amico a uno stato primordiale, prerazionale; appoggiando la schiena alla sedia, con uno sguardo soddisfatto, sorrise a Gaetano inarcando le sopracciglia, come a dire ‘vedi che avevo ragione’, pensando che da quel momento iniziava il percorso che avrebbe nuovamente condotto Gaetano a un nuovo stato razionale, forse più consapevole.
“Amore, che c’è?” gli chiese premurosa l’inconsapevole Justyna appoggiando la preoccupata mano sull’avambraccio del marito.
Non ottenne risposta, solo qualche inarticolato suono di sgomento stupore da parte del marito che, imbambolato, non riusciva a pensare altro che la pipa appena comprata, compendio ormai per la sua mente dell’intero universo.