lunedì 22 febbraio 2016

Stelle danzanti

Se vi chiedessero qual è il più celebre pianista polacco di tutti i tempi, probabilmente molti di voi risponderebbero Artur Rubinstein. O forse Krystian Zimerman. Ma se invece vi chiedessero qual è il meno famoso? Qualcuno rispetto al quale gli interpreti dell'integrale "Polskie Nagrania" degli anni '50 sono delle superstar?
Beh, io sarei pronto a scommettere che un serio contendente al titolo sarebbe il protagonista di questo post: Andrzej Wąsowski.
L'esistenza di Wąsowski potrebbe essere una delle pontiggiane Vite di uomini non illustri: nato nel 1919 a Leopoli (oggi in Ucraina ma all'epoca in Polonia), da una famiglia aristocratica (una di quelle che possedevano villaggi, industrie, foreste e i cui membri parlavano tra di loro in francese) rivelò ben presto un formidabile talento musicale tanto che a vent'anni si diplomò al Conservatorio di Varsavia riportando il Grand Prix d'intérpretation. Sembrava destinato a una fulgida carriera di concertista ma giusto nel 1939 sulla sua strada si misero due signori, uno tedesco e l'altro russo: i signori Ribbentrop e Molotov. Leopoli fu invasa prima dai russi, che fecero conoscere a Wąsowski le gioie dello stakanovismo inviandolo a fare concerti a beneficio delle truppe a ritmi da industria pesante e in seguito dai tedeschi, che gli alleviarono la fatica ma gli proibirono di suonare Chopin (il che non impediva al principe Wąsowski di suonarlo di nascosto per i polacchi della resistenza) e poi tentarono di spedirlo a suonare in Germania: al rifiuto del pianista, in Germania ce lo mandarono lo stesso ma in un battaglione di disciplina. Dalla Germania Wąsowski riuscì fortunosamente a riparare in Austria dove rimase fino al termine della guerra. Alla fine del conflitto, Wąsowski fu privato della nazionalità polacca e solo in seguito al matrimonio acquistò la cittadinanza venezuelana. Nel 1965 si stabilì negli Stati Uniti dove insegnò pianoforte a Tulsa, in Oklahoma, e dove morì nel 1993.
L'intero lascito discografico di Wąsowski si compone di una registrazione integrale dei Notturni e di una delle Mazurche. Come ulteriore ironia della sorte, entrambi gli album furono incisi per un'etichetta abbastanza celebre ma in ambito jazzistico, la Concord Records (che oltre a tutto gli sbagliò pure il nome in copertina, trasformando la ą polacca in una a).

In verità, la sorte di Wąsowski non sarebbe molto dissimile da quella di tanti giovani della sua generazione che ebbero l'unica colpa di nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato e che solo per questo si videro privati di tutto quanto avevano il diritto di aspettarsi dall'esistenza. Il fatto è che sia pure con quei due soli miseri dischi (e in particolare con quello dedicato alle Mazurche) Wąsowski si è ritagliato un posto di primissimo piano nell'interpretazione chopiniana.

Che le Mazurche costituiscano il cuore stesso della musica di Chopin non è possibile dubitare: come scrive Gastone Belotti, "in nessun altro genere Chopin ha svelato l'ampiezza del suo genio, nessun altro si presto allo studio dell'insieme del suo stile musicale, nessun altro rivela l'intima connessione tra la sua musica e quella della sua terra. Raccolta la Mazurca come rivelazione dell'espressività contadina della sua regione - la Mazowia - e come genere di consumo della città in cui viveva - Varsavia - la elevò ad un grado di perfezione che resterà ineguagliato, e creò quegli immortali capolavori nei quali ha lasciato il meglio della sua genialità musicale".  Ora, il problema spesso disperante che le mazurche pongono ai pianisti (Rattalino ne parla come di rebus musicali) è costituito dalla loro particolare idiomaticità: le danze popolari polacche (mazurek, ma anche kujawiak, oberek, krakowiak, che Chopin comprende nella sua opera spesso combinandole fra loro) sono caratterizzate da una irregolarità di fondo nel ritmo che semplicemente non si presta ad essere trascritta con precisione per mezzo della normale notazione musicale. Chopin stesso dovette a un certo punto rendersi conto della cosa visto che a partire dall'op. 24 smise di fornire anche l'indicazione rubato che aveva usato in abbondanza nelle raccolte precedenti. Badiamo bene che qui non stiamo parlando di un semplice vezzo filologico, di un abbellimento che può essere omesso a piacere: nelle Mazurche Chopin conferisce al ritmo, a quel ritmo, una importanza strutturale non inferiore a quella attribuita al contrappunto in una fuga di Bach, sicchè ignorare il problema significa produrre una lettura che è puramente e semplicemente inadeguata (basti pensare a quell'autentico monumento all'equivoco intepretativo costituito dalle incisioni delle Mazurche di un interprete chopiniano altrove grandissimo come Samson François).
Non è del resto un caso se qualunque pianista voglia porsi in maniera seria di fronte al compito di interpretare compiutamente le Mazurche deve a un certo punto - diremo così - "sciacquare i panni nella Vistola": è solo in Polonia, attraverso il contatto diretto con delle fonti musicali che si sono conservate incontaminate e con una tradizione che risale ai tempi di Chopin, che si può fare esperienza diretta del modo corretto di rendere tutto quanto la pagina scritta tace.

Ecco, le straordinarie letture di Wąsowski ci danno una rappresentazione, di altezza e poesia a mia conoscenza mai attinte né prima né dopo di lui, di questo mondo fatato, e lo fanno attraverso la restituzione meticolosa di tutta la complessità ritmica (e - di conseguenza - armonica) di questi capolavori in cui davvero Chopin sembra aver intrapreso un'esplorazione totale dei moti dell'animo umano. Gli esempi da fare sarebbero tantissimi, e alla fine si ridurrebbero a una lista completa delle tracce di questo doppio CD. Basterà dire che nella mia esperienza di ascoltatore chopiniano (e di ascoltatore delle Mazurche in particolare) esiste un prima e un dopo queste incisioni. 

Non è certo la minore delle ironie che costellano l'affaire Wąsowski quella per cui una delle poche interpretazioni chopiniane davvero insostituibile sia da lungo tempo fuori commercio, tanto che io stesso mi sono procurato la mia copia spulciando una quantità infinita di siti americani di vendita di CD usati e pagandola a prezzo d'affezione. È per questo che - sfidando le draconiane leggi sul diritto   d'autore - mi azzardo a condividere una sola fra le tante perle di questa raccolta, sperando che possa fornire un'idea sul perchè questi dischi sono tanto straordinari; e magari motivare qualcuno dei miei lettori a mettersi in caccia.

sabato 13 febbraio 2016

Tout Maigret (peut-être), 7 - Il crocevia delle tre vedove

(Da ferencpinter.it)
Scritto nell'aprile del 1931 e pubblicato due mesi dopo chez Fayard, La nuit du carrefour è un romanzo abbastanza singolare. In prima battuta sembrerebbe (riferendoci alla dicotomia cui più di una volta abbiamo accennato in questa serie di post) un classico romanzo del carnefice. dato che della vittima (o meglio: delle vittime) veniamo a conoscere poco più di nome e professione; d'altra parte la figura che viene delineata con maggiore dovizia di dettagli e più approfondito scavo psicologico è quella di un personaggio che in verità carnefice non è.
 
Inoltre, questo romanzo è uno dei pochissimi esempi nell'intero corpus maigrettiano in cui vediamo il nostro eroe pericolosamente vicino a qualcosa che ha tutta l'aria di essere un turbamento erotico.  In effetti è abbastanza curioso che nel delineare la figura di Maigret, Simenon lo abbia doviziosamente  caratterizzato in rapporto a tutta una serie di appetiti (almeno apparentemente) elementari per poi chiudersi in una reticenza pressoché assoluta rispetto a un tema che peraltro non gli era affatto estraneo (per usare un garbato eufemismo) né come scrittore né come uomo. Censura? Autocensura? Non lo sapremo mai. Sta di fatto che per tanti riguardi - dal cibo, alla pipa, dai posti caldi al Calvados  - conosciamo nel dettaglio qualità e quantità di ciò che piace a Maigret; quando giungiamo al capitolo donne, abbiamo una serie di accenni vaghi e spesso di segno negativo: conosciamo donne che lo lasciano indifferente, altre che gli suscitano una tenerezza piuttosto paterna che di altro segno; da questo punto vista, l'unica cosa certa è che Maigret è... il marito della signora Maigret. Ecco, in questo libro ci sono alcuni piccoli sprazzi che illuminano un aspetto della personalità del commissario sul quale sappiamo davvero poco. E si tratta di sprazzi che fanno intravvedere una realtà assai meno ordinariamente borghese (e quindi assai più interessante) di quanto potremmo sospettare.

Ma forse l'aspetto più peculiare di questo romanzo è il virtuosismo davvero incredibile che Simenon mostra nella costruzione dell'atmosfera, o meglio delle atmosfere. Da una parte abbiamo un incrocio su una statale qualunque dell'Ile-de-France, quattro case in mezzo a un nulla fatto di campi e di boschi.  Senza le facilitazioni offerte dai bistrot e dai negozi di Parigi, senza le suggestioni dell'acqua del mare o dei canali, Simenon riesce a caratterizzare questo non-luogo in maniera addirittura cinematografica: e non è un caso se praticamente subito dopo l'uscita del libro, un regista del calibro di Jean Renoir ne trasse un film di una pregnanza visiva assoluta. E poi - in contrasto con la scala di grigi del paesaggio circostante - c'è la casa degli Andersen, di questo stranissimo gruppo di famiglia in un interno in cui nulla è ciò che sembra e si respira un clima quasi da serra.

In conclusione: uno dei più atipici romanzi di tutto il ciclo, col plot giallo che arriva quasi a recedere sullo sfondo per fare posto a una storia di intrighi, di passioni e di avidità degna del miglior Balzac. Non possiamo non rimanere ammirati di fronte alla folle prodigalità dell'invenzione simenoniana, che in un giallo profonde una quantità di spunti e di temi che sarebbero tranquillamente bastati per tre romanzi durs