sabato 26 marzo 2016

Tout Maigret (peut-être), 8 - Un delitto in Olanda

"Le salon était petit. 
Adossé à la porte, le commissaire semblait trop grand pour lui"
Ottavo titolo del grande ciclo maigrettiano, questo Un crime en Hollande fu scritto nel maggio del 1931 e pubblicato da Fayard nel luglio dello stesso anno. Il romanzo è il primo della serie ad essere scritto (e stavo per scrivere girato) nelle location fiamminghe nelle quali Simenon ambienterà anche il successivo La casa dei fiamminghi (1932) e a distanza di qualche anno un trittico di romans durs fra i suoi capolavori assoluti: L'assassino (1937),  L'uomo che guardava passare i treni (1938) e Il borgomastro di Furnes (1939).

Cos'è questo Paese fiammingo agli occhi del belga Simenon? È prima di tutto il regno del nitore assoluto, nitore dell'atmosfera, delle case, dei bar, il nitore dei Van Eyck e dei Bruegel. Lo si capisce fin dalla prima memorabile descrizione della Delfzijl che si para davanti a Maigret appena sceso dal treno: Une petite ville : dix ou quinze rues au plus, pavées de belles briques rouges aussi régulièrement alignées que les carreaux d’une cuisine. Des maisons basses, en briques aussi, ornées d’une profusion de boiseries aux couleurs claires et joyeuses. [...] Il y avait du soleil. Le chef de gare portait une jolie casquette orange dont il salua tout naturellement le voyageur inconnu. Siamo veramente a un passo dalla Vondervattimeittis del Diavolo nella torre di Poe.

A questa pulizia estrema fa da contrappeso una particolare densità dell'aria, un'atmosfera calda, pastosa, intima, con interni spesso di legno solido e scuro ("une atmosphère lourde de soleil et de calme", viene detto a un certo punto). Un'atmosfera che sembra vivere di vita propria, un'atmosfera che in un certo senso è essa stessa un luogo, un personaggio, un attore. E in effetti tutti i libri che ho citato prima possono essere letti come le storie di altrettanti tentativi (tutti destinati in un modo o nell'altro al fallimento) di scuotere questa imperturbabile placidità, di sperimentare la possibilità di un destino meno preordinato.

Come nel precedente romanzo della serie, anche qui la dicotomia fra romanzi del carnefice e romanzi della vittima appare sfumata, dato che entrambe le figure sono delineate con tale partecipazione, con tale commossa pietà che si farebbe fatica a dire se resti maggiormente impresso nella memoria il povero Conrad Popinga (sì, Popinga, come il Kees dell'Uomo che guardava passare i treni) o la persona che ne causerà la morte.

Un romanzo di fallimenti, questo Maigret in Olanda: dal fallimento esistenziale, pagato con la vita, di Popinga; al fallimento della solida, compatta comunità di Delfzijl nel suo tentativo di attribuire il delitto a un marinaio di passaggio e quindi di evitare di fare i conti con un male che proviene dal suo stesso nucleo; al fallimento alla fin fine dello stesso Maigret nello scoprire una verità che nessuno vuole ascoltare, che renderà tutti infelici e che lo costringerà per una volta ad abdicare al suo ruolo di aggiustatore di destini.  

E il bruciante epilogo, l'ultima mezza pagina del romanzo, ha il sapore straniante dell'ultimo tempo della seconda sonata di Chopin, un finale che nega ogni catarsi e in realtà non termina nulla, lasciando più interrogativi di quanti non ne risolva. 
Eppure si finisce questo libro con una strana, obliqua contentezza, tanto veri e vitali sono i personaggi, tanta è la verità con la quale sono raffigurati non solo i protagonisti ma anche tutte le figure di contorno, dal cordiale capostazione col suo assurdo cappello color arancio ai marinai che fumano le loro pipette di argilla lungo i canali di Delfzjil. 


1 commento:

  1. Raffinatissimo e davvero azzeccato il riferimento alla seconda sonata di Chopin! Complimenti per il blog.

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