giovedì 31 dicembre 2015

'O viecchio c'a barba

La settimana scorsa sono tornato al Sud a trascorrere Natale coi miei. Naturalmente avevo con me pipe e tabacco in adeguata quantità. Un giorno ero a Nola e avevo appena estratto l'occorrente per una pipata quando mio padre gettando un'occhiata al tabacco esclama: "'O viecchio c'a barba!". Ora, mio padre viaggia per gli ottantadue anni ma ha la lucidità mentale di un ventenne: sicché quel commento così apparentemente incongruo doveva avere un senso, un senso che mi sono affrettato a chiedergli. Lui mi ha risposto: "Il tuo tabacco. Player's Navy Cut" (pronunciando così il più lungo discorso in inglese che gli avessi mai sentito fare).

La faccenda si faceva sempre più interessante. "Papà" - gli ho detto - "tu in vita tua hai sempre fumato solo sigarette. Avrai forse fumato mezza scatola di toscanelli e quelle tre volte in totale che hai provato a fumare la pipa ci hai schiaffato dentro il Clan. Mi spieghi come sfaccimma fai a conoscere un tabacco che si trova solo nel Regno Unito?" E lui, sollevando il sopracciglio con un'espressione ironica che gli conosco fin troppo bene: "Guagliò, e tu che vuoi sapere...".
E mi ha spiegato che nell'immediato dopoguerra gli angloamericani che liberarono Napoli e i suoi dintorni portarono con sé, insieme al jazz e alla carne in scatola,  anche un diluvio di sigarette di fogge e marchi sconosciute agli italiani del tempo, avvezzi tuttalpiù alle Popolari, alle Milit o alle Macedonia. 
Queste sigarette avevano nomi così poco usuali e così bisbetici agli occhi e alle orecchie dei liberati che questi ultimi li deformarono a modo loro per renderli minimamente fruibili. Si salvarono le Camel, che tra nome e immagine del pacchetto non presentavano particolari problemi. Ma le Lucky Strike diventarono Allucca e strilla; le Chesterfield diventarono 'O cesso 'e fierro (sic!); e le Pall Mall divennero "E ppalle mmano".

E poi c'erano loro. Le Player's Navy Cut, appunto. Per le quali si decise di saltare a piè pari la scritta e di riferirvisi sfruttando le immagini: e fu così che l'aitante marinaio della HMS "Hero" che vedete raffigurato qui a fianco divenne affettuosamente 'O viecchio c'a barba.

Ma non di queste sigarette ("buone ma forti", secondo i ricordi di mio padre) sono oggi qui a parlarvi, bensì del tabacco da pipa che porta lo stesso nome.
Stabilirne con un minimo di affidabilità la composizione è quantomeno problematico, visto che la stessa Casa produttrice (magari in momenti diversi, chè stiamo parlando di una referenza commercializzata da più di cento anni da un'azienda fondata nel 1877 a Nottingham) dichiara ondivagamente talvolta solo Virginia e talvolta Virginia e Burley. Io stesso dopo averne fumato quasi un etto non sono in grado di sciogliere l'enigma: che la prevalenza sia di ottimi Virginia chiari non si può dubitare. Ma il Burley? A volte, in sottofondo, mi sembra di coglierne l'inconfondibile notina tostata: ma potrebbe anche trattarsi di effetto placebo. Potremmo forse concludere salomonicamente che il Burley, ammesso che ci sia, ha il solo scopo di conferire uno zic in più di corpo alla miscela e di temperare le asprezze incendiarie dei Virginia biondi.

Il mio amico Antonio ebbe una volta a dire che l'espressione "tuttogiorno" usata a proposito dei tabacchi da pipa è un eufemismo per indicare roba insignificante di cui non si ha il coraggio di proclamare apertis verbis la mediocrità. Per me invece "tuttogiorno" è una categoria che si pone agli antipodi di quanto è definibile come "da meditazione": il mio prediletto Full Virginia Flake, ad esempio, è un tabacco che per corpo, complessità e ricchezza di sfumature è destinato naturaliter ad occasioni particolari, fino al punto da creare esso stesso l'occasione particolare per il solo fatto di essere stato scelto e fumato; ecco, il Player's Navy Cut è invece una miscela buonissima ma che non ruba necessariamente il centro della scena, pur avendo nel caso tutte le carte in regola per diventare il protagonista assoluto di un'oretta e mezzo della nostra esistenza. In questo è simile ad un altro prodotto della stessa area geografica, il benemerito St. Bruno.

Ma questo Player's ha stoffa molto più fine del suo più popolare confratello, grazie ovviamente agli splendidi Virginia chiari che ne formano la spina dorsale: ma stoffa più fine non significa inconsistenza o indefinitezza, ché anzi si tratta di un tabacco decisamente saziante. Mi sono a lungo lambiccato il cervello su una metafora adatta a renderne il sapore peculiare, ma alla fine mi sono dovuto arrendere: questo è puramente e semplicemente un tabacco che sa di tabacco buono, una sorta di punto di accumulazione, di archetipo di tutto quello a cui pensiamo quando pensiamo a un meraviglioso tabacco da pipa.
Si presenta in flake molto regolari e sottili, che si prestano a qualunque sistema (o mancanza di sistema) si voglia adottare per caricare la pipa, con un grado di umidità ottimale già all'apertura della confezione (le belle confezioni inglesi del flake in busta, con un contenitore di plastica sigillato da un velo di alluminio che ricorda golosamente le vaschette di Nutella comuni nei nostri supermercati) e brucia in maniera perfetta fino all'ultima briciola, tanto da potersi configurare anche come ottimo tabacco da rodaggio.

Pipa da Player's: una realizzazione del Duca in corbezzolo.
E a proposito di rodaggio, avere a disposizione un po' di questa meraviglia mi sta facendo comodo per rodare comme il faut la splendida Duca in corbezzolo sabbiato qui a fianco che ho ricevuto da Justyna per Natale.  Devo dire che questa scelta, fatta per motivi anzitutto pratici, si sta rivelando fonte di grandi soddisfazioni anche sotto il profilo del gusto: pipa e tabacco collaborano armoniosamente e mi stanno regalando una dietro l'altra una serie di pipate davvero memorabili.

Non mi resta da dire molto su questo tabacco (disponibile - sfortunatamente - solo in UK) se non ringraziare il mio amico Rino (l'autore del racconto oggetto del post precedente) che mi ha fatto scoprire questa che per me è stata la vera rivelazione del 2015 in fatto di tabacchi da pipa.
E ovviamente invitare tutti i fumatori che leggono questo post a fare le umane e le divine cose - per dirla con Camilleri - per procurarsene almeno un paio di buste. Scoprirete che  - anche se avete maggiore inclinazione per le leggiadre donzelle che per i rudi marinai di Sua Maestà Britannica - 'o viecchio c'à barba ha un fascino cui è difficile sottrarsi.

mercoledì 23 dicembre 2015

Racconto di Natale

Molte cose potevo aspettarmi da questo 2015, ma di certo fra di esse non figurava diventare un personaggio letterario.
Invece,  quando il mio amico Calogero Rizzo mi ha inviato il racconto che state per leggere non ho potuto fare a meno di pensare che quando l'imponderabile non è impegnato a menare fendenti a due mani può anche riservare piacevolissime sorprese.

Vi propongo dunque a mò di obliqua Christmas Carol questa novella augurando a voi tutti (e in particolare a Rino, che attualmente sopporta con stoica rassegnazione il clima subtropicale di Brighton) un Natale pieno di affetto, luce e calore (oops...)

Lovat senza 'acca'


ovvero 


Il Criceto Cosmico

di Calogero Rizzo


I

Per anni il posto di dogana di C . era stato un luogo tranquillo . Il massimo sforzo che si richiedeva ai militari preposti era quello di evitare movimenti di valuta e preziosi, soprattutto in uscita, anche perché nessuno si sarebbe mai sognato di introdurli nel loro paese.
Neppure lontanamente li aveva mai sfiorati il sospetto che, tra le centinaia di auto che ogni giorno transitavano sotto i loro nasi, v’era uno solo di quei frontalieri, come li definivano i verbali, che con scientifica puntualità attraversava il confine con ben altro carico.
L’ingegner Gaetano De Robertis , detto Mario dagli amici - l’origin e di tale soprannome era avvolta dal mistero -, ormai da anni accumulava tabacco da pipa. Egli era, si, un fumatore di pipa, ma parco: una o due fumate al massimo al giorno, non di più. Voleva assaporarselo quel tabacco con calma, ma soprattutto voleva farlo invecchiare.

“Tenente! Tenente!” chiamò a voce alta il giovane militare giunto da pochi giorni alla dogana.
Il tenente controvoglia alzò il capo dalla rivista di enigmistica , che tanto alleviava la pena delle sue fatiche , per capire da dove provenisse quello strepito.
Non fece neppure in tempo ad alzarsi dalla sedia che si trovò il giovane subordinato dentro la stanza.
“L’abbiamo preso tenente!” annunziò al colmo del giubilo il novizio.
“Chi?” domandò con perplessità l’ufficiale.
“Il contrabbandiere.”
“Quale contrabbandiere? Contrabbandiere di cosa?” chiese con una punta di maggiore vivacità il tenente.
“Il contrabbandiere di tabacco” poté, infine, concludere il giovane.
“Ah…” fu il deluso commento del tenente, “Dimmi Arturo, sai per caso in quale millennio viviamo?”, iniziò a chiedere divertito il superiore.
“Sissignore, nel terzo!” rispose un po’ perplesso Arturo.
“E dimmi, caro, negli ultimi dieci anni ti è capitato di passare per Napoli, che tu ricordi?”
“Sissignore, proprio lo scorso maggio sono stato…”
“Oh! A maggio sei stato a Napoli; e dimmi: hai per caso notato bancarelle su cui vendevano stecche di sigarette?”
“Nossignore” rispose strascicando le sillabe, mentre la mente tentava di indovinare quale potesse essere il motivo di tante superflue domande.
“E sai perché non l’hai viste queste bancarelle?”
“Nossignore.”
“Perché non c’erano. Vedi caro Arturo, da lustri ormai il contrabbando di sigarette è morto e sepolto e tu, adesso, mi vieni a dire che c’è un tizio che passa la frontiera con qualche stecca di sigarette per risparmiare qualche euro e che per questo motivo io, proprio ora, dovrei mettermi a fare un verbale?”
“Ma non si tratta di sigarette signore, il prevenuto dice che si tratta di tabacco da pipa e, secondo me, non solo di quello si tratta” concluse con sguardo significativo il giovane.
“Vabb è , fallo entrare e torna al tuo posto”, disse rassegnato il tenente e mentre il giovane faceva entrare il De Robertis , si chinò a infilare nel cassetto la rubrica di enigmistica: “A proposito Arturo, mi ero dimenticato di dirti che la tua licenza per il fine settimana deve essere revocata, forse dovremo fare importanti operazioni” fu la vendetta del l’ufficiale.
“Documenti!” intimò il tenente, guardando il prevenuto dal basso all’alto.
Adempiuta l’identificazione di rito , il tenente si mise a ispezionare il tabacco sequestrato che il giovane Arturo gli aveva poggiato sulla scrivania: “Sicché lei è un contrabbandiere di tabacco?” chiese infine, esaminando con una certa curiosità le latte dentro lo zaino, cercando di capire come le balene raffigurate su que gli involucri cilindric i potessero avere a che fare col fumo.
“Per nulla, sono esatti duecentocinquanta grammi” disse De Robertis senza fare una piega.
“Che vuol dire duecentocinquanta grammi?” si riscosse il tenente dalla contemplazione di quegli oceani su carta verde e rossa.
“Ah! se non lo sa lei…” chiosò ironico il suo interlocutore.
“Senta giovanotto, vediamo di fare poco gli spiritosi, qui le domande le faccio io e lei risponda a tono”, s’inalberò il tene n te.
“A parte il fatto che non sono più ‘giovanotto’ da oltre quindici anni, le faccio notare di aver risposto con estrema puntualità alla sua domanda; ora, se lei non sa trarne le dovute conseguenze, io non so cosa possa farci”, disse con calma De Robertis , guardando placidamente l’altro.
Sebbene, in quel preciso momento, l’ufficiale avesse l’incontenibile voglia di mandare fuori dal suo ufficio il De Robertis a pedate nel sedere, capì con guizzo istintivo di sopravvivenza professionale che si trovava su un terreno assai scivoloso: l’intuito gli diceva che il suo uomo ne sapeva molto più di lui in materia, anzi a dire il vero, in quel momento, non avrebbe neppure saputo a quale legge mettere mano per verificare se fosse o meno in presenza di un illecito.
“Tabacco lei dice?” chiese il tenente prendendo la scatola cilindrica sulla quale stava la balena sospesa tra mare e cielo che tanto aveva ammirato poco prima. “Vediamo , Oriental n. 1 , vediamo un po’” proseguì a dire, togliendo il tappo bianco dalla sommità e infilando il dito nell’anello metallico attaccato alla sottile striscia di alluminio che sigillando la latta, ne garantiva il sottovuoto. L’attimo esatto in cui strappò l’ermetica chiusura fu il solo, durante quel colloquio, in cui De Robertis distolse lo sguardo , girando bruscamente la testa alla sua destra, chiudendo gli occhi, sentendosi lacerare i timpani da quella profanazione; avrebbe preferito essere schiaffeggiato: aveva comprato quella l atta di tabacco per conservarla così com’era , per la sua vecchiaia.
L’odore degli orientali invase la stanza , e le narici della prepotenza burocratica investigarono l’odore acetico dei virginia Mc Clelland .

II

“Tu mi devi spiegare, quale ragione ti spinge a comprare tutto questo tabacco, capisco che sia introvabile nel nostro paese e non nego che sia squisito, ma se non te lo fumi, che lo compri a fare?” gli chiese il suo perplesso collega di vizio , al quale aveva appena narrato la sua disavventura in dogana .
“Eh…” sopirò, ridacchiando sotto i baffi De Robertis , riassestando gli occhiali sul naso, con l’aria di chi debba per l’ennesima volta spiegare l’ovvio a un mentecatto, “vedi caro Pino, il punto non è tanto fumare, ma saper cogliere l’intero spettro di sapori che quasi sinfonicamente il tabacco è capace di offrire e, soprattutto, bisogna saper imparare la pazienza, per farlo invecchiare; quando è invecchiato , e il virginia ha sviluppato i suoi zuccheri, allora si che diventa una fumata de gna di essere fatta e ricordata; magari tramandata, chissà…”, replicò sibillino , mentre Pino si chiedeva muto a chi potesse essere tramandata una fumata memorabile.
“Si d’accordo, posso anche comprendere, ma tutti questi tabacchi che compri oggi quando li fumerai, tra trent’anni?”, fu il suo unico sussulto.
“No, non tutti almeno; ma l’obbiettivo è di fumare tabacchi che abbiano un invecchiamento medio di almeno otto anni” fu la conclusione del ragionamento del De Robertis .
‘Invecchiamento medio?’ parve domandare il silenzioso arcuarsi del sopracciglio destro di Pino.
‘ Medio ’ confermò l’immobile sguardo ieratico di Gaetano , senza dire parola, che aveva perfettamente decifrato l’irsuto punto di domanda dell’altro .
“E se morissi prima di quel termine, per così dire ‘medio’?” insinuò tentatore Pino , tornando per primo a far uso dell’organo deputato alla parola.
“Se sarò morto il problema sarà stato definitivamente superato”, concluse assiologico De Robertis .
In effetti l’ultima argomentazione era insuperabile e, d’altro canto, iniziò a pensare a-dialogicamente Pino i soldi erano i suoi, c’era chi li impiegava peggio, lui stesso non sarebbe stato, in verità, in grado di scagliare la prima pietra; se l’avesse fatto, di sicuro, sarebbe stato poi costretto a nascondere, vergognoso, la mano.
Di sicuro non sbagliava a dubitare delle reali motivazioni dell’amico, sebbene non riuscisse a comprenderle appieno. Il fatto era che De Robertis sapeva bene di non vivere nel migliore dei mondi possibili, purtuttavia non perdeva la speranza che ogni monade fosse al suo posto; ogni uomo sente la primordiale necessità di ordinare l’irrazionale caos che lo circonda, di credere che , in fondo, all’interno delle mura domestiche tutto sia a posto e proceda secondo i piani ; quali poi , restava un mistero.
Ecco, per Gaetano De Robertis il tabacco aveva quell’inespresso scopo, e se proprio non riusciva a pacificarlo del tutto, poteva, alla fin dei conti, consolarlo, quale estremo rimedio.
“Ma non hai paura che il tabacco ammuffisca o vada rovinato?” fu l’ultimo inutile tentativo di Pino.
Un bonario sorriso aleggiò sul volto di De Robertis , mentre pensava a quante volte aveva già spiegato come conservasse il tabacco dentro i bormioli , una volta aperto, proprio a scongiurare quegli accidenti; peraltro, era la minima parte, quello che andava via via fumando, poiché quello posto realmente a invecchiare si guardava bene dall’aprirlo, di privarlo del suo originario sottovuoto.
“No”, si limitò a dire, riassumendo , nella più semplice e breve negazione che consentisse il linguaggio, tutti passati dialoghi con l’amico: con un po’ di fortuna la memoria avrebbe fatto il resto.
“Sia!”, s’arrese Pino, “ma io non vedo altro che accumulazione: rinunzi a cogliere la bellezza dell’attimo, a intimargli di fermarsi, mentre non c’è altro che accumulazione nel tuo progetto, la paura ch e tutto possa sfumare, cosa che, oltretutto, sarebbe in ogni caso la più logica conseguenza. Certo, tu sosterrai che la stai preparando la venuta dell’attimo indimenticabile, ma intanto la procrastini, col rischio che l’unico concreto risultato che tu possa ottenere sia solo l’indurimento della tua anima . E poi, cos’è questo tempo durante il quale invecchia il tuo tabacco, lo puoi forse toccare, a stento lo possiamo pensare.”
“Su, non perdere la tua dignità così, il tempo è un fatto ” lo rimproverò bonario De Robertis .
“Mi fa specie che un uomo di scienza come te prenda sottogamba quest’argomento; eppure, ti ci sei abbondantemente dovuto affaticare nei tuoi studi universitari. Forse il desiderio di accumulazione s i è fatto così potente da … ma lasciamo andare , se è vero che il tempo è relativo, dovrà essere pur vero che lo è anche il modo in cui si sceglie d’impiegarlo. ”
III

Soddisfatto della fumata e della conversazione, lasciato l’amico a finire di fumare e pagare il conto delle innumerevoli birre , De Robertis s’era ritrovato in pochi minuti nel suo studio, circondato dagli innumerevoli raccoglitori, i quali invec e di accogliere premurosi al loro interno fascicoli di lavoro , erano divenuti il ricovero di latte di ogni genere di tabacco , accuratamente separato e classificato per genere, specie e sotto specie .
Lo sguardo di De Robertis si posò sulla scrivania dove lo attendevano le latte comprate in mattinata, iniziando a collocare mentalmente ogni latta nel suo futuro scomparto. Lo sguardo indugiò un attimo sulla scatola di Orientali n. 1 che la prepotenza poliziesca aveva violato; poco male: avrebbe fumato quel tabacco nelle settimane seguenti , rimediando con un’altra per l’invecchiamento. Quella sera, però, era dedicata a un’occasione speciale, attesa ormai da tanti anni, l’apertura del Christmas Cheer ormai posto a invecchiare da quindici anni esatti, proprio quel giorno la latta compiva il suo genetliaco .
Liberata la scrivania da ogni ingombro, De Robertis con crescente eccitazione tolse il coperchio di plastica posto alla sommità della latta di tabacco e, non senza esitazione, infilò l’indice destro nell’anello d’alluminio, tirando il quale avrebbe abbattuto le ultime mura che difendevano ancora il tabacco. Chiudendo per un attimo gli occhi pensò a quegli ultimi anni trascorsi e, zac!, un incalcolabile istante dopo il profumo del tabacco, prepotentemente, aveva già invaso tutta la stanza. Infilò immediatamente il naso all’interno del contenitore, a sincerarsi che quello che sentiva fosse effettivamente l’odore che aveva percepito, inalando profondamente dalle narici. Si, riconosceva il consueto odore acetico di quella selezione di scuri virginia, ma dopo quindici anni l’odore s’era fatto più dolce, morbido. Sempre con gli occhi chiusi, più volte allontan ò e rimmerse il naso nella latta a sincerarsi della infinità di sfumature che promanavano. Su un bianco foglio di carta versò una carica di tabacco, esaminandone con attenzione il colore: il più grosso di quelle irregolari scaglie di flake era di una scurezza mai vista, tanto da far maggiormente risaltare il lucore cristallino dello zucchero che affioravano sul dorso. Lo finì di sbriciolare lentamente, annusando, di tanto in tanto, il pezzo che aveva ogni volta in mano, chiedendosi se non fosse stato più opportuno attendere ancora qualche anno. Caricata la pipa , una Ardor dalla forma comunemente definita lovat , con la più lieve pressione del dito , pigiò involontariamente con la stessa delicatezza il telecomando del suo stereo, e le note di un pianoforte diffusero la prima mazurka di Chopin.
Acceso il fiammifero lo avvicinò con esasperante lentezza ve rso il centro del fornello, attendendo si vedere il tabacco gonfiarsi, quando squillò il telefono.
‘Cazzo il telefono! Mi sono dimenticato di spegnerlo’ pensò De Robertis , allontanando la fiamma dal tabacco che già tendeva a rialzarsi e gettando il fiammifero nervosamente nel posacenere.
“Pronto.”
“ Buonasera ingegnere, sono io, scusi se la disturbo a casa a quest’ora” rispose la voce incerta dall’altro capo del telefono.
“Io chi?”
“Mi perdoni, sono Antonello, abbiamo un grosso problema col sistema di sicurezza e francamente non so dove mettere le mani.”
“Mi dica tutto” rispose rassegnato De Robertis che, dopo aver posato la pipa, era stato costretto a far tacere anche Chopin.
“Beh, insomma il problema è questo…” Il problema era serio, ma non tanto da impedire a De Robertis di lanciare qualche triste occhiata alla pipa, abbandonata sulla scrivania e di pensare che mentre loro due parlavano , il tabacco s’asciugava dentro la pipa, che l’atmosfera , la liturgia, era stata infranta e chissà se avrebbe saputo ricrearla. Guidava seccamente, con ordini più che consigli, quel giovane e inesperto collega attraverso il dedalo del linguaggio binario, sperando che la questione finisse velocemente, occhieggiando di tanto in tanto le lancette dell’orologio; ma le lancette sembravano ferme, le parole del collega gli arrivavano lentissime, quasi sospese immobili nell’aria .
Non fu cosa lunga, non più di mezzora, che all’ingegnere parve una vita intera, quindici anni di attesa, per la precisione.

Terminata la telefonata, De Robertis si premurò di spegnere il telefono cellulare e di staccare la linea del fisso prima di prendere nuovamente in mano la pipa . Dimenticandosi di Chopin per la prima volta in vita sua, sfregò nuovamente il fiammifero e l’avvicinò cauto al tabacco che prese a brillare rossastro , gonfiandosi orgoglioso, mentre le mascelle di De Robertis si serravano per il piacere e un brivido gli percorreva la spina dorsale.
Avvolto da un’azzurrognola sci a di fumo, si ricordò di Chopin, con un sorriso , e pigiando il tasto di avvio dello stereo; pensò che tutto sommato qualche piccolo imprevisto non sarebbe riuscito a rovinargli la festa . D opo qualche secondo, il campanello di casa irruppe in scena .
Imbufalito De Robertis andò ad aprire con la pipa in bocca, deciso a non farsi interrompere da nessuno a qualsiasi costo.
“Chi è?” chiese circospetto attraverso al porta.
“Amici” rimandò l’acuta e ben nota voce di Antonio, uno dei suoi più cari amici.
“Anto’, che cazzo ci fai qua?” chiese sempre più perplesso De Robertis , aprendo la porta, in mezzo alla quale venne a troneggiare la statura fuori dall’ordinario dell’amico.
“Sono venuto a prenderti, piglia la giacca” lo salutò l’amico.
“Eh?”
“Le nostre care consorti si sono incontrate nel pomeriggio, durante lo shopping e hanno organizzato per noi una cenetta con i fiocchi a casa mia. T’abbiamo voluto fare una sorpresa e, così, eccomi qua a prenderti: servizio a domicilio” proseguì sempre più ilare Antonio.
“Ma io, la pipa…” farfugliò De Robertis .
“La pipa la puoi portare, anche se io non l’ho mai capito questo tuo vizio , molto costoso oltretutto ” , concluse Antonio, mettendo tra le braccia dell’amico la giacca che nel frattempo aveva preso dall’appendiabiti. Posata la pipa, mesto, Gaetano De Robertis seguì l’amico, consolandosi al pensiero che al ritorno la fumata sarebbe stata comunque meravigliosa, forse migliore addirittura ; chi non sapeva, infatti , che col virginia non c’è meglio di una bella ‘fumata tanticra ’: acce ndere la pipa lasciarla spegnere e riprenderla solo l’indomani , era una delle cose più gustose che avesse mai sperimentato. E poi rimaneva tutt’intera la latta ancora da fumare, da centel linare per mesi, anni forse: una fumata al mese, una ogni trimestre ; meglio si, una ogni trimestre, se ne sarebbe ricordato di quella latta.

IV

“Insomma non si ricorda altro?” chiese asciutto e professionale il maresciallo dei carabinieri. De Robertis scosse la testa in senso negativo, guardandosi la punta delle scarpe.
“Allora” proseguì il maresciallo “le rileggo la denuncia: mi trovavo a cena a casa di amici, quando sono rientrato a casa insieme a mia moglie abbiamo notato che la porta di casa era aperta. La serratura della porta è risultata essere stata forzata. Ignoti, erano entrati nella summenzionata abitazione e avevano asportato i seguenti beni…” . I l maresciallo iniziò la litania dell’elenco degli oggetti del furto, che il derubato ascoltava passivamente col capo sempre più chino, come sopraffatto da un macigno.
“ Un computer marca Apple, due fascicolatori a tre cassetti co ntenenti i seguenti tabacchi”: i l nome di ogni singolo tabacco rubato una coltellata al cuore; di ognuno De Robertis sapeva quando e dove l’aveva comprato, in che valuta, in compagnia di chi fosse e quando fosse prevista la sua degustazione.
Una profonda malinconia, un vero e proprio sentimento di irredimibile infelicità lo vincevano, nell’udire i nomi delle pipe rubate, dei tabacchi, poco prima elencati da lui stesso con incredibile sforzo di volontà. Non era rimasto nulla: libri, dischi, pipe, tabacchi; proprio nulla , a parte i mobili .
Poco importava dei libri o dei dischi, li avrebbe ricomprati, o forse no, in fondo li aveva già letti e ascoltati; ma il tabacco no, coincideva con l’esatto trascorrere della sua vita, quello era invecchiato con lui: era il suo capolavoro, la sua opera più difficile, proprio perché la più paziente. Era certo vero che non aveva fatto null’altro che aspettare, ma era esattamente quel vincere la tentazione, domare la sua libidine con un atto consapevole e titanico di volontà a rappresentare quant o di più umano e al tempo stesso disumano potesse essere un innocuo vizio . L’invecchiamento non era un’opera del tempo ma della sua volontà che aveva saputo resistere, che merito aveva il tempo?
Il tempo, già! , Anni d’attesa, racchiusi in quei barattoli, che avrebbero potuto rinnovarsi nel futuro, avere un senso una direzione ben precisa, erano svaniti in poche ore , sicuramente destinati a essere abbandonati in qualche discarica, una volta che i ladri si fossero avveduti qual era il reale contenuto di quegli ermetici contenitori ; forse, proprio l’accuratezza con cui erano chiusi, li aveva indotti a caricarsi quel peso così inutile per loro.
Solo u n miracolo poteva salvarlo, p ensò , disperato De Robertis : l’idea folle che il tempo non fosse un semplice fatto, come gli suggerivano gli stessi pensieri che in quei momenti andava elaborando , ma che fosse veramente relativo. Forse un giorno avrebbe trovato una curvatura nello spazio , per un atto di pietà cosmica, che gli avrebbe reso il suo tempo passato e con esso i suoi tabacchi, i suoi anni d’attesa , la sua stessa vita .

“Infine, una latta rossa appena aperta di Christmas Cheer e una pipa marca Ardor, modello lovat . Si scrive senza ‘acca’ lovat , vero ingegnere?”

domenica 13 dicembre 2015

"If it doesn't stop, shoot it"

Humphrey Bogart e Lauren Bacall in Key Largo
Non ho il piacere di conoscere Gregory L. Pease altrimenti se non attraverso le sue magiche creazioni. Ma non credo di sbagliare pensando che abbia una passione per i grandi noir americani degli anni '40 e '50.  Non si spiegherebbe altrimenti perché una delle sue più riuscite EM si chiami Maltese Falcon. O perché col tabacco oggetto di questo post egli abbia deciso di omaggiare ancora una volta John Huston battezzandolo col nome quanto mai evocativo di Key Largo. E in effetti una volta colto il nesso con questo film del 1948 (che gli spettatori italiano conoscono col titolo di L'isola di corallo) è impossibile non abbandonarsi alle suggestioni che esso porta con sé. Il Key Largo di Pease (e ringraziamo il cielo che i nomi dei tabacchi da pipa non vengano tradotti) è una miscela - presentata in forma di broken flake già parecchio sciolto - di Virginia rossi, orientali, una quantità giusta (= decisamente avvertibile ma non preponderante) di Latakia e foglia da sigaro. Partiamo dai Virginia rossi: chi ne conosce  il gusto sontuoso magari attraverso i meravigliosi Matured Virginias 25 e 27 di McClelland sa già che si tratta di una base decisamente importante e strutturata, piena di dolcezza e rotondità, in piena sintonia con le atmosfere quasi da tropico evocate da Huston. E come non pensare che la foglia di sigaro non sia un omaggio ai sigari fumati durante tutto il film da Johnny Rocco, un Edward G. Robinson in stato di grazia?

Key Largo & Duca Pipe
Ma questa di Pease non è banalmente una EM con un po' di foglia di sigaro aggiunta "per vedere l'effetto che fa" (e sappiamo che quando si esce dal seminato delle composizioni classiche il rischio dell'intruglio-Frankenstein è sempre dietro l'angolo) : il suo interplay con le altre componenti della miscela conferisce a quest'ultima un tocco decisamente dry e ne tira fuori delle deliziose note di cacao amaro assolutamente inattingibili in altro modo.

Devo confessare di avere un rapporto un po' problematico con le miscele contenenti Latakia. È un po' quello che mi succede col minestrone: se mi capita di assaggiarne uno buono lo apprezzo, ma è veramente difficile che me ne venga la voglia in prima (e spesso anche in seconda) battuta. Ecco, con questo Key Largo (ripreso in questi giorni dopo averne fumato un paio di scatole qualche anno fa) mi sta succedendo esattamente l'inverso: è un tabacco che sto avendo voglia di fumare e rifumare al punto da mettere un po' in ombra i miei prediletti Virginia.

Taglio e grado di umidità di questa miscela ne fanno un tabacco di fumabilità assolutamente facile. Si scioglie leggermente qualche pezzo di flake un po' più grosso, si carica, si accende e ci si mette in ascolto. In ascolto delle mille sfumature dei Virginia o della notina balsamica degli orientali, certo. Ma in sottofondo si sente anche la voce arrochita di Bogart. O quella sensualmente contraltile della Bacall.