sabato 26 settembre 2015

U siebie

"Sentirsi a casa" in polacco si dice "czuć się jak u siebie". "Siebie" è il  pronome riflessivo (a differenza dell'italiano non c'è differenza fra le persone), sicchè la traduzione letterale sarebbe qualcosa come "sentirsi presso sé stessi". È interessante notare come il riferimento allo spazio esterno, alla casa, in polacco semplicemente evapori per lasciare posto a una locuzione che riguarda solo ed esclusivamente il soggetto e la propria interiorità. La casa è il posto in cui ci si sente presso sé stessi.

Nel 1960, centocinquantesimo anniversario della nascita di Chopin, l'etichetta discografica di stato Polskie Nagrania lanciò uno dei suoi più ambiziosi progetti: un'esecuzione dell'opera omnia chopiniana a cura di alcuni dei più eminenti pianisti polacchi dell'epoca. Nessuno di loro era né diventò in seguito una superstar del pianoforte (e del resto dubito che il concetto stesso di superstar fosse fra i più in voga nell'austera Repubblica Popolare) ma rimane il fatto che fra Halina Czerny-Stefanka (vincitrice del primo premio al IV Concorso Chopin nel 1949), Henryk Sztompka (che nella prima edizione del Concorso riportò il premio speciale per l'esecuzione delle Mazurche), Regina Smendzianka, Jan Ekier (in seguito diventato curatore dell'edizione nazionale a stampa delle opere di Chopin) ed altri, si trattava di un rassemblement di pianisti di primissimo livello.

Halina Czerny-Stefanka
Sto ascoltando in questi giorni proprio questo autentico monumento sonoro e devo confessare di esserne puramente e semplicemente affascinato. Due caratteristiche che mi sembrano evidenti anche ad un ascolto superficiale sono da una parte l'assenza di ogni forma di protagonismo da parte degli interpreti coinvolti nell'impresa, la sensazione quasi palpabile dello spirito di servizio con cui essi si pongono nei confronti di Chopin e della sua musica; dall'altra, la perfetta idiomaticità con cui viene trattata e resa la musica chopiniana. E quando parlo di idiomaticità non parlo soltanto dell'uso perfetto del rubato o dello stacco impeccabile dei tempi spesso complicati delle mazurche: mi riferisco anche a una sorta di vicinanza spirituale che la registrazione (di livello decisamente buono nonostante gli anni e la latitudine) riesce a catturare.

È come se per questi pianisti non ci fossero barriere da superare, problemi interpretativi da risolvere, ostacoli concettuali da rimuovere: l'enigma non v'è, per dirla con Wittgenstein, basta (!) suonare quello che è scritto come è scritto. E il risultato è di una freschezza, una naturalezza, una spontaneità davvero avvincenti. Va da sè che questi risultati non sono il frutto di una sorta di ingenuità interpretativa più o meno cosciente: sono al contrario il risultato di un approccio raffinatissimo ed estremamente meditato.

E per convincersene basterà ascoltare cose come la prima Mazurka dell'op. 33, a mio avviso fra le più metafisiche di tutto Chopin, che sotto le dita di Henryk Sztompka fluisce con la naturalezza di un torrente del Mazowsze:




Intendiamoci bene: il mezzo secolo abbondante che ci separa da queste registrazioni non è (fortunatamente) trascorso invano, né oggi è possibile pensare di rinunciare agli Studi di Pollini, alle Ballate di Zimerman o alle Polacche di Blechacz. Eppure accostandosi (o ritornando) a queste letture la sensazione di libera naturalezza è troppo forte per poterle resistere.

È musica suonata da chi con Chopin si sentiva davvero a casa e che ha il potere di far sentire anche l'ascoltatore a casa.

U siebie.

domenica 13 settembre 2015

Esercizi di traduzione dal polacco, 4

Un ricordo d'infanzia come tanti si trasforma, nella prosa acuminata di Sławomir Mrożek, in una riflessione sulla verità e sull'inganno. Il testo è tratto da "Osservazioni personali" (Uwagi osobiste, Warszawa, Noir sur Blanc, 2007)


Il latte


Cracovia, Planty. Fotografia di B. Maliszewska
A Cracovia, non lontano dal parco Planty, c'era una mescita di bevande analcoliche. Fra i tavolini di marmo, su piattini e tovaglioli, si serviva del delizioso latte. Freddo d'estate e - di sicuro - caldo d'inverno. Probabilmente anche altre bevande: cioccolata calda, kakao, limonata: ma di questo non ho la certezza perchè ci andai una volta sola, in estate, e bevvi solo latte. Mi ci accompagnò mia madre, avevo non meno di otto anni e non più di dieci: non meno di otto perchè imparai a leggere (e scrivere) all'età di sette anni e ricordo che riuscii a leggere da solo la scritta che campeggiava all'esterno della mescita: LATTE FRESCO. Non potevo avere comunque più di dieci anni perchè quando avevo dieci anni cominciarono la guerra e l'occupazione tedesca e in posti come quello - ahimé - non ci si andava più.
L'annuncio LATTE FRESCO mi inquietava: non era difatti scritto con la vernice o con lo smalto, ma inciso nella pietra sulla facciata dell'edificio, come avevo visto da qualche parte sui basamenti dei monumenti di granito. La cosa mi sembrava illogica. "E che succede" - pensavo - "se il rifornimento del latte arriva in ritardo, o si verifica qualche altra circostanza imprevedibile e il latte arriva non più fresco? O addirittura inacidito? In quel caso la scritta che è fissa continuerà a ripetere LATTE FRESCO. Ma solo il sostantivo LATTE sarà la verità, mentre l'aggettivo FRESCO diventerà una bugia".
Non sapevo ancora che proprio allora e proprio in quel modo la mia infanzia cominciava a finire.
Forse avevo imparato a leggere troppo presto.