giovedì 31 dicembre 2015

'O viecchio c'a barba

La settimana scorsa sono tornato al Sud a trascorrere Natale coi miei. Naturalmente avevo con me pipe e tabacco in adeguata quantità. Un giorno ero a Nola e avevo appena estratto l'occorrente per una pipata quando mio padre gettando un'occhiata al tabacco esclama: "'O viecchio c'a barba!". Ora, mio padre viaggia per gli ottantadue anni ma ha la lucidità mentale di un ventenne: sicché quel commento così apparentemente incongruo doveva avere un senso, un senso che mi sono affrettato a chiedergli. Lui mi ha risposto: "Il tuo tabacco. Player's Navy Cut" (pronunciando così il più lungo discorso in inglese che gli avessi mai sentito fare).

La faccenda si faceva sempre più interessante. "Papà" - gli ho detto - "tu in vita tua hai sempre fumato solo sigarette. Avrai forse fumato mezza scatola di toscanelli e quelle tre volte in totale che hai provato a fumare la pipa ci hai schiaffato dentro il Clan. Mi spieghi come sfaccimma fai a conoscere un tabacco che si trova solo nel Regno Unito?" E lui, sollevando il sopracciglio con un'espressione ironica che gli conosco fin troppo bene: "Guagliò, e tu che vuoi sapere...".
E mi ha spiegato che nell'immediato dopoguerra gli angloamericani che liberarono Napoli e i suoi dintorni portarono con sé, insieme al jazz e alla carne in scatola,  anche un diluvio di sigarette di fogge e marchi sconosciute agli italiani del tempo, avvezzi tuttalpiù alle Popolari, alle Milit o alle Macedonia. 
Queste sigarette avevano nomi così poco usuali e così bisbetici agli occhi e alle orecchie dei liberati che questi ultimi li deformarono a modo loro per renderli minimamente fruibili. Si salvarono le Camel, che tra nome e immagine del pacchetto non presentavano particolari problemi. Ma le Lucky Strike diventarono Allucca e strilla; le Chesterfield diventarono 'O cesso 'e fierro (sic!); e le Pall Mall divennero "E ppalle mmano".

E poi c'erano loro. Le Player's Navy Cut, appunto. Per le quali si decise di saltare a piè pari la scritta e di riferirvisi sfruttando le immagini: e fu così che l'aitante marinaio della HMS "Hero" che vedete raffigurato qui a fianco divenne affettuosamente 'O viecchio c'a barba.

Ma non di queste sigarette ("buone ma forti", secondo i ricordi di mio padre) sono oggi qui a parlarvi, bensì del tabacco da pipa che porta lo stesso nome.
Stabilirne con un minimo di affidabilità la composizione è quantomeno problematico, visto che la stessa Casa produttrice (magari in momenti diversi, chè stiamo parlando di una referenza commercializzata da più di cento anni da un'azienda fondata nel 1877 a Nottingham) dichiara ondivagamente talvolta solo Virginia e talvolta Virginia e Burley. Io stesso dopo averne fumato quasi un etto non sono in grado di sciogliere l'enigma: che la prevalenza sia di ottimi Virginia chiari non si può dubitare. Ma il Burley? A volte, in sottofondo, mi sembra di coglierne l'inconfondibile notina tostata: ma potrebbe anche trattarsi di effetto placebo. Potremmo forse concludere salomonicamente che il Burley, ammesso che ci sia, ha il solo scopo di conferire uno zic in più di corpo alla miscela e di temperare le asprezze incendiarie dei Virginia biondi.

Il mio amico Antonio ebbe una volta a dire che l'espressione "tuttogiorno" usata a proposito dei tabacchi da pipa è un eufemismo per indicare roba insignificante di cui non si ha il coraggio di proclamare apertis verbis la mediocrità. Per me invece "tuttogiorno" è una categoria che si pone agli antipodi di quanto è definibile come "da meditazione": il mio prediletto Full Virginia Flake, ad esempio, è un tabacco che per corpo, complessità e ricchezza di sfumature è destinato naturaliter ad occasioni particolari, fino al punto da creare esso stesso l'occasione particolare per il solo fatto di essere stato scelto e fumato; ecco, il Player's Navy Cut è invece una miscela buonissima ma che non ruba necessariamente il centro della scena, pur avendo nel caso tutte le carte in regola per diventare il protagonista assoluto di un'oretta e mezzo della nostra esistenza. In questo è simile ad un altro prodotto della stessa area geografica, il benemerito St. Bruno.

Ma questo Player's ha stoffa molto più fine del suo più popolare confratello, grazie ovviamente agli splendidi Virginia chiari che ne formano la spina dorsale: ma stoffa più fine non significa inconsistenza o indefinitezza, ché anzi si tratta di un tabacco decisamente saziante. Mi sono a lungo lambiccato il cervello su una metafora adatta a renderne il sapore peculiare, ma alla fine mi sono dovuto arrendere: questo è puramente e semplicemente un tabacco che sa di tabacco buono, una sorta di punto di accumulazione, di archetipo di tutto quello a cui pensiamo quando pensiamo a un meraviglioso tabacco da pipa.
Si presenta in flake molto regolari e sottili, che si prestano a qualunque sistema (o mancanza di sistema) si voglia adottare per caricare la pipa, con un grado di umidità ottimale già all'apertura della confezione (le belle confezioni inglesi del flake in busta, con un contenitore di plastica sigillato da un velo di alluminio che ricorda golosamente le vaschette di Nutella comuni nei nostri supermercati) e brucia in maniera perfetta fino all'ultima briciola, tanto da potersi configurare anche come ottimo tabacco da rodaggio.

Pipa da Player's: una realizzazione del Duca in corbezzolo.
E a proposito di rodaggio, avere a disposizione un po' di questa meraviglia mi sta facendo comodo per rodare comme il faut la splendida Duca in corbezzolo sabbiato qui a fianco che ho ricevuto da Justyna per Natale.  Devo dire che questa scelta, fatta per motivi anzitutto pratici, si sta rivelando fonte di grandi soddisfazioni anche sotto il profilo del gusto: pipa e tabacco collaborano armoniosamente e mi stanno regalando una dietro l'altra una serie di pipate davvero memorabili.

Non mi resta da dire molto su questo tabacco (disponibile - sfortunatamente - solo in UK) se non ringraziare il mio amico Rino (l'autore del racconto oggetto del post precedente) che mi ha fatto scoprire questa che per me è stata la vera rivelazione del 2015 in fatto di tabacchi da pipa.
E ovviamente invitare tutti i fumatori che leggono questo post a fare le umane e le divine cose - per dirla con Camilleri - per procurarsene almeno un paio di buste. Scoprirete che  - anche se avete maggiore inclinazione per le leggiadre donzelle che per i rudi marinai di Sua Maestà Britannica - 'o viecchio c'à barba ha un fascino cui è difficile sottrarsi.

mercoledì 23 dicembre 2015

Racconto di Natale

Molte cose potevo aspettarmi da questo 2015, ma di certo fra di esse non figurava diventare un personaggio letterario.
Invece,  quando il mio amico Calogero Rizzo mi ha inviato il racconto che state per leggere non ho potuto fare a meno di pensare che quando l'imponderabile non è impegnato a menare fendenti a due mani può anche riservare piacevolissime sorprese.

Vi propongo dunque a mò di obliqua Christmas Carol questa novella augurando a voi tutti (e in particolare a Rino, che attualmente sopporta con stoica rassegnazione il clima subtropicale di Brighton) un Natale pieno di affetto, luce e calore (oops...)

Lovat senza 'acca'


ovvero 


Il Criceto Cosmico

di Calogero Rizzo


I

Per anni il posto di dogana di C . era stato un luogo tranquillo . Il massimo sforzo che si richiedeva ai militari preposti era quello di evitare movimenti di valuta e preziosi, soprattutto in uscita, anche perché nessuno si sarebbe mai sognato di introdurli nel loro paese.
Neppure lontanamente li aveva mai sfiorati il sospetto che, tra le centinaia di auto che ogni giorno transitavano sotto i loro nasi, v’era uno solo di quei frontalieri, come li definivano i verbali, che con scientifica puntualità attraversava il confine con ben altro carico.
L’ingegner Gaetano De Robertis , detto Mario dagli amici - l’origin e di tale soprannome era avvolta dal mistero -, ormai da anni accumulava tabacco da pipa. Egli era, si, un fumatore di pipa, ma parco: una o due fumate al massimo al giorno, non di più. Voleva assaporarselo quel tabacco con calma, ma soprattutto voleva farlo invecchiare.

“Tenente! Tenente!” chiamò a voce alta il giovane militare giunto da pochi giorni alla dogana.
Il tenente controvoglia alzò il capo dalla rivista di enigmistica , che tanto alleviava la pena delle sue fatiche , per capire da dove provenisse quello strepito.
Non fece neppure in tempo ad alzarsi dalla sedia che si trovò il giovane subordinato dentro la stanza.
“L’abbiamo preso tenente!” annunziò al colmo del giubilo il novizio.
“Chi?” domandò con perplessità l’ufficiale.
“Il contrabbandiere.”
“Quale contrabbandiere? Contrabbandiere di cosa?” chiese con una punta di maggiore vivacità il tenente.
“Il contrabbandiere di tabacco” poté, infine, concludere il giovane.
“Ah…” fu il deluso commento del tenente, “Dimmi Arturo, sai per caso in quale millennio viviamo?”, iniziò a chiedere divertito il superiore.
“Sissignore, nel terzo!” rispose un po’ perplesso Arturo.
“E dimmi, caro, negli ultimi dieci anni ti è capitato di passare per Napoli, che tu ricordi?”
“Sissignore, proprio lo scorso maggio sono stato…”
“Oh! A maggio sei stato a Napoli; e dimmi: hai per caso notato bancarelle su cui vendevano stecche di sigarette?”
“Nossignore” rispose strascicando le sillabe, mentre la mente tentava di indovinare quale potesse essere il motivo di tante superflue domande.
“E sai perché non l’hai viste queste bancarelle?”
“Nossignore.”
“Perché non c’erano. Vedi caro Arturo, da lustri ormai il contrabbando di sigarette è morto e sepolto e tu, adesso, mi vieni a dire che c’è un tizio che passa la frontiera con qualche stecca di sigarette per risparmiare qualche euro e che per questo motivo io, proprio ora, dovrei mettermi a fare un verbale?”
“Ma non si tratta di sigarette signore, il prevenuto dice che si tratta di tabacco da pipa e, secondo me, non solo di quello si tratta” concluse con sguardo significativo il giovane.
“Vabb è , fallo entrare e torna al tuo posto”, disse rassegnato il tenente e mentre il giovane faceva entrare il De Robertis , si chinò a infilare nel cassetto la rubrica di enigmistica: “A proposito Arturo, mi ero dimenticato di dirti che la tua licenza per il fine settimana deve essere revocata, forse dovremo fare importanti operazioni” fu la vendetta del l’ufficiale.
“Documenti!” intimò il tenente, guardando il prevenuto dal basso all’alto.
Adempiuta l’identificazione di rito , il tenente si mise a ispezionare il tabacco sequestrato che il giovane Arturo gli aveva poggiato sulla scrivania: “Sicché lei è un contrabbandiere di tabacco?” chiese infine, esaminando con una certa curiosità le latte dentro lo zaino, cercando di capire come le balene raffigurate su que gli involucri cilindric i potessero avere a che fare col fumo.
“Per nulla, sono esatti duecentocinquanta grammi” disse De Robertis senza fare una piega.
“Che vuol dire duecentocinquanta grammi?” si riscosse il tenente dalla contemplazione di quegli oceani su carta verde e rossa.
“Ah! se non lo sa lei…” chiosò ironico il suo interlocutore.
“Senta giovanotto, vediamo di fare poco gli spiritosi, qui le domande le faccio io e lei risponda a tono”, s’inalberò il tene n te.
“A parte il fatto che non sono più ‘giovanotto’ da oltre quindici anni, le faccio notare di aver risposto con estrema puntualità alla sua domanda; ora, se lei non sa trarne le dovute conseguenze, io non so cosa possa farci”, disse con calma De Robertis , guardando placidamente l’altro.
Sebbene, in quel preciso momento, l’ufficiale avesse l’incontenibile voglia di mandare fuori dal suo ufficio il De Robertis a pedate nel sedere, capì con guizzo istintivo di sopravvivenza professionale che si trovava su un terreno assai scivoloso: l’intuito gli diceva che il suo uomo ne sapeva molto più di lui in materia, anzi a dire il vero, in quel momento, non avrebbe neppure saputo a quale legge mettere mano per verificare se fosse o meno in presenza di un illecito.
“Tabacco lei dice?” chiese il tenente prendendo la scatola cilindrica sulla quale stava la balena sospesa tra mare e cielo che tanto aveva ammirato poco prima. “Vediamo , Oriental n. 1 , vediamo un po’” proseguì a dire, togliendo il tappo bianco dalla sommità e infilando il dito nell’anello metallico attaccato alla sottile striscia di alluminio che sigillando la latta, ne garantiva il sottovuoto. L’attimo esatto in cui strappò l’ermetica chiusura fu il solo, durante quel colloquio, in cui De Robertis distolse lo sguardo , girando bruscamente la testa alla sua destra, chiudendo gli occhi, sentendosi lacerare i timpani da quella profanazione; avrebbe preferito essere schiaffeggiato: aveva comprato quella l atta di tabacco per conservarla così com’era , per la sua vecchiaia.
L’odore degli orientali invase la stanza , e le narici della prepotenza burocratica investigarono l’odore acetico dei virginia Mc Clelland .

II

“Tu mi devi spiegare, quale ragione ti spinge a comprare tutto questo tabacco, capisco che sia introvabile nel nostro paese e non nego che sia squisito, ma se non te lo fumi, che lo compri a fare?” gli chiese il suo perplesso collega di vizio , al quale aveva appena narrato la sua disavventura in dogana .
“Eh…” sopirò, ridacchiando sotto i baffi De Robertis , riassestando gli occhiali sul naso, con l’aria di chi debba per l’ennesima volta spiegare l’ovvio a un mentecatto, “vedi caro Pino, il punto non è tanto fumare, ma saper cogliere l’intero spettro di sapori che quasi sinfonicamente il tabacco è capace di offrire e, soprattutto, bisogna saper imparare la pazienza, per farlo invecchiare; quando è invecchiato , e il virginia ha sviluppato i suoi zuccheri, allora si che diventa una fumata de gna di essere fatta e ricordata; magari tramandata, chissà…”, replicò sibillino , mentre Pino si chiedeva muto a chi potesse essere tramandata una fumata memorabile.
“Si d’accordo, posso anche comprendere, ma tutti questi tabacchi che compri oggi quando li fumerai, tra trent’anni?”, fu il suo unico sussulto.
“No, non tutti almeno; ma l’obbiettivo è di fumare tabacchi che abbiano un invecchiamento medio di almeno otto anni” fu la conclusione del ragionamento del De Robertis .
‘Invecchiamento medio?’ parve domandare il silenzioso arcuarsi del sopracciglio destro di Pino.
‘ Medio ’ confermò l’immobile sguardo ieratico di Gaetano , senza dire parola, che aveva perfettamente decifrato l’irsuto punto di domanda dell’altro .
“E se morissi prima di quel termine, per così dire ‘medio’?” insinuò tentatore Pino , tornando per primo a far uso dell’organo deputato alla parola.
“Se sarò morto il problema sarà stato definitivamente superato”, concluse assiologico De Robertis .
In effetti l’ultima argomentazione era insuperabile e, d’altro canto, iniziò a pensare a-dialogicamente Pino i soldi erano i suoi, c’era chi li impiegava peggio, lui stesso non sarebbe stato, in verità, in grado di scagliare la prima pietra; se l’avesse fatto, di sicuro, sarebbe stato poi costretto a nascondere, vergognoso, la mano.
Di sicuro non sbagliava a dubitare delle reali motivazioni dell’amico, sebbene non riuscisse a comprenderle appieno. Il fatto era che De Robertis sapeva bene di non vivere nel migliore dei mondi possibili, purtuttavia non perdeva la speranza che ogni monade fosse al suo posto; ogni uomo sente la primordiale necessità di ordinare l’irrazionale caos che lo circonda, di credere che , in fondo, all’interno delle mura domestiche tutto sia a posto e proceda secondo i piani ; quali poi , restava un mistero.
Ecco, per Gaetano De Robertis il tabacco aveva quell’inespresso scopo, e se proprio non riusciva a pacificarlo del tutto, poteva, alla fin dei conti, consolarlo, quale estremo rimedio.
“Ma non hai paura che il tabacco ammuffisca o vada rovinato?” fu l’ultimo inutile tentativo di Pino.
Un bonario sorriso aleggiò sul volto di De Robertis , mentre pensava a quante volte aveva già spiegato come conservasse il tabacco dentro i bormioli , una volta aperto, proprio a scongiurare quegli accidenti; peraltro, era la minima parte, quello che andava via via fumando, poiché quello posto realmente a invecchiare si guardava bene dall’aprirlo, di privarlo del suo originario sottovuoto.
“No”, si limitò a dire, riassumendo , nella più semplice e breve negazione che consentisse il linguaggio, tutti passati dialoghi con l’amico: con un po’ di fortuna la memoria avrebbe fatto il resto.
“Sia!”, s’arrese Pino, “ma io non vedo altro che accumulazione: rinunzi a cogliere la bellezza dell’attimo, a intimargli di fermarsi, mentre non c’è altro che accumulazione nel tuo progetto, la paura ch e tutto possa sfumare, cosa che, oltretutto, sarebbe in ogni caso la più logica conseguenza. Certo, tu sosterrai che la stai preparando la venuta dell’attimo indimenticabile, ma intanto la procrastini, col rischio che l’unico concreto risultato che tu possa ottenere sia solo l’indurimento della tua anima . E poi, cos’è questo tempo durante il quale invecchia il tuo tabacco, lo puoi forse toccare, a stento lo possiamo pensare.”
“Su, non perdere la tua dignità così, il tempo è un fatto ” lo rimproverò bonario De Robertis .
“Mi fa specie che un uomo di scienza come te prenda sottogamba quest’argomento; eppure, ti ci sei abbondantemente dovuto affaticare nei tuoi studi universitari. Forse il desiderio di accumulazione s i è fatto così potente da … ma lasciamo andare , se è vero che il tempo è relativo, dovrà essere pur vero che lo è anche il modo in cui si sceglie d’impiegarlo. ”
III

Soddisfatto della fumata e della conversazione, lasciato l’amico a finire di fumare e pagare il conto delle innumerevoli birre , De Robertis s’era ritrovato in pochi minuti nel suo studio, circondato dagli innumerevoli raccoglitori, i quali invec e di accogliere premurosi al loro interno fascicoli di lavoro , erano divenuti il ricovero di latte di ogni genere di tabacco , accuratamente separato e classificato per genere, specie e sotto specie .
Lo sguardo di De Robertis si posò sulla scrivania dove lo attendevano le latte comprate in mattinata, iniziando a collocare mentalmente ogni latta nel suo futuro scomparto. Lo sguardo indugiò un attimo sulla scatola di Orientali n. 1 che la prepotenza poliziesca aveva violato; poco male: avrebbe fumato quel tabacco nelle settimane seguenti , rimediando con un’altra per l’invecchiamento. Quella sera, però, era dedicata a un’occasione speciale, attesa ormai da tanti anni, l’apertura del Christmas Cheer ormai posto a invecchiare da quindici anni esatti, proprio quel giorno la latta compiva il suo genetliaco .
Liberata la scrivania da ogni ingombro, De Robertis con crescente eccitazione tolse il coperchio di plastica posto alla sommità della latta di tabacco e, non senza esitazione, infilò l’indice destro nell’anello d’alluminio, tirando il quale avrebbe abbattuto le ultime mura che difendevano ancora il tabacco. Chiudendo per un attimo gli occhi pensò a quegli ultimi anni trascorsi e, zac!, un incalcolabile istante dopo il profumo del tabacco, prepotentemente, aveva già invaso tutta la stanza. Infilò immediatamente il naso all’interno del contenitore, a sincerarsi che quello che sentiva fosse effettivamente l’odore che aveva percepito, inalando profondamente dalle narici. Si, riconosceva il consueto odore acetico di quella selezione di scuri virginia, ma dopo quindici anni l’odore s’era fatto più dolce, morbido. Sempre con gli occhi chiusi, più volte allontan ò e rimmerse il naso nella latta a sincerarsi della infinità di sfumature che promanavano. Su un bianco foglio di carta versò una carica di tabacco, esaminandone con attenzione il colore: il più grosso di quelle irregolari scaglie di flake era di una scurezza mai vista, tanto da far maggiormente risaltare il lucore cristallino dello zucchero che affioravano sul dorso. Lo finì di sbriciolare lentamente, annusando, di tanto in tanto, il pezzo che aveva ogni volta in mano, chiedendosi se non fosse stato più opportuno attendere ancora qualche anno. Caricata la pipa , una Ardor dalla forma comunemente definita lovat , con la più lieve pressione del dito , pigiò involontariamente con la stessa delicatezza il telecomando del suo stereo, e le note di un pianoforte diffusero la prima mazurka di Chopin.
Acceso il fiammifero lo avvicinò con esasperante lentezza ve rso il centro del fornello, attendendo si vedere il tabacco gonfiarsi, quando squillò il telefono.
‘Cazzo il telefono! Mi sono dimenticato di spegnerlo’ pensò De Robertis , allontanando la fiamma dal tabacco che già tendeva a rialzarsi e gettando il fiammifero nervosamente nel posacenere.
“Pronto.”
“ Buonasera ingegnere, sono io, scusi se la disturbo a casa a quest’ora” rispose la voce incerta dall’altro capo del telefono.
“Io chi?”
“Mi perdoni, sono Antonello, abbiamo un grosso problema col sistema di sicurezza e francamente non so dove mettere le mani.”
“Mi dica tutto” rispose rassegnato De Robertis che, dopo aver posato la pipa, era stato costretto a far tacere anche Chopin.
“Beh, insomma il problema è questo…” Il problema era serio, ma non tanto da impedire a De Robertis di lanciare qualche triste occhiata alla pipa, abbandonata sulla scrivania e di pensare che mentre loro due parlavano , il tabacco s’asciugava dentro la pipa, che l’atmosfera , la liturgia, era stata infranta e chissà se avrebbe saputo ricrearla. Guidava seccamente, con ordini più che consigli, quel giovane e inesperto collega attraverso il dedalo del linguaggio binario, sperando che la questione finisse velocemente, occhieggiando di tanto in tanto le lancette dell’orologio; ma le lancette sembravano ferme, le parole del collega gli arrivavano lentissime, quasi sospese immobili nell’aria .
Non fu cosa lunga, non più di mezzora, che all’ingegnere parve una vita intera, quindici anni di attesa, per la precisione.

Terminata la telefonata, De Robertis si premurò di spegnere il telefono cellulare e di staccare la linea del fisso prima di prendere nuovamente in mano la pipa . Dimenticandosi di Chopin per la prima volta in vita sua, sfregò nuovamente il fiammifero e l’avvicinò cauto al tabacco che prese a brillare rossastro , gonfiandosi orgoglioso, mentre le mascelle di De Robertis si serravano per il piacere e un brivido gli percorreva la spina dorsale.
Avvolto da un’azzurrognola sci a di fumo, si ricordò di Chopin, con un sorriso , e pigiando il tasto di avvio dello stereo; pensò che tutto sommato qualche piccolo imprevisto non sarebbe riuscito a rovinargli la festa . D opo qualche secondo, il campanello di casa irruppe in scena .
Imbufalito De Robertis andò ad aprire con la pipa in bocca, deciso a non farsi interrompere da nessuno a qualsiasi costo.
“Chi è?” chiese circospetto attraverso al porta.
“Amici” rimandò l’acuta e ben nota voce di Antonio, uno dei suoi più cari amici.
“Anto’, che cazzo ci fai qua?” chiese sempre più perplesso De Robertis , aprendo la porta, in mezzo alla quale venne a troneggiare la statura fuori dall’ordinario dell’amico.
“Sono venuto a prenderti, piglia la giacca” lo salutò l’amico.
“Eh?”
“Le nostre care consorti si sono incontrate nel pomeriggio, durante lo shopping e hanno organizzato per noi una cenetta con i fiocchi a casa mia. T’abbiamo voluto fare una sorpresa e, così, eccomi qua a prenderti: servizio a domicilio” proseguì sempre più ilare Antonio.
“Ma io, la pipa…” farfugliò De Robertis .
“La pipa la puoi portare, anche se io non l’ho mai capito questo tuo vizio , molto costoso oltretutto ” , concluse Antonio, mettendo tra le braccia dell’amico la giacca che nel frattempo aveva preso dall’appendiabiti. Posata la pipa, mesto, Gaetano De Robertis seguì l’amico, consolandosi al pensiero che al ritorno la fumata sarebbe stata comunque meravigliosa, forse migliore addirittura ; chi non sapeva, infatti , che col virginia non c’è meglio di una bella ‘fumata tanticra ’: acce ndere la pipa lasciarla spegnere e riprenderla solo l’indomani , era una delle cose più gustose che avesse mai sperimentato. E poi rimaneva tutt’intera la latta ancora da fumare, da centel linare per mesi, anni forse: una fumata al mese, una ogni trimestre ; meglio si, una ogni trimestre, se ne sarebbe ricordato di quella latta.

IV

“Insomma non si ricorda altro?” chiese asciutto e professionale il maresciallo dei carabinieri. De Robertis scosse la testa in senso negativo, guardandosi la punta delle scarpe.
“Allora” proseguì il maresciallo “le rileggo la denuncia: mi trovavo a cena a casa di amici, quando sono rientrato a casa insieme a mia moglie abbiamo notato che la porta di casa era aperta. La serratura della porta è risultata essere stata forzata. Ignoti, erano entrati nella summenzionata abitazione e avevano asportato i seguenti beni…” . I l maresciallo iniziò la litania dell’elenco degli oggetti del furto, che il derubato ascoltava passivamente col capo sempre più chino, come sopraffatto da un macigno.
“ Un computer marca Apple, due fascicolatori a tre cassetti co ntenenti i seguenti tabacchi”: i l nome di ogni singolo tabacco rubato una coltellata al cuore; di ognuno De Robertis sapeva quando e dove l’aveva comprato, in che valuta, in compagnia di chi fosse e quando fosse prevista la sua degustazione.
Una profonda malinconia, un vero e proprio sentimento di irredimibile infelicità lo vincevano, nell’udire i nomi delle pipe rubate, dei tabacchi, poco prima elencati da lui stesso con incredibile sforzo di volontà. Non era rimasto nulla: libri, dischi, pipe, tabacchi; proprio nulla , a parte i mobili .
Poco importava dei libri o dei dischi, li avrebbe ricomprati, o forse no, in fondo li aveva già letti e ascoltati; ma il tabacco no, coincideva con l’esatto trascorrere della sua vita, quello era invecchiato con lui: era il suo capolavoro, la sua opera più difficile, proprio perché la più paziente. Era certo vero che non aveva fatto null’altro che aspettare, ma era esattamente quel vincere la tentazione, domare la sua libidine con un atto consapevole e titanico di volontà a rappresentare quant o di più umano e al tempo stesso disumano potesse essere un innocuo vizio . L’invecchiamento non era un’opera del tempo ma della sua volontà che aveva saputo resistere, che merito aveva il tempo?
Il tempo, già! , Anni d’attesa, racchiusi in quei barattoli, che avrebbero potuto rinnovarsi nel futuro, avere un senso una direzione ben precisa, erano svaniti in poche ore , sicuramente destinati a essere abbandonati in qualche discarica, una volta che i ladri si fossero avveduti qual era il reale contenuto di quegli ermetici contenitori ; forse, proprio l’accuratezza con cui erano chiusi, li aveva indotti a caricarsi quel peso così inutile per loro.
Solo u n miracolo poteva salvarlo, p ensò , disperato De Robertis : l’idea folle che il tempo non fosse un semplice fatto, come gli suggerivano gli stessi pensieri che in quei momenti andava elaborando , ma che fosse veramente relativo. Forse un giorno avrebbe trovato una curvatura nello spazio , per un atto di pietà cosmica, che gli avrebbe reso il suo tempo passato e con esso i suoi tabacchi, i suoi anni d’attesa , la sua stessa vita .

“Infine, una latta rossa appena aperta di Christmas Cheer e una pipa marca Ardor, modello lovat . Si scrive senza ‘acca’ lovat , vero ingegnere?”

domenica 13 dicembre 2015

"If it doesn't stop, shoot it"

Humphrey Bogart e Lauren Bacall in Key Largo
Non ho il piacere di conoscere Gregory L. Pease altrimenti se non attraverso le sue magiche creazioni. Ma non credo di sbagliare pensando che abbia una passione per i grandi noir americani degli anni '40 e '50.  Non si spiegherebbe altrimenti perché una delle sue più riuscite EM si chiami Maltese Falcon. O perché col tabacco oggetto di questo post egli abbia deciso di omaggiare ancora una volta John Huston battezzandolo col nome quanto mai evocativo di Key Largo. E in effetti una volta colto il nesso con questo film del 1948 (che gli spettatori italiano conoscono col titolo di L'isola di corallo) è impossibile non abbandonarsi alle suggestioni che esso porta con sé. Il Key Largo di Pease (e ringraziamo il cielo che i nomi dei tabacchi da pipa non vengano tradotti) è una miscela - presentata in forma di broken flake già parecchio sciolto - di Virginia rossi, orientali, una quantità giusta (= decisamente avvertibile ma non preponderante) di Latakia e foglia da sigaro. Partiamo dai Virginia rossi: chi ne conosce  il gusto sontuoso magari attraverso i meravigliosi Matured Virginias 25 e 27 di McClelland sa già che si tratta di una base decisamente importante e strutturata, piena di dolcezza e rotondità, in piena sintonia con le atmosfere quasi da tropico evocate da Huston. E come non pensare che la foglia di sigaro non sia un omaggio ai sigari fumati durante tutto il film da Johnny Rocco, un Edward G. Robinson in stato di grazia?

Key Largo & Duca Pipe
Ma questa di Pease non è banalmente una EM con un po' di foglia di sigaro aggiunta "per vedere l'effetto che fa" (e sappiamo che quando si esce dal seminato delle composizioni classiche il rischio dell'intruglio-Frankenstein è sempre dietro l'angolo) : il suo interplay con le altre componenti della miscela conferisce a quest'ultima un tocco decisamente dry e ne tira fuori delle deliziose note di cacao amaro assolutamente inattingibili in altro modo.

Devo confessare di avere un rapporto un po' problematico con le miscele contenenti Latakia. È un po' quello che mi succede col minestrone: se mi capita di assaggiarne uno buono lo apprezzo, ma è veramente difficile che me ne venga la voglia in prima (e spesso anche in seconda) battuta. Ecco, con questo Key Largo (ripreso in questi giorni dopo averne fumato un paio di scatole qualche anno fa) mi sta succedendo esattamente l'inverso: è un tabacco che sto avendo voglia di fumare e rifumare al punto da mettere un po' in ombra i miei prediletti Virginia.

Taglio e grado di umidità di questa miscela ne fanno un tabacco di fumabilità assolutamente facile. Si scioglie leggermente qualche pezzo di flake un po' più grosso, si carica, si accende e ci si mette in ascolto. In ascolto delle mille sfumature dei Virginia o della notina balsamica degli orientali, certo. Ma in sottofondo si sente anche la voce arrochita di Bogart. O quella sensualmente contraltile della Bacall.




sabato 14 novembre 2015

Le mal de Paris

Non credo di affermare nulla di nuovo dicendo che non si prova empatia che per ciò che si sente vicino. Si potrebbe addirittura sostenere che una buona misura della nostra capacità di provare empatia è data da quanto lontana da noi può stare una cosa prima che smettiamo di considerarla vicina.

Se gli orribili fatti di sangue verificatisi ieri a Parigi fossero successi a Bogotà, a Sidney o a Vladivostok questo non avrebbe ovviamente diminuito di un grammo la loro dirompente carica di morte e desolazione. Ma il fatto che abbiano avuto luogo proprio a Parigi mi rende il fardello di angoscia ancora più pesante da sopportare.

Sia io che Justyna amiamo molto Parigi, e dal nostro primo soggiorno nel 2007 per festeggiare i miei quarant'anni non abbiamo perso occasione per ritornarci. Senza poter dire di essere dei sopraffini conoscitori della città siamo però già nella fase in cui in un posto non si va ma ci si torna. Abbiamo ormai il nostro alberghetto nel 1er, i nostri ristoranti, le nostre strade, i nostri giri.
In qualche occasione abbiamo fatto coincidere la visita coi concerti che nella capitale francese ha tenuto la mia amica Irene; né abbiamo trascurato il tour sugli itinerari di Maigret, dal boulevard Richard-Lenoir alla Place des Vosges, all'immancabile foto sotto la targa azzurra del Quai des Orfèvres con tanto di pipa in bocca: la stessa foto che avranno fatto legioni di cretini come me, come me affascinati dalla pipa e dal commissario di Simenon.


Abbiamo ricordi di passeggiate invernali fatte di sera lungo i quais, con la neve che turbinava nell'aria; e di passeggiate primaverili godendo del silenzio di quell'autentica oasi di pace che è l'Ile Saint-Louis. Abbiamo il ricordo di quella volta che, stremati dal freddo e dal lungo peregrinare, ci siamo rifugiati per qualche minuto nell'Èglise de Saint-Eustache, vicino alle Halles per scoprire che c'era nientemeno che Jean Guillou che suonava Liszt all'organo.
Abbiamo i ricordi di memorabili soupes d'oignon al Pied de Cochon e di commoventi choucroutes alla Brasserie Bofinger.
Abbiamo i ricordi degli incredibili cieli stellati di Van Gogh al Musée d'Orsay e delle ninfee di Monet al Musée de l'Orangerie.

Chissà, magari qualcuna delle vittime della follia sanguinaria di ieri ci sarà passata accanto per strada o avrà preso la metropolitana insieme a noi. Magari con qualcuno - cameriere, commesso o semplice passante cui abbiamo chiesto informazioni - avremo addirittura scambiato qualche parola.
È questo il groppo d'angoscia in più che queste stragi per me rappresentano.

Ecco, se in tutta questa vicenda c'è qualcosa che mi risulta davvero incomprensibile è il meccanismo col quale in nome di un'idea si può giungere a disprezzare tanto la vita propria e quella altrui. Come si possa azzerare la propria empatia fino al punto da non sentirsi vicini più a nessuno, nemmeno a sé stessi.

Siamo già travolti da un fiume di parole riguardo questa tristissima vicenda, e sarà così anche nei giorni a venire. Io spero solo che quanto prima le riflessioni si orientino sul terreno solido (perchè popperianamente falsificabile) dei sistemi di lotta e contrasto a questi fenomeni  orribili e non su quello melmoso dello scontro di ideologie e civiltà.

Per il momento io mi limito a ripensare, con inutile dolore, a ognuna delle vittime di questa follia, a ognuna delle tante esistenze spezzate. A queste persone che oggi sento, per dirla con Baudelaire, mon semblable, mon frère.



mercoledì 21 ottobre 2015

Cho-pin

Seong-Jin Cho, vincitore del XVII Concorso Chopin (foto B. Sadowski/NIFC)
A Vespro della quarta giornata della vicenda narrata da Umberto Eco nel Nome della rosa, Guglielmo da Baskerville rivela il suo metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori. Non saprei dire quanti dei giurati dell'edizione 2015 del Concorso Chopin di Varsavia abbiano familiarità col romanzo di Eco, ma sta di fatto che dovendo riassumere in una sola frase i miei pensieri riguardo al verdetto annunciato ieri notte non mi viene in mente una formula migliore di questa: una verità probabile raggiunta attraverso una serie di sicuri errori.
Il ventunenne coreano Cho è senza ombra di dubbio un pianista di prima forza, tecnicamente inappuntabile  e ascoltando il suo Chopin si possono sperimentare appieno tutta la nitidezza e l'eleganza che ci si aspetta dal più aristocratico dei compositori. Il suo ciclo completo dei Preludi op. 28 durante la terza tappa è stato pura magia. Inoltre gli va dato atto di aver resistito con piglio di maratoneta al massacrante tour-de-force della competizione polacca, sfornando prestazioni impeccabili dal primo notturno della prima tappa fino al concerto n. 1 della finale.  Forse nella decina giunta in finale c'erano personalità più definite (penso soprattutto al canadese Charles Richard-Hamelin, giunto secondo e all'americana Kate Liu, medaglia di bronzo). Ma Cho è talmente giovane che sapremo ben presto se - libero dalle pastoie del concorso - saprà muoversi lungo il sottilissimo filo sospeso fra l'arbitrio e la pura riproduzione meccanica del testo. 
Sicchè, dopo l'incomprensibile vittoria assegnata a Yulianna Avdeeva cinque anni fa, almeno stavolta ha vinto un pianista la cui caratura di interprete chopiniano è al di sopra di ogni sospetto: e quindi la verità probabile è stata raggiunta.
Ma - ahimè - il prezzo pagato per raggiungerla è costituito dai sicuri errori che i giurati hanno commesso (anche stavolta come del 2010) nella selezione fra le semifinali e la finale: almeno due dei concorrenti arrivati in finale (il lettone Osokins e il croato Jurinic) avrebbero potuto senza alcun danno essere fermati molto prima; e il fatto che così non sia stato ha fatto sì che candidati decisamente più meritevoli si siano visti sbarrare la strada. 

Di sicuro il più grande danneggiato è stato il polacco Krzysztof Książek, a mio giudizio il più interessante di tutta la nutritissima compagine polacca presente quest'anno. Il perchè gli sia stato preferito Jurinic, uno che ha candidamente affermato di non capire il senso musicale delle Mazurche (cosa che era del resto risultata chiarissima all'ascolto) è una cosa che sfugge alla mia comprensione, e spero che l'istituto Chopin pubblichi presto i voti dei singoli giurati per capire chi si è reso responsabile di un errore di valutazione tanto marchiano.
Lo dico a chiare lettere: per me Książek è stata la vera rivelazione di questo concorso, un autentico poeta del pianoforte, un musicista intelligentissimo che non a caso ha brillato particolarmente proprio nei numeri in cui è più necessaria una comprensione profonda del testo musicale: la sua interpretazione delle tre Mazurche dell'op. 50 o della terza Sonata rimangono fra le cose più belle ascoltate nei venti giorni di questa maratona chopiniana.

Anche quest'anno, come già nel 2010, la benemerita emittente TVP Kultura ha seguito integralmente il Concorso, corredando tutte le emissioni di un controcanto di commenti in studio che erano - puramente e semplicemente - una meraviglia : sentire persone tanto colte e preparate dire cose tanto profonde e intelligenti, e dirle senza alzare la voce e senza tentare di prevaricarsi vicendevolmente è stato davvero rigenerante.

Così che, nonostante anche stavolta le decisioni della giuria non siano state esenti da ombre, esco da questa full immersion nella magia del pianoforte di Chopin con l'animo lieto e con la consapevolezza che ripenserò con nostalgia a questi ultimi venti giorni.  Con la nostalgia dalle mille sfumature della Mazurka op. 50 n. 2, per esempio.

sabato 10 ottobre 2015

All you need is lovat

Doveva essere il 2010, era Natale e anche questa storia - come buona parte delle belle storie della mia vita - inizia con Justyna.
Inizia con Justyna che decide di regalarmi una pipa e per far questo si reca rigorosamente da sola nel negozio Savinelli in via Orefici a Milano.  La pipa che sceglie la sceglie sulla base di un criterio estremamente semplice: doveva essere qualcosa di diverso da tutto ciò che in quel momento c'era sui miei scaffali.

Savinelli Night & Day
Fu così che entrai in possesso della Savinelli 703 KS "Night" che vedete ritratta in basso nella foto qui a fianco: una sorta di finissaggio dress (magari in origine meno laccato) che col tempo sta prendendo una splendida aria di vissuto. Oltre che esteticamente, la pipa mi piacque talmente tanto in termini di resa coi miei prediletti Virginia, asciuttezza e feeling generale che ben presto la sindrome del criceto si manifestò in tutta la sua virulenza e alla 703 in finitura "Night" affiancai la gemella in finitura "Day". Nel 2010 ero ancora abbastanza agli inizi di questa mia riscoperta della pipa, sicchè non molte delle pipe che all'epoca facevano capolino nella mia libreria si trovano ancora lì: ma queste due sono rimaste una sorta di stella fissa in un roteare a tratti abbastanza frenetico di marche, shape e finiture.

* * *

La lovat è una variazione sul thema regium della billiard. Con quel cannello lungo lungo che finisce in un bocchino corto e per di più a sella mi ha sempre dato una sensazione di allegria, con una punta di sberleffo: se fosse una delle Goldberg sarebbe probabilmente la variazione 30, il quodlibet; se fosse una Diabelli sarebbe quella Su "Notte e giorno faticar".  
Secondo A passion for pipes, fu la gloriosa BBB a realizzare per prima questa forma e a battezzarla in omaggio al colonnello Henry Fraser lord Lovat sicchè per una delle tante gradevoli incongruenze della vita, uno degli shape più cari a un convinto antimilitarista come Yours Truly prende il nome da un colonnello scozzese. 

A differenza della billiard, che rimane pensabile più o meno in qualunque dimensione assoluta, la lovat è una pipa che (almeno per quanto mi riguarda) ha senso non molto oltre il gruppo 4 Dunhill: le due Savinelli sopra sono già pericolosamente al limite superiore. Quando - all'inizio di quest'anno - la lovat-mania ha avuto un momento di pericolosa recrudescenza, sapevo già che non potevo farmi mancare l'intepretazione di questo shape da parte di Ardor. 

La lovat chez Ardor.
Sono così venute alla luce le due meraviglie che vedete riprodotte qui a destra, e tra i miei ricordi più belli di appassionato di pipe figura la conversazione che ho avuto con l'egregio Damiano Rovera, quando dopo che ebbe finito la pipa in basso e che nella mia idea doveva ricevere una tinta tanshell mi telefonò dicendo che secondo lui la sabbiatura era venuta così bene che sarebbe stato un peccato metterci qualunque colore sopra. E in effetti è una realizzazione talmente perfetta che vale bene il piccolo sacrificio alla pigrizia imposto dal doverla fumare col guanto di cotone per evitare di macchiarla e consentirle di imbrunirsi unicamente col calore e con la traspirazione. 

Maneggiando e osservando queste due pipe ho scoperto che nell'ambito dello shape ho una predilezione per le realizzazioni col cannello particolarmente sottile in rapporto alla testa, cosa che conferisce alla pipa una sorta di macrocefalia  come (si parva licet componere magnis) in certe figure femminili del Parmigianino.






Ma ovviamente esistono lovat prive di questo dettaglio e che risultano ugualmente irresistibili, come la Ashton che vedete sotto e che forse costituisce il non plus ultra in fatto di sabbiature craggy:


È una pipa che ho preso rodata e che - secondo l'autorevole parere del mio amico Antonio - risale agli albori della produzione Ashton: non ho dubbi che da nuova dovesse essere addirittura leggermente pungente. 

Oppure come la personalissima interpretazione di questo shape data da uno dei più interessanti pipemaker italiani, Andrea Gigliucci realizzata con la sua incredibile rusticatura:

Una lovat per il XXI secolo: Gigliucci "RR"

Non so ancora quali altre tappe toccherà questo peregrinare intorno a una forma che io trovo tanto affascinante quanto - grazie al bocchino a sella - incontestabilmente comoda. Ma questo è uno dei casi in cui  il viaggio è più importante della meta. 


sabato 26 settembre 2015

U siebie

"Sentirsi a casa" in polacco si dice "czuć się jak u siebie". "Siebie" è il  pronome riflessivo (a differenza dell'italiano non c'è differenza fra le persone), sicchè la traduzione letterale sarebbe qualcosa come "sentirsi presso sé stessi". È interessante notare come il riferimento allo spazio esterno, alla casa, in polacco semplicemente evapori per lasciare posto a una locuzione che riguarda solo ed esclusivamente il soggetto e la propria interiorità. La casa è il posto in cui ci si sente presso sé stessi.

Nel 1960, centocinquantesimo anniversario della nascita di Chopin, l'etichetta discografica di stato Polskie Nagrania lanciò uno dei suoi più ambiziosi progetti: un'esecuzione dell'opera omnia chopiniana a cura di alcuni dei più eminenti pianisti polacchi dell'epoca. Nessuno di loro era né diventò in seguito una superstar del pianoforte (e del resto dubito che il concetto stesso di superstar fosse fra i più in voga nell'austera Repubblica Popolare) ma rimane il fatto che fra Halina Czerny-Stefanka (vincitrice del primo premio al IV Concorso Chopin nel 1949), Henryk Sztompka (che nella prima edizione del Concorso riportò il premio speciale per l'esecuzione delle Mazurche), Regina Smendzianka, Jan Ekier (in seguito diventato curatore dell'edizione nazionale a stampa delle opere di Chopin) ed altri, si trattava di un rassemblement di pianisti di primissimo livello.

Halina Czerny-Stefanka
Sto ascoltando in questi giorni proprio questo autentico monumento sonoro e devo confessare di esserne puramente e semplicemente affascinato. Due caratteristiche che mi sembrano evidenti anche ad un ascolto superficiale sono da una parte l'assenza di ogni forma di protagonismo da parte degli interpreti coinvolti nell'impresa, la sensazione quasi palpabile dello spirito di servizio con cui essi si pongono nei confronti di Chopin e della sua musica; dall'altra, la perfetta idiomaticità con cui viene trattata e resa la musica chopiniana. E quando parlo di idiomaticità non parlo soltanto dell'uso perfetto del rubato o dello stacco impeccabile dei tempi spesso complicati delle mazurche: mi riferisco anche a una sorta di vicinanza spirituale che la registrazione (di livello decisamente buono nonostante gli anni e la latitudine) riesce a catturare.

È come se per questi pianisti non ci fossero barriere da superare, problemi interpretativi da risolvere, ostacoli concettuali da rimuovere: l'enigma non v'è, per dirla con Wittgenstein, basta (!) suonare quello che è scritto come è scritto. E il risultato è di una freschezza, una naturalezza, una spontaneità davvero avvincenti. Va da sè che questi risultati non sono il frutto di una sorta di ingenuità interpretativa più o meno cosciente: sono al contrario il risultato di un approccio raffinatissimo ed estremamente meditato.

E per convincersene basterà ascoltare cose come la prima Mazurka dell'op. 33, a mio avviso fra le più metafisiche di tutto Chopin, che sotto le dita di Henryk Sztompka fluisce con la naturalezza di un torrente del Mazowsze:




Intendiamoci bene: il mezzo secolo abbondante che ci separa da queste registrazioni non è (fortunatamente) trascorso invano, né oggi è possibile pensare di rinunciare agli Studi di Pollini, alle Ballate di Zimerman o alle Polacche di Blechacz. Eppure accostandosi (o ritornando) a queste letture la sensazione di libera naturalezza è troppo forte per poterle resistere.

È musica suonata da chi con Chopin si sentiva davvero a casa e che ha il potere di far sentire anche l'ascoltatore a casa.

U siebie.

domenica 13 settembre 2015

Esercizi di traduzione dal polacco, 4

Un ricordo d'infanzia come tanti si trasforma, nella prosa acuminata di Sławomir Mrożek, in una riflessione sulla verità e sull'inganno. Il testo è tratto da "Osservazioni personali" (Uwagi osobiste, Warszawa, Noir sur Blanc, 2007)


Il latte


Cracovia, Planty. Fotografia di B. Maliszewska
A Cracovia, non lontano dal parco Planty, c'era una mescita di bevande analcoliche. Fra i tavolini di marmo, su piattini e tovaglioli, si serviva del delizioso latte. Freddo d'estate e - di sicuro - caldo d'inverno. Probabilmente anche altre bevande: cioccolata calda, kakao, limonata: ma di questo non ho la certezza perchè ci andai una volta sola, in estate, e bevvi solo latte. Mi ci accompagnò mia madre, avevo non meno di otto anni e non più di dieci: non meno di otto perchè imparai a leggere (e scrivere) all'età di sette anni e ricordo che riuscii a leggere da solo la scritta che campeggiava all'esterno della mescita: LATTE FRESCO. Non potevo avere comunque più di dieci anni perchè quando avevo dieci anni cominciarono la guerra e l'occupazione tedesca e in posti come quello - ahimé - non ci si andava più.
L'annuncio LATTE FRESCO mi inquietava: non era difatti scritto con la vernice o con lo smalto, ma inciso nella pietra sulla facciata dell'edificio, come avevo visto da qualche parte sui basamenti dei monumenti di granito. La cosa mi sembrava illogica. "E che succede" - pensavo - "se il rifornimento del latte arriva in ritardo, o si verifica qualche altra circostanza imprevedibile e il latte arriva non più fresco? O addirittura inacidito? In quel caso la scritta che è fissa continuerà a ripetere LATTE FRESCO. Ma solo il sostantivo LATTE sarà la verità, mentre l'aggettivo FRESCO diventerà una bugia".
Non sapevo ancora che proprio allora e proprio in quel modo la mia infanzia cominciava a finire.
Forse avevo imparato a leggere troppo presto.


martedì 25 agosto 2015

A Tale Of Four Squires

Il Four Squires nella classica confezione G&H 
 Lo dichiaro subito: fra le due case di Kendal, le mie preferenze vanno nettamente ai prodotti di Samuel Gawith. Intendiamoci bene, dal Glengarry al Grasmere Flake anche nell'offerta di Gawith&Hoggarth ci sono un bel po' di tabacchi cui devo alcune delle più piacevoli esperienze tabagiche di cui ho memoria; ma nel complesso se devo pensare a referenze davvero irrinunciabili, la mente corre piuttosto al Full Virginia Flake, al Sam's Flake, al Golden Glow, al Chocolate Flake, al Grousemoor che a uno qualunque dei prodotti dello sterminato catalogo della Casa cugina.

Ultimamente però proprio un prodotto Gawith & Hoggarth sta scalando rapidamente le vette delle mie preferenze avviandosi a grandi passi verso la categoria dell'irrinunciabilità: sto parlando del Four Squires Flake.

Esprimendosi per eufemismi, il Four Squires non è probabilmente il più noto e apprezzato prodotto fra quelli confezionati nelle inconfondibili scatolette verdi di G&H. La stessa Casa non si è esattamente sprecata nel fornire una descrizione leggermente più accattivante di quelle che si trovano di solito nei foglietti illustrativi degli sciroppi per la tosse:

Four Squires Flake is a combination of flue-cured Virginias from Brazil and Zimbabwe, augmented with a smaller amount of sun-cured to add sweetness and body.

Come vedete, mancano giusto indicazioni del tipo "consumare lontano dai pasti" o "non superare le dosi consigliate".

Si tratta invece a mio parere di un tabacco che meriterebbe ben altra considerazione, dato che unisce la misteriosa, sfuggente, elusiva complessità dei grandi Virginia con una disarmante facilità di gestione.

Le prime note che si presentano all'accensione sono quelle floreali tipiche della produzione della Casa, ricordando molto da vicino il Glengarry. Ma nel caso del Four Squires si tratta di un'apparizione davvero fugace, un po' come il ruggito del leone all'inizio dei film della MGM.

Successivamente è l'interplay fra i vari gradi di Virginia a prendere il centro della scena, contrappuntato da una nota di sottofondo veramente intrigante: secondo alcune fonti in questo tabacco sarebbe presente una leggera aromatizzazione allo sciroppo d'acero. Ma dimenticatevi pancake e mercanzia similare, ché questo tabacco non è la risposta inglese all' Autumn Evening di Cornell&Diehl. Personalmente se proprio dovessi dare un nome a questa notina (e vi pregò di notare il diminutivo, questo *non* è un aromatizzato) molto più che sciroppo d'acero parlerei di zucchero di canna.

È un tabacco dalla forza nicotinica media o forse anche medio bassa, lo si può fumare in ogni momento della giornata senza nessun particolare rito preparatorio che non sia quello di sbriciolare un po' di flake con le mani, infilare nella pipa e accendere. A tutto il resto penserà lui, e al fortunato pipatore non rimarrà che stare ad ascoltare. Ma anche questo in totale relax, potendosi anche consentire un attimo o due di distrazione.

È un po' come ascoltare una bella selezione di standard suonati dal trio di Oscar Peterson: forse non sarà l'ultima parola in fatto di complessa sublimità, ma ci si sente felici e in pace col mondo lo stesso.

mercoledì 19 agosto 2015

Tout Maigret (peut-être), 6 - Il cane giallo

Per me una delle più belle (as usual da ferencpinter.it)
Scritto nel marzo del 1931 e pubblicato nell'aprile dello stesso anno, questo Le chien jaune (tradotto in italiano coi titoli di Maigret il cane giallo o semplicemente Il cane giallo) è un romanzo che allo stesso tempo conferma e smentisce alcune delle linee di tendenza che avevamo cominciato a delineare nelle puntate precedenti.

La conferma più importante riguarda il modo tutto simenoniano di tratteggiare gli uomini di mare, come il Léon (!) Le Guérec di questo romanzo: un uomo in cui tutto, dalla forza alla dimensione di mani e piedi, dall'ira alla capacità di sopportazione è enorme, possente, smisurato. E questo suo essere fuori scala e fuori misura è reso vieppiù evidente dal contrasto con la piccolezza, la debolezza, la mediocrità dei notabili di Concarneau, la cittadina bretone in cui Maigret si trova distaccato per riorganizzare la locale brigata criminale (e in cui Simenon qualche anno più tardi ambienterà uno dei suoi più bei "romanzi-romanzi", Les demoiselles de Concarneau).

Due mondi, quello di Le Guérec e quello degli avventori abituali del bar dell'Hotel de l'Amiral, incompatibili e sembrerebbe incommensurabili anche fisicamente, due mondi il cui incontro innescherà le vicende che poi toccherà a Maigret portare alla luce.

Un'altra conferma la troviamo nel modus operandi di Maigret, nel suo rifiuto (apparente) di dedurre, finanche di pensare, questa filosofia quasi zen dell'abbandono passivo alle forze che scaturiscono dalle atmosfere dei luoghi e dalle fisionomie delle persone. E' una teorizzazione che in questo romanzo diventa quasi didascalica per la presenza a fianco di Maigret di un giovane ispettore via via più perplesso e sconsolato circa i metodi (o meglio: la mancanza di qualunque metodo) del suo capo. Una mancanza di qualunque metodo che qui è enunciata programmaticamente:

Autrement dit, j’ai pris l’enquête à l’envers, ce qui ne m’empêchera peut-être pas de prendre la prochaine à l’endroit… Question d’atmosphère… Question de têtes… Quand je suis arrivé ici, je suis tombé sur une tête qui m’a séduit et je ne l’ai plus lâchée…
Ma oltre alle conferme c'è in questo romanzo almeno un elemento che lo differenzia da quanti l'hanno preceduto, ed è il suo non essere inquadrabile in nessuno dei due poli della dicotomia romanzi del colpevole / romanzi della vittima.
Nè l'assassino nè la vittima riescono qui ad assurgere ad elementi davvero centrali della narrazione.
A meno di non voler pensare che il vero protagonista (ossia il vero colpevole) sia proprio l'atmosfera generale di Concarneau: la tristezza del gruppo di falliti che si riunisce all'Hotel de l'Amiral sera dopo sera perpetuando stancamente dei rituali in cui in fondo nessuno crede più; il bisogno quasi maniacale di salvaguardare le apparenze, di ricevere quelle piccole distinzioni grazie alle quali ci si può illudere di essere altro dal profanum vulgus; il volersi credere a tutti i costi migliori di quello che si è e di dove si è.

Ecco, dovessi precisare in poche frasi il reale tema di questo romanzo ne parlerei come di uno studio sugli effetti di una frizione fra due universi sociali e umani che possono coesistere pacificamente solo a patto di non sfiorarsi mai, neppure per sbaglio. Uno studio che però non ha nulla di asettico o di neutrale, perchè Simenon (e con lui Maigret e con Maigret noi) ha per il mondo degli umili, degli sconfitti dalla vita un calore di simpatia che anche in questo caso traspare quasi didascalicamente: non sono molti i romanzi di Maigret in cui si leggono frasi tanto esplicite come:

Et Maigret avait été tellement empoigné qu’il faillit, par contrecoup, éclater de rire.

E questo sguardo commossamente partecipe di Maigret non può non trasferirsi in noi che leggiamo le vicende di questo romanzo, che si chiude con uno spiraglio di luce e di speranza tanto più benvenute dopo l'opprimente cupezza che lo ha permeato fin quasi alla fine.



martedì 11 agosto 2015

Let's twist again

For, when Stubb dressed, instead of first putting 
his legs into his trowsers, he put his pipe into his mouth.

Hermann Melville, Moby Dick or The Whale


Uno degli aspetti del fumare la pipa che trovo più affascinanti è la varietà davvero infinita non solo dei gusti e degli aromi ma anche delle modalità di preparazione e confezionamento attraverso le quali il tabacco può essere veicolato.
Dal ready-rubbed al flake, dal plug al crumble kake (qui trovate il catalogo più esaustivo a me noto delle alternative possibili),  è veramente un piccolo mondo di fette, strisce, panetti, monetine e chi più ne ha più ne metta.

Non saprei spiegarmi da dove derivi la fascinazione di cui sto per narrare, se non forse pensando ad una freudiana assonanza coi treccioni di mozzarella di bufala che talvolta popolano i miei bulimici sogni di emigrante: sta di fatto che una tipologia di preparazione che personalmente ho sempre trovato particolarmente attraente già in termini di apparenza fisica è la treccia (o rope, o twist che dir si voglia), ossia sostanzialmente una corda più o meno rigida e più o meno spessa fatta di tabacco, che per essere consumata deve essere affettata a rondelle con un coltello.  

E' un confezionamento che evoca marinai di baleniera o minatori gallesi : sembra che spesso i minatori tagliassero un trancio di rope per masticarselo durante il lavoro, non potendo fumare in galleria e poi consumare il residuo in pipa a fine giornata.  E non è difficile immaginare che lo Stubb di Melville o i minatori di A.J. Cronin fumassero tabacco preparato in questo modo. 
Oggi questo antico e tradizionale sistema di packaging rappresenta una piccola nicchia in un mondo (quello del tabacco da pipa di qualità) che è esso stesso un prodotto estremamente di nicchia: se escludiamo alcuni prodotti tradizionali provenienti da aree extraeuropee (il Tambolaka filippino o il fumo de corda brasiliano), ormai (perlomeno a mia conoscenza) solo le due benemerite case cugine di Kendal contemplano nella loro offerta tabacco da pipa in treccia.

Il solo e vero grosso problema coi twist è che - non saprei se per meglio conformarsi ai gusti della loro platea originaria o per effetti collaterali del processo di lavorazione -  i tabacchi confezionati in questo modo sono quasi sempre caratterizzati da una spinta nicotinica decisamente superiore alla media, il che ne fa una sorta di ironman del fumo di pipa, qualcosa a cui possono avvicinarsi in pochi e anche quei pochi a patto di essere nelle condizioni psicofisiche giuste.

Ma per fortuna esiste anche un'esigua minoranza di referenze che vi dà la possibilità di provare l'ebbrezza del twist anche se la bistecca di balena che avete mangiato l'ultima volta non ve la siete procurata fiocinando di persona il cetaceo. 
Sto pensando in particolare a una linea di prodotti confezionata in esclusiva per conto di Synjeco nientemeno che da Gawith&Hoggarth.

L'Holker Twist di Synjeco
Si tratta di sei prodotti classificabili in due linee distinte, caratterizzate dal diverso diametro e dalla diversa flessibilità delle corde di tabacco.

La prima linea (quella che trae origine dalla corda più spessa e scura, la vedete in foto qui a fianco) comprende l'Oxenfisl Twist, l'Holker Twist e il Kentmere Sliced Twist. Di essi l'Oxenfisl è composto di soli Virginia, l'Holker dagli stessi Virginia dell'Oxenfisl con l'aggiunta di una generosa porzione di Perique e infine il Kentmere Sliced non è altro che Holker già affettato in monetine pronte ad essere infilate nella pipa.

Synjeco Clegir Rope

Analogamente la seconda linea (corda più chiara, più sottile e più flessibile, nella foto qui a destra) comprende il Clegir Rope (solo Virginia), il Grenodd Rope (Virginia + 7% Perique) e l'Ambleside Curly (Grenodd Rope preaffettato). 

Come già accennato, sono tabacchi dall'impatto nicotinico decisamente gestibile, tanto da poterli far diventare dei tuttogiorno senza particolari remore: ma sarebbe un peccato se diventassero dei tuttogiorno perchè sono così dannatamente buoni da meritare ogni volta l'attenzione che si dedica alle pipate d'eccezione. Più morbida, matura, corposa, "passita" la famiglia Oxenfisl, più speziata ed erbacea la famiglia Clegir, si tratta di tabacchi che nessun fumatore di pipa (in particolare se interessato alle multiformi declinazioni dei Virginia) dovrebbe farsi sfuggire l'occasione di assaggiare. E possibilmente di immagazzinare, dato che come tutti i Virginia di qualità invecchiano in maniera sublime. 

Chi di voi non apprezza particolarmente il celebre Kendal scent di cui i prodotti Gawith&Hoggarth sono gli alfieri può stare tranquillo: in questi tabacchi non ce n'è neanche la più lontana eco. Quello che invece condividono con gli altri prodotti della stessa Casa è una facilità di combustione esemplare. Non importa quanto grossolano sia stato il lavoro che avete svolto nell'affettare questi bei treccioni profumati: a patto che non pressiate troppo nel fornello il tabacco brucerà senza problemi di sorta.

L'unico  punctum dolens di questi tabacchi è la loro reperibilità: per procurarseli bisogna andare in Svizzera, o vivere in un Paese nel quale sia legale farsi spedire tabacco dall'estero (il che mette automaticamente fuori gioco l'Italia). 
Ma per dei tabacchi che davvero fanno venir voglia appena svegli di infilare prima la pipa nella bocca che le gambe nei calzoni può valer la pena di fare qualche piccolo sforzo logistico. 

In fondo non sarà mai scomodo quanto scavare carbone nel Galles, o andare a caccia di balene sotto il comando del capitano Achab.


domenica 9 agosto 2015

Heri dicebamus

Dosso Dossi, Allegoria della fortuna (c. 1535)
Abbandonandomi alla più sfrenata presunzione, posso pensare che a qualche lettore di questo blog non sia sfuggito l'assordante silenzio che lo ha caratterizzato negli ultimi mesi.

Qualcuno magari avrà attribuito la cosa ad una recrudescenza particolarmente intensa della conclamata, programmatica pigrizia tanto orgogliosamente esibita fin nel titolo; nè in coscienza potrei smentirlo completamente.

Ma a questo silenzio hanno contribuito anche motivi di altra natura, motivi che hanno a che fare con l'irruzione di quello che un mio caro amico definisce tout court l'imponderabile.

Strano animale, questo imponderabile. Non importa con quanta cura tu abbia tracciato la carta sinottica della tua esistenza, non conta quanta accuratezza tu abbia messo nei tuoi calcoli: lui arriva e piega quelle linee come se fossero fatte di fil di ferro, rimodellandole a suo capriccio e imprimendo loro discontinuità di ogni tipo.

Convinto da sempre come sono della fondamentale insensatezza della condizione umana (o meglio: della fondamentale insensatezza di una qualunque ricerca di senso per la condizione umana) non è stata la ding an sich a turbarmi. Ma per un programmatore seriale come Yours Truly non è stato semplice accettare l'idea di un'interferenza tanto inaspettata quanto irresistibile, venire a patti col fatto che - come cantano in Così fan tutte -  "il destin così defrauda / le speranze dei mortali".

D'altra parte le circostanze non lasciavano scelta: e quindi è stato necessario imparare a convivere con l'incertezza, imparare a conoscere il sapore della radość z domieszką trwogi, la gioia tinta di disperazione di cui parla Wisława Szymborska. E questo processo di apprendimento non ha lasciato posto per nient'altro: null'altro che non fosse stanchezza e pena.

Ora la parte più impegnativa del percorso sembra dietro le spalle forse si può ricominciare a guardarsi intorno, a ripensare e a riparlare di quelle nugae che pur nella loro irrilevanza aiutano a rendere meno impervia l'esistenza.

Senza programmi a lungo termine né proponimenti a lunga gittata. Semplicemente così. Un passo dopo l'altro.