venerdì 24 ottobre 2014

Notturno

Jean-Honorè Fragonard, Le petit parc (1764)
[...]Oggi vorrei soffermarmi ad analizzare un brano di Mozart, non foss'altro che per chiarire a me stesso le regioni dell'incanto che questa musica non cessa di provocare in me, sebbene possa ormai affermare di conoscerla nota per nota.
Il brano in questione è il Notturno per quattro orchestre KV 286. Si tratta di un lavoro la cui datazione oscilla fra il dicembre 1776 e il gennaio 1777, composto probabilmente per i festeggiamenti di fine anno; il suo insolito organico è formato da quattro piccole orchestre, ciascuna delle quali composta da archi e una coppia di corni. La musica è concepita in maniera tale che ogni frase suonata dalla prima orchestra viene ripetuta "in eco" dalle altre tre in sequenza, ogni volta mancante della parte iniziale, cosicchè l'ultima orchestra ripete solo l'ultimo inciso della frase. La composizione è articolata in tre movimenti (Andante, Allegretto grazioso, Minuetto): si sospetta che un quarto movimento in forma di rondò sia andato perduto.

Il primo aspetto che colpisce anche ad un ascolto frettoloso è la magia dei timbri che il lavoro dispiega, in modo particolare nell'andante iniziale, magia che si sposa in maniera perfetta con la sensuale flessuosità delle linee melodiche, ulteriormente impreziosita dal gioco degli effetti d'eco. E' un risultato vieppiù notevole perchè ottenuto con una tavolozza orchestrale niente affatto prodiga di colori: eppure a volte il solo ripetersi di una frase con due dinamiche differenti suggerisce delle nuances di una suggestione straordinaria. Come conseguenza, la musica acquista un potere evocativo incredibile e, sebbene essa sia stata concepita per una notte d'inverno, la fantasia corre immediatamente ad una sera di mezza estate, nella quale un chiaro cielo stellato sia contemplato senza timori né speranze, da un balcone che dia su un giardino odoroso di magnolie. 

Che tipo di stato d'animo comunica questo brano? Abbiamo già parlato di sensualità: si tratta di qualcosa che corre inafferrabile per tutta la composizione e le conferisce un tocco di inquietante ambiguità; ma il mood complessivo è molto più fine e sottile: è un certo dolore dell'anima, quale quello che si avverte dopo che un periodo felice ed innocente è di colpo terminato e per questa fine si è sofferto molto, e molto a lungo; qualcosa di affine alla malinconia, ma meno molle e più rassegnato e che non si rivela nella sua vera essenza che a tratti. Guardiamo ad esempio l'Allegretto grazioso: comincia con una frase lieve e saltellante nel registro medio, che poi viene ribadita gioiosamente dall'orchestra al gran completo, e anche gli echi delle altre orchestre confermano questo stato d'animo che sembra così stabilmente affermato: ma ecco che viole e violoncelli hanno come un sussulto, e i violini intonano una frase di dolcezza e malinconia infinite che passa per un istante al forte e ad un'altra corda, e l'effetto tanto rassicurante di un momento prima diviene ora evocativo di un singhiozzo. E' un pathos tanto più commovente quanto più è avvolto in un'aura di sognante leggerezza che sembra essere la sua esatta negazione; ed è uno stato d'animo che viene ulteriormente confermato nel successivo Minuetto che è tutto come percorso da sospiri e trasalimenti improvvisi. 

A questi aspetti sentimentali si unisce poi il piacere più puramente intellettuale di una sfida raccolta e vinta: la sfida della differenziazione timbrica all'interno di un organico iterativamente monocromo, e la sfida di melodie che si ascoltano quattro volte di seguito con una gioia  sempre uguale e sempre nuova.

Tutte queste cose le scrivevo nell'anno di grazia 1991 in un registro che all'epoca usavo come proto-blog, e mi sono tornate alla mente dopo che ieri sera l'amico Duccio (che qui ringrazio per lo spunto) parlava proprio di questo brano fatato e lieve di Mozart. Nel 1991 ero poco più di un coetaneo di Mozart all'epoca della scrittura di questo Notturno, e per tutta una serie di circostanze scoprivo per la prima volta tutto l'enorme potere consolatorio della musica in generale, e di quella di Mozart in particolare. Ripropongo qui lo sproloquio e soprattutto il brano che l'ha originato, e mi piace pensare che a qualcuno possa servire come servì a me quasi un quarto di secolo fa.


mercoledì 15 ottobre 2014

Tout Maigret (peut-être), 5 - Una testa in gioco

(da ferencpinter.it)
A rischio di diventare monotono, non posso non riprendere la querelle già iniziata già iniziata a suo tempo contro l'incomprensibile abitudine di cambiare i nomi dei titoli dei libri (ma anche dei film) stranieri laddove non si sia costretti da un'oggettiva e inderogabile necessità. Il Maigret di oggi (scritto a Parigi nel febbraio 1931 e pubblicato nel settembre dello stesso anno) è da questo punto di vista un caso di scuola: reso come "Una vita in gioco", "Maigret e una vita in gioco" o anche come (tu quoque, Adelphi!) Una testa in gioco, il libro si intitola nell'originale francese La tête d'un homme. Che a ben vedere è titolo ben più ambiguo. Certo, il riferimento più ovvio è quello al condannato a morte per omicidio che Maigret fa evadere (col beneplacito dell'autorità giudiziaria) alla vigilia dell'esecuzione, convinto com'è della sua innocenza. Ma la testa in questione potrebbe anche essere quella del vero colpevole, che cadrà nell'ultimo capitolo del romanzo (notiamolo per inciso: romanzo dall'architettura narrativa davvero intrigante, comincia con A che passeggia disperato in una cella del braccio della morte di una prigione francese, finisce con B che viene decapitato e la storia è alla fin fine quella del modo in cui da A si arriva a B).
E soprattutto la testa potrebbe essere non tanto una testa fisica quanto una mente. E in particolare la mente di Jean Radek, il cecoslovacco dai capelli rossi che costituirà non solo un avversario per Maigret ma soprattutto un deuteragonista memorabile, uno dei pochi cui Simenon concederà tanto spazio e delineerà con tanta potenza.

Se infatti (come mi era già capitato di dire) i Maigret sono classificabili in un continuum fra quelli che potremmo definire romanzi della vittima e quelli che invece sono romanzi del carnefice, questo è decisamente un romanzo del carnefice. La figura di Radek, tragicamente solitaria, divorata al tempo stesso dall'intelligenza e dalla malattia, è indagata con un livello di dettaglio e una potenza evocativa da far venire in mente l'Ivan dei Fratelli Karamazov; e paralleli assai suggestivi potrebbero farsi anche con un libro che (circostanza incredibile) non era ancora uscito al momento della stesura di questo romanzo: sto parlando dello Straniero di Camus, che sarebbe apparso solo una decina d'anni dopo.
Come il Meursault di Camus, il Radek di Simenon giunge al delitto non per necessità o interesse, nè perchè soccombe a qualche passione: vi giunge come risultato, come conseguenza di una integrale alienazione dai propri simili; la prima cosa che sappiamo di Meursault è che gli è morta la madre, e sarà la morte della madre di Radek a fargli abbandonare l'università e a fargli iniziare quell'esistenza insensata che lo condurrà a uccidere; e al modo in cui Radek immagina e poi vive la propria esecuzione, si attagliano in maniera perfetta le ultime righe del capolavoro di Camus:

[...]Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine.

Altro aspetto rimarchevole di questo romanzo è la tensione, il contrasto, fra la nevroticità ossessiva di Radek (ma anche - sia pure in maniera attenuata -  dei raffinati bar parigini in cui si svolge buona parte della trama) e il blocco di compatto granito rappresentato da Maigret. Che alla fine vince semplicemente adottando la strategia dello scoglio che immoto resta / contra i venti e la tempesta

Ma questo scontro di caratteri, di personalità, di modi di concepire l'esistenza non si svolge in un contesto asettico: pochi romanzi del ciclo sono tanto permeati da un'autentica pietas per i deboli, per le vittime: da Heurtin, il ragazzotto quasi sul punto di pagare con la propria vita l'essere entrato nel campo visivo di Radek alla mendicante che canta per strada in una delle scene più toccanti del libro, tutti i vinti del libro sono tratteggiati con calore e commozione.

Un romanzo che non sfigurerebbe nei romans-durs, questo quinto capitolo maigrettiano, di una ricchezza di contenuti e atmosfere davvero memorabile (come si fa dimenticare la scena di Maigret che avvolto nel suo cappotto nero e fumando beatamente la pipa trascorre un'ora in taxi mentre fuori piove?).  Da leggere e - soprattutto - da rileggere.




giovedì 9 ottobre 2014

L'amore ond'Ardor

Il balen del suo sorriso    
d'una stella vince il raggio!...
il fulgor del suo bel viso
novo infonde in me coraggio!...
Ah! l'amor, l'amore ond'ardo
le favelli in mio favor!...
Sperda il sole d'un suo sguardo
la tempesta del mio cor.
(Il Trovatore, atto II, scena III)


Il fatto che nelle faccende di cuore la razionalità non trovi spazio è un luogo comune fin troppo consolidato. Sono ormai lontani i tempi delle pacate transazioni che sovrintendevano ai matrimoni nella Venezia goldoniana, e in generale il matrimonio d'interesse vede le sue quotazioni sociali e morali in deciso ribasso.
Ma anche in faccende meno totalizzanti, anche in contesti (almeno apparentemente) più asettici mi trovo spesso a constatare quanto le intermittenze della ragione siano più frequenti di quanto potrei aspettarmi, più numerose di quanto mi faccia piacere ammettere.


Hannah (Mia Farrow) e la sorella Holly (Dianne Wiest)
In Hannah e le sue sorelle (per inciso: uno dei film più geniali cui siamo debitori a Woody Allen) si racconta - fra le altre - la storia dell'ipocondriaco Mickey che passa una buona metà del film a soffrire per l'abbandono subito da parte di Hannah, salvo poi verso la fine innamorarsi perdutamente e sposare la sorella Holly.
Hannah e Holly sono due tipi femminili diversissimi nel fisico e nel carattere e non sembrerebbe apparentemente possibile che lo stesso uomo possa subire il fascino di due donne tanto dissimili. E lo stesso Mickey non può concludere altro se non osservare che evidentemente "il cuore è un muscoletto molto elastico".



Una Dunhill Cumberland 4111 (da smokingpipes.com)
Da un po' di tempo ero alla ricerca di una Dunhill 4111 (per i meno addentro all'araldica della Real Casa del Puntino Bianco: una lovat di dimensioni medie) in finitura sabbiata, Shell o ancora meglio Cumberland, come quella che vedete riprodotta qui a fianco.
Era - come ognuno vede - una faccenda razionale, anzi razionale al cubo: mettersi in traccia di una pipa dai contorni ben delineati in termini di marca, modello e finissaggio; farlo seguendo un'idea precisa di arricchimento del proprio parco pipe; e in ultimo mettersi in traccia di una  pipa che è uno degli emblemi stessi del design classico, una pipa dalle proporzioni assolutamente cartesiane, una pipa logica e inevitabile come un teorema. 

Ma evidentemente "il destino" - usando uno splendido modo di dire polacco - "aveva scritto per me un'altra sceneggiatura". Fra i vari siti che tenevo d'occhio con una certa regolarità per verificare se vi apparisse la pipa che stavo cercando (o una sua accettabile variante) c'era anche il sito della Tabaccheria del Corso di Rimini. Nel qual sito - ahimè - non compaiono solo Dunhill ma anche pipe di "altre primarie Case", come si sarebbe detto un tempo: ad esempio le pipe di casa Ardor.

Cominciai a guardare e riguardare queste pipe. E già questo era abbastanza curioso, data la particolare estetica dei prodotti della fabbrica gaviratese. Ma quello che fu ancora più curioso era che fra quelle che mi capitava più spesso di riguardare ce n'era una che si poneva per tanti versi agli antipodi della 4111 dei miei (presunti) desideri. Questa:

Ardor Urano Chubby Billiard sabbiata

Una pipa tanto tozza quanto la 4111 è slanciata, con una sabbiatura tanto ostentata quanto quella tipica Dunhill è discreta anche quando è profonda, colorata in maniera tanto appariscente quanto sommesse sono le variazioni tono su tono della finitura Cumberland.

Eppure.

Continuavo a guardare le foto di questa pipa e a ripetermi che era solo un passatempo in attesa dell'epifania della 4111 dei miei sogni. Ma più il tempo passava e più, come in un cambio scena a dissolvenza incrociata, la lovat dunhilliana perdeva consistenza a favore della billiardona Ardor. A un certo punto capii che non era più il caso di prendersi in giro: quella pipa io la volevo. Fortemente. E pazienza se la 4111 avrebbe dovuto aspettare tempi migliori.

Un paio di giorni dopo (lo scorso 30 settembre) avevo in mano la mia prima Ardor. Come sempre ho passato qualche giorno a girarmela fra le mani, a riguardarla da altre angolazioni, a tenerla in bocca spenta, finanche ad annusarla: con le mie pipe mi piace "stabilire un contatto" che vada al di là del puro carica-accendi-fuma, e questa pipa sembrava stimolare particolarmente questo tipo di approccio. 
Ma poi ovviamente è arrivato il momento del fuoco: per la circostanza ho scelto del Capstan blu messo in cambusa quattro o cinque anni prima. Oltre ad essere un tabacco che fumo volentierissimo in generale, trovo il Capstan particolarmente adatto per i rodaggi per la sua facilità di gestione e per il fatto che - conoscendolo ormai bene - mi dà modo di leggere al meglio la radica. 
E quello che ho letto è stata un'autentica poesia: di tutte le pipe nuove che mi sono passate per le mani, questa Ardor ha di gran lunga il sapore migliore. Nessuna nota aspra, nessun sapore di legno, solo una dolcezza un po' scura che si sposa a meraviglia con le note di fichi e di porto sprigionate dal mio Capstan d'annata.

Un'altra nota di merito mi sento di spenderla per la realizzazione del bocchino, che rende la pipa (corta sì ma non cortissima e neanche un peso piuma: 122 mm per 51 g) estremamente comoda da tenere in bocca. 

Qualcuno ha detto sabbiatura craggy?
Nei forum di appassionati non è raro leggere l'epiteto di macchina da fumo rivolto alle pipe di cui si vogliono magnificare le doti; pur avendo usato io stesso questa locuzione più di una volta, sono arrivato alla conclusione che nel caso di specie si tratta di un'espressione che non rende adeguatamente il concetto. Non lo rende perchè il termine macchina evoca uno spettro semantico che ha a che fare con l'asetticità e la freddezza, e questa pipa non è né fredda né asettica. 
Fra le pipe che ho avuto è una di quelle che più mi sta regalando emozioni, con le quali si sta instaurando il maggiore feeling. E' una pipa che per certi versi mi ricorda gli ampli valvolari davvero buoni, quelli in grado di aggiungere alla riproduzione una nota setosa che non si riesce ad imitare con altri mezzi. 

La scatola di Capstan diventa sempre più leggera man mano che il suo contenuto viene distillato all'interno di questa Ardor. Evidentemente l'espressione che il godimento di questa combinazione magica - godimento al tempo stesso partecipe e rilassato - mi dipinge sulla faccia dev'essere particolarmente buffa, visto che in più di una circostanza a Justyna guardandomi è balenato un sorriso. Il balen del suo sorriso, appunto.


domenica 5 ottobre 2014

Christopher Hogwood - la storia che si fa musica

Napoli, la Galleria Umberto I
Compiango sinceramente i musicofili che per ragioni anagrafiche non hanno fatto in tempo a sperimentare cosa fosse davvero un negozio di dischi. E non mi riferisco, sia chiaro, alle grandi, asettiche, tristissime grandi superfici di distribuzione che si diffusero nel corso degli anni '90 e che oggi scompaiono (niente affatto rimpiante), soppiantate da Amazon e iTunes. No, io parlo dei veri negozi di dischi, quelli nei quali spesso titolare e commessi erano a loro volta degli appassionati, e che oltre alla funzione strettamente commerciale assolvevano anche al ruolo di luogo di ritrovo e di scambio di informazioni fra adepti. A Napoli nei miei anni universitari nella sola Galleria Umberto c'erano addirittura due negozi del genere: Ricordi e Luxor Radio. Erano posti che a me all'epoca apparivano magici, stipati e odorosi di dischi in vinile (che ai tempi ancora abbondavano) e nei quali si potevano facilmente perdere intere mattinate passando da uno scaffale all'altro o prestando orecchio alle conversazioni che vi si tenevano. Me ne è rimasta impressa una fra due signori di mezza età elegantemente vestiti che dibattevano su quale fosse il miglior duca di Mantova fra Pavarotti e Alfredo Kraus: ricordo che il paladino di quest'ultimo si riferiva sprezzantemente a Pavarotti definendolo "'o chiattone c'a bbarba longa".

Fu appunto in uno di questi antri fatati che ebbe luogo il mio primo contatto col progetto (che all'epoca si era concluso da poco o volgeva alla conclusione) di incisione integrale delle sinfonie di Mozart edita da Decca (nella benemerita collana delle Editions de l'Oiseau-Lyre) e affidata alla Academy of Ancient Music sotto la guida di Jaap Schroeder e Christopher Hogwood.
Pochi sono stati nella mia carriera di ascoltatore gli shock culturali paragonabili a quello che sperimentai quando inserii per la prima volta nel lettore uno dei CD tratti dal cofanetto che vedete riprodotto qui a fianco: ricordo ancora che si trattava della sinfonia n. 39, K543. L'adagio introduttivo, che conoscevo nella versione levigata, ieratica, solenne di Karajan, diventava qualcosa che ricordava molto da vicino le ouverture "in stylo francese" di Bach. Le differenziazioni dinamiche erano marcate da transizioni brusche, il sound orchestrale era un brulicare di timbri chiaramente differenziati anzichè fusi in un unicum totalizzante. E lo shock proseguì sia durante i successivi ascolti sia durante la lettura del libretto che accompagnava i CD: non era il solito saggio di letteratura agiografico-immaginifica sulle recondite bellezze dell'universo creativo mozartiano, ma un autentico studio di filologia nel quale per ogni sinfonia si cercava di risalire al contesto nel quale era nata, alle modalità della prima esecuzione, finanche all'organico e alla disposizione dell'orchestra cui era destinata. Era un Mozart calato dal piedistallo, lontano dal cliché del divin fanciullo: era un fenomeno umano che si cercava di capire e spiegare con mezzi umani. Quelle note di copertina tanto straordinarie erano opera di un grande musicologo americano, Neal Zaslaw, che a seguito di questa esperienza raccolse ed ampliò il materiale scritto per la circostanza e diede alle stampe quello che rimane un esempio insuperato di saggio critico mozartiano: il volume Mozart's Symphonies - Context, Performance Practice, Reception. 
Nei ringraziamenti posti in esergo al libro, Zaslaw riconosce il suo debito nei confronti del progetto discografico con queste parole:
Raramente uno studioso di prassi esecutive si è trovato in una posizione migliore di quella nella quale mi sono trovato io, con musicisti di prim'ordine nel numero che io avevo determinato, seduti secondo le disposizioni orchestrali che io avevo suggerito e che suonavano strumenti d'epoca con piena cognizione di causa. Era come se uno storico che stesse studiando diciamo la battaglia di Waterloo fosse stato in grado di valutare gli effetti che un mutamento degli ordini, o l'aggiunta della cavalleria qui o dell'artiglieria lì avesse avuto sul seguito e sull'esito della battaglia. 
E in effetti il libro di Zaslaw e l'integrale di Hogwood costituiscono un esempio a mia conoscenza unico di saggio musicologico nel quale le parole e i suoni siano usati coerentemente per capire e illuminare.

Ma in questa ricerca tanto puntigliosa, in questa acribia filologica non c'è traccia di aridità: tutto alla fine si spiega e si giustifica sulla base del dato musicale. Suonare la sinfonia n. 38 Praga col ridottissimo organico per cui era stata concepita non è un esercizio di stile fine a sé stesso: in questo modo le linee interne, inevitabilmente perse in una esecuzione con forze più nutrite, riacquistano la leggibilità e la trasparenza che Mozart aveva per loro in mente durante la stesura del brano; o al contrario, gli impasti densi dei fiati della sinfonia K297 Parigi vengono valorizzati quando l'orchestra ha le ragguardevoli dimensioni e la peculiare composizione delle orchestre francesi dell'epoca.

Questo dittico costituisce insomma uno spartiacque, una sorta di ne varietur delle sinfonie mozartiane, qualcosa di cui qualunque interprete e qualunque ascoltatore minimamente avvertito non può non tenere in considerazione, anche se si propone di andare oltre.

Christopher Hogwood, 1938-2014
Christopher Hogwood, studioso, didatta, tastierista, direttore d'orchestra, è venuto a mancare lo scorso 24 settembre.
E queste righe vogliono essere un omaggio a una figura luminosa dell'interpretazione musicale degli scorsi decenni. Un musicista che - come tutti i grandi interpreti - ha sempre messo sé stesso al servizio della musica che interpretava e ha profuso in essa i tesori di conoscenza accumulati in un'intera esistenza di studi e di ricerche.

Trent'anni dopo la loro prima apparizione, le sinfonie mozartiane dirette da Hogwood non hanno perso un grammo del loro smalto, della loro brillantezza, della loro capacità di stupire e catturare l'ascoltatore. Sono un lascito perenne di bellezza per tutte le future generazioni di appassionati.