martedì 23 settembre 2014

Tout Maigret (peut-être), 4 - L'impiccato di Saint-Pholien

(da www.ferencpinter.it)
Le pendu de Saint-Pholien (tradotto in italiano come Il viaggiatore di terza classe o anche Maigret e il viaggiatore di terza classe e - meritoriamente presso Adelphi - come L'impiccato di Saint-Pholien) fu scritto da Simenon nel 1930 e pubblicato l'anno successivo dall'editore Fayard.

La trama di questo romanzo, uno dei più gotici di tutto il corpus maigrettiano, ribalta praticamente tutte le convenzioni del genere rispetto ai rapporti fra carnefice, vittima e investigatore: basti dire che dopo solo una decina di pagine assistiamo ad un suicidio sostanzialmente provocato da Maigret, e di cui difatti il commissario porterà il rimorso attraverso tutta l'indagine.
Il punto d'avvio della complicata vicenda, che vedrà Maigret pendolare fra Brema, Parigi e la Liegi di Simenon, è alla fin fine costituito da un povero diavolo che attrae la curiosità di Maigret: il quale, per soddisfare questa curiosità, non si fa scrupolo di pedinare il poveretto e di mettergli i bastoni fra le ruote per saggiarne le reazioni. Si consolida così l'immagine di Maigret come accomodatore di destini che rappresenta uno dei tratti più originali dell'invenzione simenoniana.

L'atmosfera generale di questo libro richiama alla mente certi movimenti disperatamente sardonici, tragicamente ironici presenti nelle composizioni orchestrali di Šostakovič. Una penombra fredda e umida sembra avvolgere personaggi e situazioni fin dall'incipit:

Personne ne s’aperçut de ce qui se passait. Personne ne se douta que c’était un drame qui se jouait dans la salle d’attente de la petite gare où six voyageurs seulement attendaient, l’air morne, dans une odeur de café, de bière et de limonade.
Il était cinq heures de l’après-midi et la nuit tombait.

La vicenda acquista a un certo punto connotati quasi grotteschi, col tentativo di uno degli indiziati di sbarazzarsi dell'ingombrante commissario mandandolo ad annegare nella Marna: tentativo che si risolve con un Maigret fradicio d'acqua costretto a cambiarsi i pantaloni - una volta arrivati al quai des Orfévres - davanti al suo potenziale assassino. Ma nei capitoli successivi il dramma si infosca sempre di più, culminando nei tre capitoli finali in cui viene descritta la genesi di un omicidio commesso quasi dieci anni prima.
E le rispondenze che Simenon tira fra l'ambiente chiuso, malsano, opprimente della camera in cui aveva avuto luogo il dramma e il delirio che ottenebrava la mente degli attori del dramma medesimo non possono non ricordare le pagine che Dostoevskij dedica a descrivere l'angusta cameretta teatro del folle progetto di Raskolnikov.

Ed è quando ormai tutto è svelato, quando la vicenda sembra incamminata verso l'inevitabile epilogo di tutti i gialli, la punizione del colpevole, ecco che Maigret ancora una volta accomoda il destino:

— On m’attend à Paris ! prononça soudain Maigret en s’arrêtant.
Et, tandis qu’ils étaient trois à le regarder, sans savoir s’ils devaient se réjouir ou désespérer, sans oser parler, il enfonça les deux mains dans ses poches.
— Il y a cinq gosses dans l’histoire…

E le considerazioni finali del commissario:

— Vois-tu, vieux, dix affaires comme celle-ci et je donne ma démission… Parce que ce serait la preuve qu’il y a là-haut un grand bonhomme de Bon Dieu qui se charge de faire la police…

concludono con circolarità geometrica il racconto: da un commissario di polizia che entra come Dio nella vita di un perfetto sconosciuto a Dio che si mette a fare il commissario di polizia. E su questa conclusione pseudo-teologica, a cui di certo non sono estranei i sei bicchieri di surrogato d'assenzio trangugiati uno di seguito all'altro, il romanzo termina, come su un incerto accordo in maggiore che ponga un suggello di timida speranza a una vicenda piena di sangue, di angoscia e di rimorsi.


giovedì 4 settembre 2014

An die Musik

Come più o meno tutti, da ragazzo sono stato integralista più o meno in tutto.
E il mio rapporto con la musica non faceva di certo eccezione: intorno ai sedici o diciassette anni ero fermamente convinto che l'unico modo concepibile di ascoltare la musica fosse dedicare ad essa ogni più riposta fibra del proprio essere; di sgombrare mente e cuore da tutto ciò che non fosse musica; di fare dentro e fuori sé stessi il più assoluto silenzio.

Trent'anni dopo la penso e non la penso allo stesso modo.
Da una parte ritengo che sì, silenzio e concentrazione consentano di godere della musica, di capirla, di entrarvi dentro con una profondità e un'efficacia inattingibili in altro modo; dall'altra mi guardo indietro e mi viene da citare le parole di Paolo di Tarso: "Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino."

Quello che allora non sapevo, non potevo sapere, e che non avrei capito che parecchio più tardi, era quanto straordinario fosse il potere di curarum levamen della musica. Nulla di straordinario del resto, dato che di solito trent'anni in più sulle spalle di solito aumentano in maniera significativa quantità ed entità delle curae che ci tocca affrontare.
Non sapevo quanto potesse essere bello tornare a casa dopo una giornata faticosa e lasciare che la musica - per dirla con Camilleri - puliziasse l'anima, facendola risplendere a nuovo fino nei suoi angoli più oscuri e polverosi.
Non sapevo - insomma - quanto la musica potesse finire col tempo per diventare (anche) qualcosa di inscindibilmente saldato col resto dell'esistenza: non solo una divinità da venerare, ma anche un vestito comodo da indossare. Il conforto della musica, ecco quello che trent'anni fa non sapevo e adesso so.

E chissà che sia anche per questo che trent'anni fa apprezzavo tanto il kantiano, cristallino nitore di Beethoven e adesso sento tanto vicino il vagare senza meta apparente di Schubert. Tanto si è scritto sugli elementi di crisi che il viandante introduce nelle architetture classiche, snervandole e sovvertendole dall'interno, e io non ho certo la pretesa di aggiungere alcunché di nuovo all'argomento: io so solo che nei momenti di fatica di vivere, di quella fatica che certe volte è preludio e certe volte risultato dello stanchezza, poche cose mi danno un conforto pronto e duraturo quanto quelle lunghissime melodie, quanto quel ruminare armonico interrotto ogni tanto da strappi improvvisi, quanto quei primi tempi di sonata che sono la realizzazione in musica dell'idea di infinito attuale.

Franz Schubert: un antinfiammatorio dell'anima.