venerdì 24 ottobre 2014

Notturno

Jean-Honorè Fragonard, Le petit parc (1764)
[...]Oggi vorrei soffermarmi ad analizzare un brano di Mozart, non foss'altro che per chiarire a me stesso le regioni dell'incanto che questa musica non cessa di provocare in me, sebbene possa ormai affermare di conoscerla nota per nota.
Il brano in questione è il Notturno per quattro orchestre KV 286. Si tratta di un lavoro la cui datazione oscilla fra il dicembre 1776 e il gennaio 1777, composto probabilmente per i festeggiamenti di fine anno; il suo insolito organico è formato da quattro piccole orchestre, ciascuna delle quali composta da archi e una coppia di corni. La musica è concepita in maniera tale che ogni frase suonata dalla prima orchestra viene ripetuta "in eco" dalle altre tre in sequenza, ogni volta mancante della parte iniziale, cosicchè l'ultima orchestra ripete solo l'ultimo inciso della frase. La composizione è articolata in tre movimenti (Andante, Allegretto grazioso, Minuetto): si sospetta che un quarto movimento in forma di rondò sia andato perduto.

Il primo aspetto che colpisce anche ad un ascolto frettoloso è la magia dei timbri che il lavoro dispiega, in modo particolare nell'andante iniziale, magia che si sposa in maniera perfetta con la sensuale flessuosità delle linee melodiche, ulteriormente impreziosita dal gioco degli effetti d'eco. E' un risultato vieppiù notevole perchè ottenuto con una tavolozza orchestrale niente affatto prodiga di colori: eppure a volte il solo ripetersi di una frase con due dinamiche differenti suggerisce delle nuances di una suggestione straordinaria. Come conseguenza, la musica acquista un potere evocativo incredibile e, sebbene essa sia stata concepita per una notte d'inverno, la fantasia corre immediatamente ad una sera di mezza estate, nella quale un chiaro cielo stellato sia contemplato senza timori né speranze, da un balcone che dia su un giardino odoroso di magnolie. 

Che tipo di stato d'animo comunica questo brano? Abbiamo già parlato di sensualità: si tratta di qualcosa che corre inafferrabile per tutta la composizione e le conferisce un tocco di inquietante ambiguità; ma il mood complessivo è molto più fine e sottile: è un certo dolore dell'anima, quale quello che si avverte dopo che un periodo felice ed innocente è di colpo terminato e per questa fine si è sofferto molto, e molto a lungo; qualcosa di affine alla malinconia, ma meno molle e più rassegnato e che non si rivela nella sua vera essenza che a tratti. Guardiamo ad esempio l'Allegretto grazioso: comincia con una frase lieve e saltellante nel registro medio, che poi viene ribadita gioiosamente dall'orchestra al gran completo, e anche gli echi delle altre orchestre confermano questo stato d'animo che sembra così stabilmente affermato: ma ecco che viole e violoncelli hanno come un sussulto, e i violini intonano una frase di dolcezza e malinconia infinite che passa per un istante al forte e ad un'altra corda, e l'effetto tanto rassicurante di un momento prima diviene ora evocativo di un singhiozzo. E' un pathos tanto più commovente quanto più è avvolto in un'aura di sognante leggerezza che sembra essere la sua esatta negazione; ed è uno stato d'animo che viene ulteriormente confermato nel successivo Minuetto che è tutto come percorso da sospiri e trasalimenti improvvisi. 

A questi aspetti sentimentali si unisce poi il piacere più puramente intellettuale di una sfida raccolta e vinta: la sfida della differenziazione timbrica all'interno di un organico iterativamente monocromo, e la sfida di melodie che si ascoltano quattro volte di seguito con una gioia  sempre uguale e sempre nuova.

Tutte queste cose le scrivevo nell'anno di grazia 1991 in un registro che all'epoca usavo come proto-blog, e mi sono tornate alla mente dopo che ieri sera l'amico Duccio (che qui ringrazio per lo spunto) parlava proprio di questo brano fatato e lieve di Mozart. Nel 1991 ero poco più di un coetaneo di Mozart all'epoca della scrittura di questo Notturno, e per tutta una serie di circostanze scoprivo per la prima volta tutto l'enorme potere consolatorio della musica in generale, e di quella di Mozart in particolare. Ripropongo qui lo sproloquio e soprattutto il brano che l'ha originato, e mi piace pensare che a qualcuno possa servire come servì a me quasi un quarto di secolo fa.


mercoledì 15 ottobre 2014

Tout Maigret (peut-être), 5 - Una testa in gioco

(da ferencpinter.it)
A rischio di diventare monotono, non posso non riprendere la querelle già iniziata già iniziata a suo tempo contro l'incomprensibile abitudine di cambiare i nomi dei titoli dei libri (ma anche dei film) stranieri laddove non si sia costretti da un'oggettiva e inderogabile necessità. Il Maigret di oggi (scritto a Parigi nel febbraio 1931 e pubblicato nel settembre dello stesso anno) è da questo punto di vista un caso di scuola: reso come "Una vita in gioco", "Maigret e una vita in gioco" o anche come (tu quoque, Adelphi!) Una testa in gioco, il libro si intitola nell'originale francese La tête d'un homme. Che a ben vedere è titolo ben più ambiguo. Certo, il riferimento più ovvio è quello al condannato a morte per omicidio che Maigret fa evadere (col beneplacito dell'autorità giudiziaria) alla vigilia dell'esecuzione, convinto com'è della sua innocenza. Ma la testa in questione potrebbe anche essere quella del vero colpevole, che cadrà nell'ultimo capitolo del romanzo (notiamolo per inciso: romanzo dall'architettura narrativa davvero intrigante, comincia con A che passeggia disperato in una cella del braccio della morte di una prigione francese, finisce con B che viene decapitato e la storia è alla fin fine quella del modo in cui da A si arriva a B).
E soprattutto la testa potrebbe essere non tanto una testa fisica quanto una mente. E in particolare la mente di Jean Radek, il cecoslovacco dai capelli rossi che costituirà non solo un avversario per Maigret ma soprattutto un deuteragonista memorabile, uno dei pochi cui Simenon concederà tanto spazio e delineerà con tanta potenza.

Se infatti (come mi era già capitato di dire) i Maigret sono classificabili in un continuum fra quelli che potremmo definire romanzi della vittima e quelli che invece sono romanzi del carnefice, questo è decisamente un romanzo del carnefice. La figura di Radek, tragicamente solitaria, divorata al tempo stesso dall'intelligenza e dalla malattia, è indagata con un livello di dettaglio e una potenza evocativa da far venire in mente l'Ivan dei Fratelli Karamazov; e paralleli assai suggestivi potrebbero farsi anche con un libro che (circostanza incredibile) non era ancora uscito al momento della stesura di questo romanzo: sto parlando dello Straniero di Camus, che sarebbe apparso solo una decina d'anni dopo.
Come il Meursault di Camus, il Radek di Simenon giunge al delitto non per necessità o interesse, nè perchè soccombe a qualche passione: vi giunge come risultato, come conseguenza di una integrale alienazione dai propri simili; la prima cosa che sappiamo di Meursault è che gli è morta la madre, e sarà la morte della madre di Radek a fargli abbandonare l'università e a fargli iniziare quell'esistenza insensata che lo condurrà a uccidere; e al modo in cui Radek immagina e poi vive la propria esecuzione, si attagliano in maniera perfetta le ultime righe del capolavoro di Camus:

[...]Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine.

Altro aspetto rimarchevole di questo romanzo è la tensione, il contrasto, fra la nevroticità ossessiva di Radek (ma anche - sia pure in maniera attenuata -  dei raffinati bar parigini in cui si svolge buona parte della trama) e il blocco di compatto granito rappresentato da Maigret. Che alla fine vince semplicemente adottando la strategia dello scoglio che immoto resta / contra i venti e la tempesta

Ma questo scontro di caratteri, di personalità, di modi di concepire l'esistenza non si svolge in un contesto asettico: pochi romanzi del ciclo sono tanto permeati da un'autentica pietas per i deboli, per le vittime: da Heurtin, il ragazzotto quasi sul punto di pagare con la propria vita l'essere entrato nel campo visivo di Radek alla mendicante che canta per strada in una delle scene più toccanti del libro, tutti i vinti del libro sono tratteggiati con calore e commozione.

Un romanzo che non sfigurerebbe nei romans-durs, questo quinto capitolo maigrettiano, di una ricchezza di contenuti e atmosfere davvero memorabile (come si fa dimenticare la scena di Maigret che avvolto nel suo cappotto nero e fumando beatamente la pipa trascorre un'ora in taxi mentre fuori piove?).  Da leggere e - soprattutto - da rileggere.




giovedì 9 ottobre 2014

L'amore ond'Ardor

Il balen del suo sorriso    
d'una stella vince il raggio!...
il fulgor del suo bel viso
novo infonde in me coraggio!...
Ah! l'amor, l'amore ond'ardo
le favelli in mio favor!...
Sperda il sole d'un suo sguardo
la tempesta del mio cor.
(Il Trovatore, atto II, scena III)


Il fatto che nelle faccende di cuore la razionalità non trovi spazio è un luogo comune fin troppo consolidato. Sono ormai lontani i tempi delle pacate transazioni che sovrintendevano ai matrimoni nella Venezia goldoniana, e in generale il matrimonio d'interesse vede le sue quotazioni sociali e morali in deciso ribasso.
Ma anche in faccende meno totalizzanti, anche in contesti (almeno apparentemente) più asettici mi trovo spesso a constatare quanto le intermittenze della ragione siano più frequenti di quanto potrei aspettarmi, più numerose di quanto mi faccia piacere ammettere.


Hannah (Mia Farrow) e la sorella Holly (Dianne Wiest)
In Hannah e le sue sorelle (per inciso: uno dei film più geniali cui siamo debitori a Woody Allen) si racconta - fra le altre - la storia dell'ipocondriaco Mickey che passa una buona metà del film a soffrire per l'abbandono subito da parte di Hannah, salvo poi verso la fine innamorarsi perdutamente e sposare la sorella Holly.
Hannah e Holly sono due tipi femminili diversissimi nel fisico e nel carattere e non sembrerebbe apparentemente possibile che lo stesso uomo possa subire il fascino di due donne tanto dissimili. E lo stesso Mickey non può concludere altro se non osservare che evidentemente "il cuore è un muscoletto molto elastico".



Una Dunhill Cumberland 4111 (da smokingpipes.com)
Da un po' di tempo ero alla ricerca di una Dunhill 4111 (per i meno addentro all'araldica della Real Casa del Puntino Bianco: una lovat di dimensioni medie) in finitura sabbiata, Shell o ancora meglio Cumberland, come quella che vedete riprodotta qui a fianco.
Era - come ognuno vede - una faccenda razionale, anzi razionale al cubo: mettersi in traccia di una pipa dai contorni ben delineati in termini di marca, modello e finissaggio; farlo seguendo un'idea precisa di arricchimento del proprio parco pipe; e in ultimo mettersi in traccia di una  pipa che è uno degli emblemi stessi del design classico, una pipa dalle proporzioni assolutamente cartesiane, una pipa logica e inevitabile come un teorema. 

Ma evidentemente "il destino" - usando uno splendido modo di dire polacco - "aveva scritto per me un'altra sceneggiatura". Fra i vari siti che tenevo d'occhio con una certa regolarità per verificare se vi apparisse la pipa che stavo cercando (o una sua accettabile variante) c'era anche il sito della Tabaccheria del Corso di Rimini. Nel qual sito - ahimè - non compaiono solo Dunhill ma anche pipe di "altre primarie Case", come si sarebbe detto un tempo: ad esempio le pipe di casa Ardor.

Cominciai a guardare e riguardare queste pipe. E già questo era abbastanza curioso, data la particolare estetica dei prodotti della fabbrica gaviratese. Ma quello che fu ancora più curioso era che fra quelle che mi capitava più spesso di riguardare ce n'era una che si poneva per tanti versi agli antipodi della 4111 dei miei (presunti) desideri. Questa:

Ardor Urano Chubby Billiard sabbiata

Una pipa tanto tozza quanto la 4111 è slanciata, con una sabbiatura tanto ostentata quanto quella tipica Dunhill è discreta anche quando è profonda, colorata in maniera tanto appariscente quanto sommesse sono le variazioni tono su tono della finitura Cumberland.

Eppure.

Continuavo a guardare le foto di questa pipa e a ripetermi che era solo un passatempo in attesa dell'epifania della 4111 dei miei sogni. Ma più il tempo passava e più, come in un cambio scena a dissolvenza incrociata, la lovat dunhilliana perdeva consistenza a favore della billiardona Ardor. A un certo punto capii che non era più il caso di prendersi in giro: quella pipa io la volevo. Fortemente. E pazienza se la 4111 avrebbe dovuto aspettare tempi migliori.

Un paio di giorni dopo (lo scorso 30 settembre) avevo in mano la mia prima Ardor. Come sempre ho passato qualche giorno a girarmela fra le mani, a riguardarla da altre angolazioni, a tenerla in bocca spenta, finanche ad annusarla: con le mie pipe mi piace "stabilire un contatto" che vada al di là del puro carica-accendi-fuma, e questa pipa sembrava stimolare particolarmente questo tipo di approccio. 
Ma poi ovviamente è arrivato il momento del fuoco: per la circostanza ho scelto del Capstan blu messo in cambusa quattro o cinque anni prima. Oltre ad essere un tabacco che fumo volentierissimo in generale, trovo il Capstan particolarmente adatto per i rodaggi per la sua facilità di gestione e per il fatto che - conoscendolo ormai bene - mi dà modo di leggere al meglio la radica. 
E quello che ho letto è stata un'autentica poesia: di tutte le pipe nuove che mi sono passate per le mani, questa Ardor ha di gran lunga il sapore migliore. Nessuna nota aspra, nessun sapore di legno, solo una dolcezza un po' scura che si sposa a meraviglia con le note di fichi e di porto sprigionate dal mio Capstan d'annata.

Un'altra nota di merito mi sento di spenderla per la realizzazione del bocchino, che rende la pipa (corta sì ma non cortissima e neanche un peso piuma: 122 mm per 51 g) estremamente comoda da tenere in bocca. 

Qualcuno ha detto sabbiatura craggy?
Nei forum di appassionati non è raro leggere l'epiteto di macchina da fumo rivolto alle pipe di cui si vogliono magnificare le doti; pur avendo usato io stesso questa locuzione più di una volta, sono arrivato alla conclusione che nel caso di specie si tratta di un'espressione che non rende adeguatamente il concetto. Non lo rende perchè il termine macchina evoca uno spettro semantico che ha a che fare con l'asetticità e la freddezza, e questa pipa non è né fredda né asettica. 
Fra le pipe che ho avuto è una di quelle che più mi sta regalando emozioni, con le quali si sta instaurando il maggiore feeling. E' una pipa che per certi versi mi ricorda gli ampli valvolari davvero buoni, quelli in grado di aggiungere alla riproduzione una nota setosa che non si riesce ad imitare con altri mezzi. 

La scatola di Capstan diventa sempre più leggera man mano che il suo contenuto viene distillato all'interno di questa Ardor. Evidentemente l'espressione che il godimento di questa combinazione magica - godimento al tempo stesso partecipe e rilassato - mi dipinge sulla faccia dev'essere particolarmente buffa, visto che in più di una circostanza a Justyna guardandomi è balenato un sorriso. Il balen del suo sorriso, appunto.


domenica 5 ottobre 2014

Christopher Hogwood - la storia che si fa musica

Napoli, la Galleria Umberto I
Compiango sinceramente i musicofili che per ragioni anagrafiche non hanno fatto in tempo a sperimentare cosa fosse davvero un negozio di dischi. E non mi riferisco, sia chiaro, alle grandi, asettiche, tristissime grandi superfici di distribuzione che si diffusero nel corso degli anni '90 e che oggi scompaiono (niente affatto rimpiante), soppiantate da Amazon e iTunes. No, io parlo dei veri negozi di dischi, quelli nei quali spesso titolare e commessi erano a loro volta degli appassionati, e che oltre alla funzione strettamente commerciale assolvevano anche al ruolo di luogo di ritrovo e di scambio di informazioni fra adepti. A Napoli nei miei anni universitari nella sola Galleria Umberto c'erano addirittura due negozi del genere: Ricordi e Luxor Radio. Erano posti che a me all'epoca apparivano magici, stipati e odorosi di dischi in vinile (che ai tempi ancora abbondavano) e nei quali si potevano facilmente perdere intere mattinate passando da uno scaffale all'altro o prestando orecchio alle conversazioni che vi si tenevano. Me ne è rimasta impressa una fra due signori di mezza età elegantemente vestiti che dibattevano su quale fosse il miglior duca di Mantova fra Pavarotti e Alfredo Kraus: ricordo che il paladino di quest'ultimo si riferiva sprezzantemente a Pavarotti definendolo "'o chiattone c'a bbarba longa".

Fu appunto in uno di questi antri fatati che ebbe luogo il mio primo contatto col progetto (che all'epoca si era concluso da poco o volgeva alla conclusione) di incisione integrale delle sinfonie di Mozart edita da Decca (nella benemerita collana delle Editions de l'Oiseau-Lyre) e affidata alla Academy of Ancient Music sotto la guida di Jaap Schroeder e Christopher Hogwood.
Pochi sono stati nella mia carriera di ascoltatore gli shock culturali paragonabili a quello che sperimentai quando inserii per la prima volta nel lettore uno dei CD tratti dal cofanetto che vedete riprodotto qui a fianco: ricordo ancora che si trattava della sinfonia n. 39, K543. L'adagio introduttivo, che conoscevo nella versione levigata, ieratica, solenne di Karajan, diventava qualcosa che ricordava molto da vicino le ouverture "in stylo francese" di Bach. Le differenziazioni dinamiche erano marcate da transizioni brusche, il sound orchestrale era un brulicare di timbri chiaramente differenziati anzichè fusi in un unicum totalizzante. E lo shock proseguì sia durante i successivi ascolti sia durante la lettura del libretto che accompagnava i CD: non era il solito saggio di letteratura agiografico-immaginifica sulle recondite bellezze dell'universo creativo mozartiano, ma un autentico studio di filologia nel quale per ogni sinfonia si cercava di risalire al contesto nel quale era nata, alle modalità della prima esecuzione, finanche all'organico e alla disposizione dell'orchestra cui era destinata. Era un Mozart calato dal piedistallo, lontano dal cliché del divin fanciullo: era un fenomeno umano che si cercava di capire e spiegare con mezzi umani. Quelle note di copertina tanto straordinarie erano opera di un grande musicologo americano, Neal Zaslaw, che a seguito di questa esperienza raccolse ed ampliò il materiale scritto per la circostanza e diede alle stampe quello che rimane un esempio insuperato di saggio critico mozartiano: il volume Mozart's Symphonies - Context, Performance Practice, Reception. 
Nei ringraziamenti posti in esergo al libro, Zaslaw riconosce il suo debito nei confronti del progetto discografico con queste parole:
Raramente uno studioso di prassi esecutive si è trovato in una posizione migliore di quella nella quale mi sono trovato io, con musicisti di prim'ordine nel numero che io avevo determinato, seduti secondo le disposizioni orchestrali che io avevo suggerito e che suonavano strumenti d'epoca con piena cognizione di causa. Era come se uno storico che stesse studiando diciamo la battaglia di Waterloo fosse stato in grado di valutare gli effetti che un mutamento degli ordini, o l'aggiunta della cavalleria qui o dell'artiglieria lì avesse avuto sul seguito e sull'esito della battaglia. 
E in effetti il libro di Zaslaw e l'integrale di Hogwood costituiscono un esempio a mia conoscenza unico di saggio musicologico nel quale le parole e i suoni siano usati coerentemente per capire e illuminare.

Ma in questa ricerca tanto puntigliosa, in questa acribia filologica non c'è traccia di aridità: tutto alla fine si spiega e si giustifica sulla base del dato musicale. Suonare la sinfonia n. 38 Praga col ridottissimo organico per cui era stata concepita non è un esercizio di stile fine a sé stesso: in questo modo le linee interne, inevitabilmente perse in una esecuzione con forze più nutrite, riacquistano la leggibilità e la trasparenza che Mozart aveva per loro in mente durante la stesura del brano; o al contrario, gli impasti densi dei fiati della sinfonia K297 Parigi vengono valorizzati quando l'orchestra ha le ragguardevoli dimensioni e la peculiare composizione delle orchestre francesi dell'epoca.

Questo dittico costituisce insomma uno spartiacque, una sorta di ne varietur delle sinfonie mozartiane, qualcosa di cui qualunque interprete e qualunque ascoltatore minimamente avvertito non può non tenere in considerazione, anche se si propone di andare oltre.

Christopher Hogwood, 1938-2014
Christopher Hogwood, studioso, didatta, tastierista, direttore d'orchestra, è venuto a mancare lo scorso 24 settembre.
E queste righe vogliono essere un omaggio a una figura luminosa dell'interpretazione musicale degli scorsi decenni. Un musicista che - come tutti i grandi interpreti - ha sempre messo sé stesso al servizio della musica che interpretava e ha profuso in essa i tesori di conoscenza accumulati in un'intera esistenza di studi e di ricerche.

Trent'anni dopo la loro prima apparizione, le sinfonie mozartiane dirette da Hogwood non hanno perso un grammo del loro smalto, della loro brillantezza, della loro capacità di stupire e catturare l'ascoltatore. Sono un lascito perenne di bellezza per tutte le future generazioni di appassionati.


martedì 23 settembre 2014

Tout Maigret (peut-être), 4 - L'impiccato di Saint-Pholien

(da www.ferencpinter.it)
Le pendu de Saint-Pholien (tradotto in italiano come Il viaggiatore di terza classe o anche Maigret e il viaggiatore di terza classe e - meritoriamente presso Adelphi - come L'impiccato di Saint-Pholien) fu scritto da Simenon nel 1930 e pubblicato l'anno successivo dall'editore Fayard.

La trama di questo romanzo, uno dei più gotici di tutto il corpus maigrettiano, ribalta praticamente tutte le convenzioni del genere rispetto ai rapporti fra carnefice, vittima e investigatore: basti dire che dopo solo una decina di pagine assistiamo ad un suicidio sostanzialmente provocato da Maigret, e di cui difatti il commissario porterà il rimorso attraverso tutta l'indagine.
Il punto d'avvio della complicata vicenda, che vedrà Maigret pendolare fra Brema, Parigi e la Liegi di Simenon, è alla fin fine costituito da un povero diavolo che attrae la curiosità di Maigret: il quale, per soddisfare questa curiosità, non si fa scrupolo di pedinare il poveretto e di mettergli i bastoni fra le ruote per saggiarne le reazioni. Si consolida così l'immagine di Maigret come accomodatore di destini che rappresenta uno dei tratti più originali dell'invenzione simenoniana.

L'atmosfera generale di questo libro richiama alla mente certi movimenti disperatamente sardonici, tragicamente ironici presenti nelle composizioni orchestrali di Šostakovič. Una penombra fredda e umida sembra avvolgere personaggi e situazioni fin dall'incipit:

Personne ne s’aperçut de ce qui se passait. Personne ne se douta que c’était un drame qui se jouait dans la salle d’attente de la petite gare où six voyageurs seulement attendaient, l’air morne, dans une odeur de café, de bière et de limonade.
Il était cinq heures de l’après-midi et la nuit tombait.

La vicenda acquista a un certo punto connotati quasi grotteschi, col tentativo di uno degli indiziati di sbarazzarsi dell'ingombrante commissario mandandolo ad annegare nella Marna: tentativo che si risolve con un Maigret fradicio d'acqua costretto a cambiarsi i pantaloni - una volta arrivati al quai des Orfévres - davanti al suo potenziale assassino. Ma nei capitoli successivi il dramma si infosca sempre di più, culminando nei tre capitoli finali in cui viene descritta la genesi di un omicidio commesso quasi dieci anni prima.
E le rispondenze che Simenon tira fra l'ambiente chiuso, malsano, opprimente della camera in cui aveva avuto luogo il dramma e il delirio che ottenebrava la mente degli attori del dramma medesimo non possono non ricordare le pagine che Dostoevskij dedica a descrivere l'angusta cameretta teatro del folle progetto di Raskolnikov.

Ed è quando ormai tutto è svelato, quando la vicenda sembra incamminata verso l'inevitabile epilogo di tutti i gialli, la punizione del colpevole, ecco che Maigret ancora una volta accomoda il destino:

— On m’attend à Paris ! prononça soudain Maigret en s’arrêtant.
Et, tandis qu’ils étaient trois à le regarder, sans savoir s’ils devaient se réjouir ou désespérer, sans oser parler, il enfonça les deux mains dans ses poches.
— Il y a cinq gosses dans l’histoire…

E le considerazioni finali del commissario:

— Vois-tu, vieux, dix affaires comme celle-ci et je donne ma démission… Parce que ce serait la preuve qu’il y a là-haut un grand bonhomme de Bon Dieu qui se charge de faire la police…

concludono con circolarità geometrica il racconto: da un commissario di polizia che entra come Dio nella vita di un perfetto sconosciuto a Dio che si mette a fare il commissario di polizia. E su questa conclusione pseudo-teologica, a cui di certo non sono estranei i sei bicchieri di surrogato d'assenzio trangugiati uno di seguito all'altro, il romanzo termina, come su un incerto accordo in maggiore che ponga un suggello di timida speranza a una vicenda piena di sangue, di angoscia e di rimorsi.


giovedì 4 settembre 2014

An die Musik

Come più o meno tutti, da ragazzo sono stato integralista più o meno in tutto.
E il mio rapporto con la musica non faceva di certo eccezione: intorno ai sedici o diciassette anni ero fermamente convinto che l'unico modo concepibile di ascoltare la musica fosse dedicare ad essa ogni più riposta fibra del proprio essere; di sgombrare mente e cuore da tutto ciò che non fosse musica; di fare dentro e fuori sé stessi il più assoluto silenzio.

Trent'anni dopo la penso e non la penso allo stesso modo.
Da una parte ritengo che sì, silenzio e concentrazione consentano di godere della musica, di capirla, di entrarvi dentro con una profondità e un'efficacia inattingibili in altro modo; dall'altra mi guardo indietro e mi viene da citare le parole di Paolo di Tarso: "Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino."

Quello che allora non sapevo, non potevo sapere, e che non avrei capito che parecchio più tardi, era quanto straordinario fosse il potere di curarum levamen della musica. Nulla di straordinario del resto, dato che di solito trent'anni in più sulle spalle di solito aumentano in maniera significativa quantità ed entità delle curae che ci tocca affrontare.
Non sapevo quanto potesse essere bello tornare a casa dopo una giornata faticosa e lasciare che la musica - per dirla con Camilleri - puliziasse l'anima, facendola risplendere a nuovo fino nei suoi angoli più oscuri e polverosi.
Non sapevo - insomma - quanto la musica potesse finire col tempo per diventare (anche) qualcosa di inscindibilmente saldato col resto dell'esistenza: non solo una divinità da venerare, ma anche un vestito comodo da indossare. Il conforto della musica, ecco quello che trent'anni fa non sapevo e adesso so.

E chissà che sia anche per questo che trent'anni fa apprezzavo tanto il kantiano, cristallino nitore di Beethoven e adesso sento tanto vicino il vagare senza meta apparente di Schubert. Tanto si è scritto sugli elementi di crisi che il viandante introduce nelle architetture classiche, snervandole e sovvertendole dall'interno, e io non ho certo la pretesa di aggiungere alcunché di nuovo all'argomento: io so solo che nei momenti di fatica di vivere, di quella fatica che certe volte è preludio e certe volte risultato dello stanchezza, poche cose mi danno un conforto pronto e duraturo quanto quelle lunghissime melodie, quanto quel ruminare armonico interrotto ogni tanto da strappi improvvisi, quanto quei primi tempi di sonata che sono la realizzazione in musica dell'idea di infinito attuale.

Franz Schubert: un antinfiammatorio dell'anima.


giovedì 21 agosto 2014

De re rustica

Paul Cezanne, Le fumeur (1895) - Mosca, Museo Puskin
Nel mio personale Pantheon dei tabacchi da pipa sono senza dubbio i Virginia a farla da padroni: chiari, scuri, rossi, curati ad aria o a fuoco, stoved, "lisci" o conditi con un pizzico di Perique sono i tabacchi che costituiscono la spina dorsale di tutto ciò che per me significa fumare la pipa.

Da un paio di annetti - vinte le iniziali diffidenze e trovato un approccio che sembra funzionare - anche le miscele col Latakia hanno trovato un posto nel mio orizzonte e nei fornelli delle mie pipe: un posto forse non ampio quanto quello dei Virginia ma comunque niente affatto trascurabile.

Ancor più di recente - invece - mi sta capitando di fumare con sempre maggior desiderio e soddisfazione i tabacchi appartenenti a un'altra ancora delle categorie in cui di solito si classificano i trinciati da pipa.
La categoria in oggetto è quella dei tabacchi cosiddetti naturali o mediterranei: etichetta che - a voler essere rigorosi - dice tutto e nulla. Se parliamo di naturalezza, alla fin fine è giocoforza ammettere che un prelibato Golden Glow di Samuel Gawith non è in nulla meno naturale di un Semois belga o di uno Scaferlati francese; e anche la denominazione mediterranei è quantomeno problematica se appiccicata a tabacchi fabbricati nelle Ardenne (per non parlare del Landtabak, fabbricato nel Regno Unito e commercializzato in Austria). Ma tant'è: a volte certi abusi di linguaggio si impongono vuoi per mancanza di alternative migliori vuoi perchè al fondo il nome, sia pure fattualmente inappropriato, restituisce un'eco non del tutto estranea alla cosa.

E in effetti i tabacchi di questa famiglia (che comprende cose come i Semois belgi, gli Scaferlati e gli altri bruns francesi, le varie accezioni di Landtabak austriaco, il nostro Trinciato Forte, le spuntature di Toscano che il fumatore italico deve fabbricarsi da sè mentre quello svizzero le trova già pronte, e via via enumerando) hanno forse di problematico solo il nome che collettivamente li identifica.

Per il resto sono forse i tabacchi più concettualmente (se non altro) naturali, più francescanamente semplici che si possano immaginare: privi dell'eterea gamma di dolcezze dei Virginia, privi del complesso interplay delle miscele inglesi, privi più che mai delle suggestioni (e degli inganni) degli aromatizzati,  sono tabacchi accomunati all'ingrosso da un aroma (sia a crudo che durante la fumata) robusto, spesso pungente; da un gusto altrettanto deciso, con prevalenza di note terrose e tostate; da un'evoluzione spesso poco pronunciata (fatta forse eccezione per certi Semois) e da una spinta nicotinica decisamente da non sottovalutare.
Quest'ultimo aspetto fa sì che diversi fumatori anzichè in radica li gustino usando pipe di schiuma o (forse in maniera filologicamente più corretta) pipe di terracotta o di mais.
Data la relativa povertà in zuccheri delle varietà di tabacco utilizzate sono referenze che vale la pena accumulare solo a fini di stoccaggio, senza potersi né doversi aspettare variazioni significative nel gusto col passare del tempo.
Inoltre il taglio sottile e la relativa secchezza fanno sì che brucino praticamente da soli, tanto che spesso vanno caricati più pressati di come si è abituati a fare pena una combustione troppo rapida e a temperature troppo alte. Queste stesse caratteristiche di taglio e di (poca) umidità fanno sì che possano essere maggiormente apprezzati in pipe dai fornelli capienti, nelle quali il tabacco abbia agio di raccontare le sue storie.

Sì, perchè questi sono tabacchi che più di altri hanno un'attitudine che non saprei come altro definire se non come narrativa. Raccontano storie spesso a sfondo agreste: le storie della verghiana Vita dei campi o delle Veglie alla fattoria di Dikan'ka di Gogol. Non necessariamente sempre liete: ma sempre raccontante con un ritmo placido, lento, patriarcale. Un ritmo che rassicura, che culla. Se il fumare la pipa è già in sé stesso un tirarsi fuori dalle frenesie e dai rumori quotidiani, fumare questi tabacchi è un recedere al quadrato.

Forse per questo sono tabacchi dai quali, se appena si riesce ad andare al di là di un'apparenza magari scorbutica e (usando un bellissimo termine caro a Guareschi) malgarbata, è possibile davvero trarre conforto.
E forse per questo li si apprezza di più via via che il tempo passa: come se per un'esperienza davvero completa l'affinamento dovesse avvenire non nel tabacco, ma in chi lo fuma.






venerdì 8 agosto 2014

The sound of silence

La mia visuale dal portico della casa di Justyna
Oggi nel mio angolo di Polonia piove. Quando ho cominciato le mie peregrinazioni al di là dell'Odra accoglievo le giornate piovose con grande disappunto: mi sembrava che fosse tempo sottratto alle vacanze, alle passeggiate, a qualcos'altro di più importante. Col tempo mi sono reso conto che questa mentalità da impiegatuccio in villeggiatura a Riccione era del tutto fuori luogo. Una giornata di pioggia in questa campagna può essere un'esperienza che rimette in pace col mondo. Me ne sto seduto sui gradini d'ingresso, al coperto, e fumo la mia pipa. L'aroma del tabacco risuona in maniera inaspettata con l'odore dell'erba bagnata e il fumo ristagna pigramente nell'aria umida. Rimango in ascolto dei mille suoni diversi che le gocce di pioggia producono battendo sulle foglie del melo e su quelle del nocciolo, sul tetto di lamiera della piccionaia, sul terreno zuppo. Mi guardo intorno e mi vedo circondato da una sinfonia di verdi brillanti che nessun quadro, nessuna foto potranno mai sperare di riprodurre adeguatamente.
E in questa calma fuori dal tempo tutto ritrova il proprio posto. Passano due ore e sembrano due minuti. E poi un po' per volta la luce diventa più intensa, il grigio compatto del cielo si squarcia e lascia intravedere l'incredibile azzurro del cielo polacco d'estate.
Che è a sua volta uno spettacolo meraviglioso, ma che in questo contesto sembra quasi rompere un incantesimo.
Ecco, dopo quasi vent'anni di frequentazioni di questo posto direi che una possibile definizione della campagna polacca potrebbe essere questa: un posto in cui avere nostalgia della pioggia.

giovedì 31 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 3 - Il defunto signor Gallet

Ancora un'immagine che vale un romanzo: Pintér per gli Oscar (da ferencpinter.it)
Terzo titolo della saga del commissario parigino ad essere scritto, Monsieur Gallet, décedè (tradotto in italiano come Il signor Gallet, defunto o Maigret e il castellano o ancora, da Adelphi, Il defunto signor Gallet) fu il primo ad essere pubblicato dall'editore Fayard nel 1931.

Non sono un esperto dei processi creativi di Simenon, ma ad occhio tenderei a escludere che ci sia stato una sorta di meta-piano nel quale i vari romanzi figurassero come componenti di un unicum più vasto; ciononostante cogliere, notare (magari inventarsi?) contrasti e rispondenze fra titoli è un gioco troppo seducente per potergli resistere.

Così, la prima suggestione che ho avuto io inquadrando questo romanzo nella serie di cui fa parte è stata di ordine musicale: è come se, dopo l'introduzione di Pietr il Lettone , col Signor Gallet Simenon abbia voluto introdurre un secondo tema di carattere affatto contrastante con quello del precedente Cavallante della "Providence".

All'afflato epico del Cavallante, alla tragica grandezza dei suoi personaggi, si contrappone qui un mondo di grettezza e meschinità raccontato con la precisione di uno studio di entomologia. Se il Cavallante evocava Tolstoj, qui la mente corre a Balzac. Anche nelle atmosfere esterne, all'umidità fredda e brumosa dei canali e delle chiuse in autunno fa qui riscontro la luce nitida e dura delle ore centrali della piena estate.
Ancora: mentre nel romanzo precedente la caratterizzazione della vittima è accennata solo per quanto è strettamente necessario, solo in quanto pedina indispensabile all'apertura del gioco, qui è proprio il carattere e le abitudini della vittima ad essere indagate (da Maigret e dal suo autore) con maggiore pervicacia, tanto che alla fine essa diventa l'unico personaggio per il quale è possibile provare almeno un accenno di umana simpatia.

Un tema che qui appare per la prima volta (anche se come abbiamo visto una forma embrionale era possibile riscontrarla già nel Lettone) è quello della doppia vita: un uomo che rappresenta - diciamo così - due parti in commedia, una per la famiglia e per l'ambiente circostante, un'altra per sé stesso. E' un tema che sviluppa in forma sincronica quella che è una delle grandi ossessioni del Simenon romanziere, ossia la sterzata improvvisa e spesso imprevedibile  che a un certo punto sgretola vecchie certezze e abitudini consolidate.

Altro tema che fa qui la sua prima apparizione è il ruolo (in parte autoassunto, in parte imposto dalle circostanze) di Maigret come accomodatore di destini: uno scarto deciso dalla tradizione del giallo come luogo deputato al trionfo dell'ordine costituito.

E' un giallo assai poco convenzionale, questo signor Gallet, per questo e per tutta un'altra serie di motivi che appariranno chiari al lettore quando sarà giunto alla fine del libro; ed è un'anticonvenzionalità tanto più rimarchevole se si pensa che l'autore aveva appena ventisette anni e che stava - consapevolmente - producendo ciò che (almeno per lui) era null'altro che letteratura di consumo. Ma anticonvenzionalità o meno rimane pur sempre un libro di Simenon: ovvero una delle migliori maniere possibili di impiegare qualche ora del proprio tempo.





sabato 26 luglio 2014

Todo cambia


Come i lettori più fedeli di questo blog avranno forse già sospettato, non sono particolarmente amante dell'avventura.
Non pratico sport estremi; non mi dedico al bungee jumping o allo scialpinismo; non mi si vede solcare mari, oceani o laghi con lo sguardo fiero rivolto verso l'orizzonte; in auto sono un rigido osservante dei limiti di velocità e un assiduo frequentatore delle corsie più a destra. 
Le avventure che preferisco sono quelle che si svolgono stando comodamente seduti, leggendo un libro, ascoltando musica, fumando la pipa. Sono avventure della mente.

Eppure ogni tanto anche in questa metodica esistenza un po' da Phileas Fogg fanno irruzione - come nel caso del compito gentiluomo di Verne - delle circostanze e delle esperienze che alzano i livelli di adrenalina oltre il consueto. Come ad esempio, dopo aver lavorato per tredici anni di fila nello stesso posto, stampare, firmare e consegnare una lettera di dimissioni.

Tredici anni sono davvero tanti. Se avessi avuto un figlio nell'anno in cui ho cominciato a lavorare nel posto che ho appena lasciato, questo ipotetico figlio adesso avrebbe finito la terza media. Dopo tredici anni non si lascia solo una scrivania, ci si lascia alle spalle un pezzo di se' stessi. Con alcuni colleghi nel corso degli anni siamo diventati amici. Con altri no, ma poco importa. Ognuno di loro, anche senza saperlo e in certi casi senza volerlo, mi ha insegnato qualcosa. Non è retorica dire che senza di loro sarei oggi una persona diversa: è semplice contabilità esistenziale. 
Non è una decisione facile, e soprattutto è una decisione che - per quante cautele si siano volute prendere - prefigura una scelta che si potrà giudicare e valutare solo in un futuro che per il momento appare nebbioso e tutto da costruire. 
Un po' come quando ci si sposa, mi direte. Certo, ma almeno (di solito) ci si sposa in due: un lavoro invece lo si lascia da soli.

D'altra parte viene un momento in cui anche non cambiare è una scelta. E quando si ha la sensazione che senza cambiare si finisce per tradire sé stessi, anche un pigro conclamato come Yours Truly non può fare altro che raccogliere le proprie cose, come nella poesia di Kipling, (o come si dice icasticamente dalle mie parti: aunare le bavarattelle) e partire. 

E partiamo dunque. 
Come scrive D'Annunzio, "Settembre, andiamo. E' tempo di migrare".
Cosa c'entra settembre, dite? E il periodo di preavviso dove lo mettete?




venerdì 11 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 2 - Il cavallante della Providence

Un romanzo in un'immagine: Ferenc Pintér per Mondadori (da ferencpinter.it)
Le charretier de "La Providence", tradotto in italiano come Il carrettiere della "Providence", Maigret si commuove e (nell'edizione Adelphi) Il cavallante della "Providence" fu il secondo romanzo del ciclo maigretiano ad essere scritto (nell'estate del 1930, anche questo a bordo dell'Ostrogoth).

Di solito la prassi di cambiare i titoli di libri e film quando li si propone in un'altra lingua mi trova decisamente contrario: a mio modo di vedere si tratta di un'operazione ammissibile solo nei casi in cui il titolo originale risulta intraducibile o del tutto incomprensibile quando viene trasposto. Così, anche in questo caso onestamente non riesco a capire i motivi che ai tempi portarono Mondadori a cambiare il charretier con un accenno a uno stato d'animo di Maigret: tanto più che il titolo originale denota un'incredibile audacia da parte di Simenon, anche se essa risulterà chiara al lettore solo a libro terminato.

Fra l'altro nel libro non si parla (almeno non esplicitamente) di un Maigret commosso, a meno di non voler considerare indizi in questo senso frasi come Maigret, malgré lui, parlait avec presque autant de douceur que la Bruxelloise: ma il titolo un suo fondamento di certo ce l'ha, non foss'altro perchè gli ultimi quattro capitoli di questo romanzo sono da annoverarsi fra le pagine più umanamente, tragicamente, appassionatamente commoventi di tutto Simenon.

E' curioso notare come tutte le volte che un'inchiesta di Maigret si svolge - come in questo caso - in ambiente fluviale o marino, tutte le volte insomma che c'è di mezzo l'acqua e il popolo di battellieri, marinai, pescatori, guardiani che vi gravita intorno i personaggi che attorniano Maigret e le passioni che li muovono acquisiscano una grandezza epica di sapore quasi tolstoiano: succede in questo romanzo, succede nella Chiusa n. 1, succede nell' Insegna di Terranova, succede nella Casa del giudice.
E' come se l'elemento liquido, la sua particolare placidità e la violenza della sua ira, la fatica che bisogna fare per non lasciarsene sopraffare, costituissero una sorta di riparo da avarizia, grettezza e meschinità.

Altro tema tipicamente simenoniano che affiora qui per la prima volta è la tendenza che si sviluppa in certi uomini (soprattutto in quelli che hanno sperimentato una dose di delusioni e fallimenti forse più alta dell'ordinario) nel costruirsi, nello scavarsi una tana e rinchiudervisi dentro: lo stesso Maigret, quando nel suo ufficio di Quai des Orfévres continua ad attizzare la sua stufa di ghisa, non è del tutto immune da questa fascinazione. Ma ci sono dei casi, come il Jean di questo romanzo o come l'avvocato Loursat de Gli Intrusi in cui questa tendenza finisce per diventare il tratto dominante della propria personalità:

Jean, lui, c’est son écurie… Et ses bêtes !… Tenez !… Il y a naturellement des jours où on ne marche pas parce qu’on décharge… Jean n’a rien à faire… Il pourrait aller au bistro…
» Non ! Il se couche, à cette place-ci… Il s’arrange pour qu’il entre un rayon de soleil…
Et Maigret se mit en pensée à l’endroit où se trouvait le charretier, vit a cloison passée à la résine à sa droite, avec le fouet qui pendait à un clou tordu, la tasse d’étain suspendue à un autre, un pan de ciel entre les panneaux du haut et, à droite, la croupe musclée des chevaux.
Il se dégageait de l’ensemble une chaleur animale, une vie multiple, épaisse, qui prenait à la gorge comme le vin râpeux de certains coteaux.

Romanzo con alcuni squarci di una potenza evocativa rara anche nello stesso Simenon, questo Charretier segna già un deciso balzo in avanti rispetto al precedente Pietr il Lettone nella capacità di costruzione intorno a Maigret di un microcosmo vero e credibile, una tappa importante nel processo di progressivo depotenziamento dell'intreccio giallo a favore della creazione di ambienti, situazioni, atmosfere e personaggi sbalzati a tutto tondo. Vale la pena leggerlo: ma c'è un Maigret, o un Simenon, per cui questa raccomandazione non si applichi?


martedì 8 luglio 2014

Da Studer a Schneider, ovvero un sabato al lago

Una vista di Brissago (da pbase.com)
Non so se si possa considerarlo un vantaggio, ma di certo uno degli effetti collaterali dello stare spesso col naso dentro le pagine di un libro è che certi posti diventano parte di una sorta di topografia privata, nomi su una carta geografica interiore: e questo a prescindere dal fatto che ci sia stati o meno nella realtà. Così ad esempio se avete letto I Buddenbrook non vi serve essere stati a Lubecca perchè case, strade e soprattutto l'atmosfera del luogo vi siano familiari.
Allo stesso modo, il toponimo Brissago l'ho conosciuto grazie alla lettura dei romanzi di Friedrich Glauser che hanno come protagonista il sergente Studer, e fin da allora il nome di Brissago è stato legato al tabacco: il massiccio, attempato, pervicace funzionario della polizia bernese è infatti un accanito fumatore di sigari Brissago, che forse gli restituiscono la lucidità a rischio di appannamento per causa delle abbondanti libagioni di vino rosso cui indulge.

Quando leggevo i romanzi di Glauser abitavo ancora al Sud sicchè la Svizzera, sia pure quella italiana, aveva un'ulteriore aura di esotico che col tempo si sarebbe un po' dissolta: resta il fatto che fino allo scorso sabato Brissago era per me solo - per usare la locuzione del cancelliere di Stato von Metternich - un'espressione geografica.
Questo stato di cose è stato irreversibilmente alterato per l'appunto sabato scorso in virtù di una gita che ha avuto come meta questo paesino sul lago Maggiore posto subito dopo il confine con l'Italia.

Devo però confessare subito che la gita non aveva finalità soltanto turistiche, né l'idea era quella di seguire più o meno vaghe suggestioni letterarie. Il benevolo lettore deve infatti sapere che a Brissago ha sete la benemerita Synjeco, distributrice svizzera di una serie di marche di tabacchi quali Samuel Gawith, Gawith & Hoggarth, Cornell&Diehl, G.L. Pease e via prelibatamente enumerando.

Il paradiso come se lo immagina un fumatore di pipa
Grazie alla disponibilità del titolare di Synjeco, il simpaticissimo Daniel Schneider, e ai buoni uffici del comune amico Angelo Fassi, insieme ad un gruppo di amici (fumatori, ma anche no) siamo riusciti ad organizzare una visita guidata in quell'autentico antro delle meraviglie che è il deposito di Synjeco, uno di quei posti che ogni fumatore di pipa dovrebbe avere l'occasione di visitare - a mò di pellegrinaggio alla Mecca - almeno una volta nel corso della propria esistenza. E a testimonianza del valore quasi di imperativo etico di una tale visita debbo citare l'eroismo di uno dei convenuti, che strappatosi dalla patria Salerno (!) all'alba si è sottoposto a un tour de force con andata e ritorno in giornata pur di presenziare.

All'ingresso in Synjeco il primo senso che viene inondato di sollecitazioni incredibilmente intense è l'olfatto: l'aroma di centinaia, di migliaia di scatole di tabacco di tutti i tipi e le fogge, accomunati solo da un altissimo livello qualitativo, ti accoglie con un impatto quasi stordente. Inutile tentare un'analisi approfondita illudendosi di riuscire a separare l'affumicato del Latakia dallo speziato del Perique, la morbidezza del Virginia dal terroso del Kentucky: è puramente e semplicemente l'odore di un sacco di roba buona tenuta tutta insieme.

Postcards from Paradise, 2
Poi si comincia a guardarsi intorno, e la visione che si para davanti agli occhi del fortunato pellegrino è altrettanto soggiogante del profumo: scatole, scatolette, vasi con tabacco sfuso, cartoni di bulk da 250 e 500 g, barattoli da due e otto once, minacciosi twist, settecenteschi tabacchi da fiuto, tutto allineato con svizzera metodicità sugli scaffali metallici. Un senso di abbondanza e disponibilità che può risultare addirittura intimidente, provocando sintomi francamente fantozziani quali l'azzeramento della salivazione e la più completa confusione mentale. Sono questi i momenti in cui si è contenti di aver scritto una lista almeno approssimativa di quello che si voleva, ammesso che si sia adottata una simile previdenza; o al contrario si rimpiange di non averla compilata, posto che di fronte a tanta meraviglia è già tanto ricordarsi il proprio nome, figurarsi i propri desideri di un paio di minuti prima.

Ma per fortuna a un certo punto si pensa che non si può abusare all'infinito della pazienza di Daniel e della moglie Agnieszka, i quali per tutto il tempo sono indaffaratissimi nel fornire assistenza logistica e psicologica a un gruppo di forsennati che, ridendo senza apparente motivo, continuano a prendere e a rimettere a posto scatole di latta, annusare tabacchi sfusi, contrattare urlando disponibilità di franchigia fino all'ultimo grammo. E così in un modo o nell'altro, dopo un'ultima occhiata di rimpianto per tutto quello che si è costretti a lasciare sugli scaffali, viene il momento di trasferirsi nell'ufficio (benedetto da una finestra che è in pratica una perenne cartolina sul lago Maggiore) e finalizzare gli acquisti. Ed esaurito anche questo passaggio, si guarda l'orologio e ci si rende conto che si è fatta ora di pranzo.

Pranzo a cui partecipano anche i sullodati Daniel e Agnieszka e che si svolge all'aperto, su una veranda con una fantastica vista lago. Così, allietati dall'ottimo pesce del luogo abbondantemente innaffiato di bianco e chiacchierando di tabacchi e di varia umanità con tutti i convenuti (menzione speciale per le ciacole in polacco fra Justyna e Agnieszka e per l'accordo completo fra me e Daniel circa l'incomprensibilità dell'usanza polacca di pasteggiare con bevande tiepide) si trascorre un piacevolissimo midi che vede il suo culmine nell'apertura della monumentale guantiera di sfogliatelle di cui il succitato amico salernitano ha pensato di omaggiare la compagnia ( impagabile la faccia del ristoratore svizzero a quello che evidentemente era il suo primo assaggio: "Mmmmm, buoooone... come avete detto che si chiamano? Sfogliate? Sfogliatine? Ah no, sfogliatelle").
E che ovviamente contempla un primo goloso assaggio al bottino appena conquistato. Per quello che mi riguarda, i profumatissimi Special Flakes di Samuel Gawith, che quasi prolungavano l'incanto olfattivo-gustativo che qualunque sfogliatella degna di questo nome è in grado di produrre.

L'appagamento ha molte facce. Almeno quattro. Brissago, 5 luglio 2015.

Ma il tempo scorre inesorabile e viene il momento di cominciare a pensare al rientro. Ci si saluta con la promessa, e la speranza, di potersi ritrovare presto tutti insieme. E io mi porto dietro qualche piccola correzione da apportare alla mia mappa interiore sotto il puntino che indica Brissago. Sigari, sergente Studer, OK. Ma da oggi anche gli Schneider, Synjeco, chiacchiere e risate. E - incredibile dictu - sfogliatelle.






giovedì 3 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 1 - Pietr il Lettone

Vorrei cominciare con questo post una disamina un po' sistematica dei romanzi simenoniani con Maigret protagonista. Più il tempo passa e più mi rendo conto che (in parte per motivi che ho spiegato qui, in parte chissà perchè) il massiccio personaggio simenoniano è ormai divenuto una presenza stabile nel mio immaginario e nelle mie letture e riletture.  L'intenzione c'è, ma la mole di materiale da trattare (75 romanzi scritti in un arco temporale di 43 anni) costituisce una sfida impegnativa alla conclamata pigrizia di Yours Truly. Non so neanche con esattezza cosa verrà fuori: diciamo che ho nella mente una serie di immagini dai tratti incerti e sfocati, molto simile a quella con cui cominciano tante inchieste di Maigret. 


La copertina di Ferenc Pintér per l'edizione Oscar Mondadori (da ferencpinter.it)
Pur non essendo stato il primo Maigret ad essere pubblicato (onore che spetta a Monsieur Gallet, decedé, che però fu scritto dopo: un po' come per i concerti di Chopin, insomma), Pietr-le-Letton (tradotto in Italia come Pietro il Lettone, Maigret e il lettone e Pietr il Lettone) è però il primo Maigret ad essere stato scritto: Simenon ne terminò la stesura nell'inverno del 1929 a bordo dell'Ostrogoth.

Simenon aveva all'epoca ventisei anni: ed è impressionante notare come già a quell'età egli sia stato in grado di ideare e concepire un personaggio complesso come quello di Maigret dotandolo fin dal primo momento di una personalità totalmente compiuta. Il Maigret di questo esordio è difatti già il Maigret solido, pesante, amante della pipa e della stufa di ghisa che ci accompagnerà di qui in avanti; il suo metodo di lavoro comprende  fin da subito l'impregnarsi dell'atmosfera dei luoghi frequentati dalle persone su cui indaga; ed è già da questo ruminare metodico, paziente, implacabile che ad un tratto scaturisce la verità.

Nel corso degli anni Simenon tratteggerà tutto questo con mano più leggera, spesso giocando "di sponda" con altre situazioni e personaggi: qui invece la caratterizzazione è esplicita, ai limiti del didascalico:

Il avait surtout une façon bien à lui de se camper quelque part qui n’était pas sans avoir déplu à maints de ses collègues eux-mêmes.
C’était plus que de l’assurance, et pourtant ce n’était pas de l’orgueil. Il arrivait, d’un seul bloc, et dès lors il semblait que tout dût se briser contre ce bloc, soit qu’il avançât, soit qu’il restât planté sur les jambes un peu écartées.
[...]
Peut-être, au fond, était-ce un parti pris de vulgarité, de confiance en soi ?

Non parlerò ovviamente della trama, a beneficio di quelli che non avessero ancora letto il romanzo: mi limiterò solo ad annotare come in questo romanzo (e anche nei successivi titoli degli esordi, a dire il vero) essa sia più movimentata e ricca di colpi di scena della media; col tempo anche l'andamento dei romanzi si modellerà sulla placidità del loro protagonista, ma in questa prima fase troveremo spesso Maigret e i suoi in giro per la Francia e non solo. Anche la violenza fisica ha qui un peso maggiore della norma, con Maigret che viene aggredito a colpi di pistola e il suo fido ispettore Torrence che viene addirittura ucciso (ma Simenon non si periterà di resuscitarlo nei titoli successivi).

Nella caratterizzazione dell'antagonista di Maigret, Simenon costruisce qui la prima delle figure di criminali provenienti da un non meglio precisato est dell'Europa, una galleria che comprende fra l'altro il Radek di La tête d'un homme e ovviamente il feroce ed enigmatico Stan-le-Tueur. Ed è divertente notare come - stando alle descrizioni di questi romanzi - per Simenon tutto ciò che si stendeva a longitudini ad est di Berlino dovesse essere una sorta di grande wild East, un complesso indistinto di lande esotiche dai nomi impronunciabili popolate da tipi umani spesso almeno vagamente inquietanti.

In un altro personaggio, l'ebrea Anna Gorskine, l'autore disegna il prototipo di una serie di ritratti di donne dalla femminilità oscura, stordente, in certi casi soffocante: donne capaci di suscitare e di vivere passioni spesso estreme, fino al delitto o al suicidio.

Altro tema che viene qui introdotto e che ritroveremo spesso nella produzione successiva (con Maigret ma anche nei romans durs) è quello del doppio: della doppia vita, delle diramazioni segrete di un'esistenza, dei borgesiani sentieri che si biforcano.

Ma sarebbe un errore leggere e valutare questo romanzo solo come apripista per la lunga serie di libri che lo seguiranno: Pietr il lettone è in sé stesso prima di tutto un godibilissimo giallo che a quasi novant'anni dalla sua prima apparizione è ancora in grado di avvincere e appassionare; e la distanza temporale ha soltanto reso esotiche certe caratterizzazioni di luoghi e situazioni aggiungendo fascino senza depositare polvere.


domenica 29 giugno 2014

Cartoline dalla Festa

Milan Kundera una volta scrisse: "la memoria non gira film, scatta fotografie".

In effetti è così, almeno per me.

Ed è probabilmente questa la ragione più profonda che mi motiva di tanto in tanto a vincere la programmatica pigrizia e a prendere in mano la macchina fotografica.

Come conseguenza, ogni anno al ritorno da Nola riporto con me una manciata di fotografie.

Un piccolo tributo di affetto, un modo per fissare qualche attimo, un sistema per placare e al tempo stesso alimentare la nostalgia.

A questo indirizzo trovate quelle scattate durante la Festa di quest'anno.

Se qualcuno volesse sfogliarle come in un libro, può usare il link qui sotto:




giovedì 12 giugno 2014

Un pipemaker per amico

Uno dei più interessanti effetti collaterali di quel curioso hobby che è il fumo di pipa è che se appena appena si esce dall'assoluto solipsismo si viene in contatto con persone che difficilmente si sarebbe potuto conoscere altrimenti. Intendiamoci bene, lo stesso fenomemo probabilmente si verifica anche fra i collezionisti di vinile o gli appassionati di auto d'epoca; ma a mio parere il fumo di pipa è qualcosa che in re ipsa predispone alla condivisione, al confronto, allo scambio, a forme variamente intese e declinate di convivialità. Ho già scritto del singolare consesso di "imbecilli con la pipa" di cui faccio orgogliosamente parte; e oggi vorrei raccontare qualcosa dell'opera di  un confratello di questa venerabile associazione: il pipemaker Angelo Fassi.

Angelo è uno stimato professionista in un campo che con le pipe e i tabacchi non c'entra assolutamente nulla; ma questo non deve autorizzare nessuno a mettere condiscendenza nella qualifica (che peraltro lui stesso rivendica) di hobbysta. Il suo dilettantismo si esplica unicamente nel fatto che domani potrebbe smettere di realizzare pipe ed essere comunque in grado di provvedere a sé stesso e alla sua famiglia; ma non pregiudica o limita in nulla la fantasia, la passione, l'estro che investe in questa attività: e sopratutto non pregiudica né inficia i risultati che ottiene.

Ci siamo conosciuti lo scorso inverno a Custoza, in occasione di una delle prime riunioni conviviali cui partecipai; e devo dire che da subito mi piacquero sia le pipe sia lo sguardo allegro e un po' folle del loro autore. Cominciai a seguire con maggiore attenzione il suo lavoro e mi resi conto che quella prima intuizione era tutto sommato fondata: le pipe di Angelo non provocano quell'effetto da introibo ad altare Dei di certe Dunhill, non hanno l'ampia solidità delle Ferndown, né la giottesca inevitabilità di certe Gilli. Sono pipe che - come il loro creatore - hanno la qualità in fondo non così diffusa di metterti subito a tuo agio, pipe che vien voglia di fumare e rifumare: e a questo spesso contribuiscono il gusto per le dimensioni ridotte e per la leggerezza del prodotto finito che sono a mio parere una delle cose che anche a un primo sguardo si colgono immediatamente guardando le pipe di Angelo.

Per me che ho avuto il mio secondo (e definitivo, almeno so far)  imprinting pipario con le capaci pipe in misura KS di Savinelli, fumare una pipetta da 17-18 mm di diametro interno del fornello e "pesante" una ventina di grammi è stata in effetti un'esperienza del tutto nuova: una pipa di queste dimensioni e peso è infatti una compagna parecchio più discreta delle sue sorelle più nerborute, è una pipa che si può anche fumare facendo altro, una pipa che sottende una teoria e pratica del fumare come parte integrante delle proprie attività e non necessariamente come parentesi più o meno esclusiva.

Ma ovviamente non ci sono solo pipe Fassi esili, slanciate e leggere. Ce ne sono anche altre di dimensioni e pesi più importanti: come quella che lo stesso pipemaker sfoggia nella foto che vedete qui a fianco e che è stata la molla che mi ha spinto a contattarlo per chiedergli di realizzare per me una pipa che da parecchio tempo mi ronzava nella testa.

Non so come si regolino gli altri, ma personalmente quando racconto la pipa che ho in mente a un artigiano non vado molto oltre un'immagine abbastanza vaga. Un po' perchè con le parole oltre un certo limite di precisione non si riesce andare, e nel campo in cui serve il foglio di carta e la matita mi muovo malissimo; un po' perchè mi interessa vedere come la persona con cui interagisco reagisce alle mie sollecitazioni, come le interpreta, come le fa sue: insomma, delle mie pipe voglio essere al piu l'ispiratore, ma lascio volentierissimo il ruolo di creatore interamente nelle mani (e nella testa) di chi la pipa la realizzerà. Così nel caso di specie mi sono limitato a dire: "Angelo, che ne dici di farmi una pipa come quella in foto ma billiard, col fornello leggermente meno alto e tagliata sull'occhio di pernice?".

Il risultato lo vedete raffigurato qua sotto:


una billiard col fornello alto e leggermente inclinato in avanti, di un meraviglioso colore rosso molto british e con un occhio di pernice decisamente, ipnoticamente glorioso. Una pipa che sembra fatta apposta per le EM mild (dal Presbyterian allo Skiff allo Squadron Leader) con cui ho intenzione di fumarla. E ancora una volta una pipa che fa venir voglia di fumarla, di interagirci, anche di mettersela in bocca così, senza scopo. Una vera, autentica comfort pipe. Allegria e conforto: cos'altro di più chiedere a un amico?

* * * 

Come bonus track di questo mio sproloquio, allego una selezione delle foto che ho chiesto ad Angelo di realizzare via via che andava avanti nel lavoro e che documentano tutti i passaggi della nascita di una pipa. Enjoy!



Si comincia con un disegno di massima

La placca di radica è quella giusta e l'artigiano è felice

Si riporta il disegno sulla placca 
Foratura del fornello

Il fornello comincia a emergere con chiarezza. Birdseye già qui spettacolare.

Foratura del cannello

Ceci n'est pas une pipe. Pas encore.

Realizzazione del bocchino in ebanite.

Magia! Sembra una pipa vera! 

Foratura del bocchino

Tinteggiatura, prima mano

Il bocchino prende forma.

Praticamente pronta

Il risultato finale

domenica 1 giugno 2014

Arape 'sta fenesta


"Arape 'sta fenesta
e fà trasì 'stu mese beneditto:
te ll'aggio sempe ditto 
ca quanno vene Giugno 
'o core mio s'allarga!
Famme sentì chest'aria 'mbarzamata
famme sentì 'o profumo 'e sti gghiurnate,
arape oj Rò, nun me fa  cchiù sperì!

Mò saglie d'ò ciardino
'n'addore 'e ggiusummine
e ddice a chistu core: 
nun siente ch'è tturnato, sta 'cca San Paulino,
sta 'cca 'nzieme cu 'tte!"

Mario Patanella, "Arape 'sta fenesta"
Giglio del Panettiere 1977


E' giugno.

Questa notte qualcuno a Nola avrà sparato qualche salva di fuochi d'artificio.
Qualcuno oggi incontrando amici e conoscenti farà loro gli auguri come se fosse Capodanno.
E in effetti a Nola è così: gli anni si computano non da un gennaio all'altro, ma da un giugno al seguente. Da una Festa alla successiva.
E anche chi è riuscito a mantenere un profilo di maggiore sobrietà, sentirà nell'aria qualcosa di diverso; sentirà il montare di un'attesa lieta e febbrile, sentirà un'intera città agitata da una frenesia sempre più difficile da controllare.

Fra qualche giorno dalle viuzze del centro storico sbucheranno delle lunghe carrette cariche di assi di legno, e negli slarghi deputati allo scopo l'aria risuonerà del rumore del legno inchiodato. 
Per prima sarà assemblata la borda, il lungo palo centrale alto venticinque metri intorno al quale viene costruita l'intera struttura lignea del Giglio; e quando la borda sarà sollevata e appoggiata ad uno dei palazzi circostanti l'avvenimento sarà festeggiato con lo spumante e i mortaretti.

Poi intorno alla borda sarà costruito l'intero Giglio; e poi, e poi, e poi.

Per chi come me vive lontano da Nola, l'inizio di giugno porta con sé sentimenti ambivalenti: da una parte lo spirito per antica, inveterata abitudine, si associa nella gioia a tutti i nolani; dall'altra il senso di lontananza e di distacco, la tristezza di un esilio non importa quanto volontario si fanno sentire in questi giorni più che mai.

Ma è una tristezza che per fortuna dura poco, soprattutto se - come me - si ha la fortuna di poter trascorrere a Nola almeno la settimana della Festa.  Ancora un paio di settimane e poi si potrà di nuovo passeggiare per il Corso, ci si potrà affacciare mmiezo 'a Chiazza scrutando alla ricerca di volti familiari, cercare un po' d'ombra nei vicoletti.

Sì, lo so.

La mia città, la mia terra è attanagliata da problemi drammatici. 
L'economia che non decolla, la criminalità, l'inerzia della politica, i veleni nel terreno.
E sì, lo so: non sarà l'ebbrezza della Festa, non sarà lo splendore della luce di giugno a sanare queste piaghe.

Ma io rivendico il diritto, conquistato ogni anno con cinquantuno settimane di assenza e di nostalgia, di mettere per la cinquantaduesima settimana tutte le sgradevolezze fra parentesi. 

Il diritto di illudermi, sapendo che di illusione si tratta, che la realtà che vedo coincida con quella del ricordo e del sogno. 

Il diritto di ogni emigrante di sentirsi, almeno per pochi giorni all'anno, pienamente e compiutamente a casa.