mercoledì 16 ottobre 2013

Ritratto di Irene

(Doppio) ritratto di Irene. Showroom Fazioli, Milano, Maggio 2011.
Pochi concorsi pianistici sulla scena mondiale possono vantare l'aura e il prestigio che circondano il concorso Chopin di Varsavia. Pollini, la Argerich, Zimerman, Blechacz sono solo alcuni dei grandissimi pianisti che l'hanno vinto; e anche quando il verdetto finale dà adito a dubbi e perplessità, il rigore esasperato della selezione garantisce un livello medio tecnico e musicale al di sopra di ogni sospetto.
L'ultima edizione del concorso si è svolta nell'ottobre 2010 ed è stata "coperta" dal benemerito canale televisivo TVP Kultura in maniera completa e appassionante: oltre a ogni singola nota suonata durante il concorso agli spettatori venivano proposti dibattiti in studio, interviste coi protagonisti, approfondimenti su questo o quell'aspetto della musica di Chopin. Un vero Super Bowl del pianoforte.

E' appunto al concorso Chopin 2010 che devo il mio primo contatto con Irene Veneziano. Ne avevo già seguito le due prime prove ricavandone l'impressione di un'interprete estremamente interessante; ma fu durante la terza prova che mi resi conto in maniera chiara della straordinaria musicista che stavo ascoltando: un recital chopiniano che comprendeva i primi due Notturni dell'op. 15, la Polonaise op. 26 n. 2, la Polacca-fantasia op. 61, la seconda Sonata op. 35 e - incastonata fra Polacca-fantasia e Sonata - una Berceuse op. 57 di un lirismo e al tempo stesso di un rigore stilistico impressionanti.

Ora, io per la Berceuse ho una piccola(?) fissazione, ritenendola - alla stregua dell'Ave, verum corpus mozartiano o degli ultimi pezzi pianistici di Brahms - uno di quelle supreme pagine di congedo che distillano la quintessenza poetica di un compositore, e che spesso bastano da soli come pietra di paragone per la statura artistica di un interprete. E' un brano di una delicatezza e dolcezza struggenti ma anche per certi versi ingannevoli: l'interprete che ne fornisce una lettura puramente lirica e sentimentale ne tradisce gli aspetti formali e costruttivi che qui assumono un rilievo da Variazioni Goldberg in miniatura. E nella versione che stavo ascoltando c'era tutto: c'era tenerezza, c'era contemplazione, c'erano il canto e la magia. E tutto questo non sovraimposto, ma dedotto.

Una resa così bella di un pezzo che amo così tanto mi spinse a fare qualcosa del tutto al di fuori dai miei normali canoni di comportamento: tentare un contatto con l'interprete allo scopo di ringraziarla per le emozioni che mi aveva regalato.Nell'impresa si rivelò prezioso Facebook, su cui scoprii che Irene aveva un account e che mi diede la possibilità di inviarle un messaggio in cui tentavo di spiegarle tutto il mio apprezzamento. Era un messaggio che nella mia testa non avrebbe avuto nessun seguito, un piccolo tributo di ammirazione destinato ad esaurirsi in sé stesso: così invece non fu. Così non fu perchè il giorno dopo Irene mi rispose, e nella risposta non c'era un generico ringraziamento ma le parole di qualcuno che si era dato la pena di leggere e capire. Con la sua tipica, provvidenziale imprevedibilità la vita aveva trasformato un incontro che neanche avrebbe dovuto essere tale nell'inizio di una splendida amicizia: col tempo infatti quei messaggi si moltiplicarono e in seguito ebbi modo di conoscere e frequentare Irene di persona e di apprezzarne le tante qualità umane.
Racconto questi particolari per rimarcare che - parlando di Irene Veneziano musicista - sto parlando di una cara amica: è un conflitto d'interessi che dichiaro con grande fierezza, e se per qualcuno le mie osservazioni fossero destituite di credibilità beh, pazienza.

Una delle caratteristiche a mio avviso tra le più evidenti nel pianismo di Irene Veneziano è il gusto e il rispetto dello stile: Irene è in grado di rendere in maniera compiuta il mondo espressivo di musicisti appartenenti a epoche diversissime rispettando la voce, il modo di porgere, la lingua di ognuno: nelle sue letture il romanticismo di Schumann risulta altro da quello di Chopin o di Liszt, la leggerezza di Galuppi ha un tono e un timbro diversi da quella di Debussy.
Al pianoforte. Teatro Belloni, Barlassina (MB), febbraio 2013.
A questo aspetto si unisce un fenomenale senso della struttura, una dote che si rivela tanto più preziosa quanto meno la composizione da rendere ha una rigida griglia formale cui interprete e ascoltatore possano fare riferimento: in pagine come la Ballata n. 1 op. 23 di Chopin o la Fantasia op. 17 di Schumann la capacità di tracciare una linea entro cui inscrivere armoniosamente il flusso sonoro può fare la differenza tra una semplice resa del testo e una vera interpretazione dello stesso. Ma anche in un brano come la già citata Berceuse il gioco di accumulo e rilascio delle tensioni rivela (se gestito bene) la favolosa sapienza compositiva di Chopin con la stessa solare, limpida evidenza di una dimostrazione geometrica.
Un'altra dote di Irene Veneziano pianista che risulta evidente anche ad un ascolto superficiale è la gamma cromatica apparentemente infinita di cui dispone il suo pianoforte, che unita al senso dello stile di cui parlavo prima le consente di collocare ogni autore in una luce diversa: dal colore brunito dei Lied schubertiani trascritti da Liszt, alla luce meridiana del Notturno op. 15 n. 1 di Chopin, all'acquarello tenue della Fille aux cheveux de lin  di Debussy ogni autore, ogni brano, ogni frase riceve una caratterizzazione in termini di suono che risulta - puramente e semplicemente - giusta.


Ho parlato del rispetto della cifra stilistica di ogni autore, ho parlato del senso della struttura, ho parlato della ricchezza della tavolozza sonora. Eppure non ho ancora nominato quello che secondo me è il vero segno distintivo di Irene quando siede al pianoforte, ciò che per me la mette in compagnia di un ristretto novero di grandissimi: sto parlando della capacità di far vivere e respirare la musica, di trasformare dei segni scritti sulla carta in vibrazioni che formano un tutto organico. Se la pagina lo permette, se le sue acque sono sufficientemente profonde, quando Irene tocca la tastiera non ci sono più altezze, durate, timbri: c'è un organismo che prende vita e palpiti e si esprime attraverso i suoni. E' una virtù che rischia di passare inosservata, tanto naturale è il risultato finale: ma può essere colta benissimo osservando con quanta esattezza vengano resi elementi apparentemente secondari: le pause coronate, le piccole appoggiature, le notine di transizione. E' in questi attimi così vicini al silenzio che si coglie il respiro, se c'è: e se non ce ne accorgiamo, sappiamo di stare contemplando un blocco inerte di marmo.

Ed è proprio questo senso di vita, di movimento, di calore che dalla personalità solare e briosa di Irene si trasferisce alle sue dita e alle note che suona a conferire ad ogni suo concerto il carattere di una gioiosa esperienza per lo spirito: in un'epoca in cui soprattutto da parte dei giovani interpreti sembra essersi aperta una gara a chi pesta più forte, a chi suona più caricato, a chi peggio stravolge il testo pur di fargli dire quello che l'interprete ritiene di dover comunicare, l'approccio limpidamente comunicativo, spiritualmente onesto di Irene Veneziano rappresenta un'oasi di luminosa bellezza; ed è questa la ragione per cui invito chiunque legga queste mie divagazioni ad informarsi sui prossimi concerti di Irene o quantomeno a procurarsi qualcuno dei suoi dischi. E' l'unico modo per rendersi ragione di persona della reale statura interpretativa di un grande Maestro: Irene Veneziano.

La mia amica Irene.



mercoledì 2 ottobre 2013

La sindrome del criceto

Scorte di tabacco. A scanso di equivoci, questa *non* è la mia...
L'impietosa diagnosi è di Justyna: sono un accumulatore compulsivo di scorte. Per anni ho tentato di negare a me stesso e agli altri la scomoda verità, ma messo di fronte a una collezione di CD che comprende (tra l'altro) due integrali complete di Mozart, ventotto versioni diverse del secondo concerto per pianoforte di Brahms e dodici delle Nozze di Figaro mozartiane; confrontatomi con gli scaffali della dispensa gementi sotto il peso degli spaghetti e dei vermicelli che imperterrito continuo a comprare tutte le volte che vado a fare la spesa; ed essendomi reso conto che ci sono rispettabili gattili dotati di provviste di croccantini  e sabbietta inferiori a quelle che mediamente sono a disposizione dei miei due gatti, ho dovuto ammettere che sì, forse una certa tendenza all'incetta e all'ammasso non mi è del tutto estranea. Con precedenti di questo tipo, il trend che avrebbero seguito i miei acquisti di tabacco era - ahimè - fin troppo facilmente pronosticabile.

In questo campo specifico però ho potuto scoprire con una certa soddisfazione che non ero da solo: che creare e mantenere un caveau di tabacchi da pipa era un'operazione niente affatto insensata.
Ma di che si tratta? Semplicemente di comprare in un fissato arco di tempo più tabacco di quello che si riesce a fumare, mettendo da parte l'eccedenza che si viene così creando.
E' un'operazione che ha una serie di motivazioni che a mio parere la rendono attraente anche per chi non è affetto da quella che Justyna ha icasticamente battezzato come  sindrome del criceto:

- il primo motivo è di natura pedestremente, grettamente economica: anche se può sembrare controintuitivo, è innegabile che  - dato che il tabacco aumenta costantemente e invariabilmente di prezzo -  farne scorta aiuta a tenere basso il costo medio di una pipata

- il secondo motivo attiene invece alla disponibilità a lungo termine delle miscele. Alcuni tabacchi cambiano di produttore o di modalità di produzione o di composizione nel corso degli anni, pur mantenendo inalterata la denominazione: i Dunhill dopo essere stati prodotti per lunghi anni dalla Real Casa del Bianco Puntino sono poi passati a Murray, che li ha infine ceduti a Orlik; il Capstan è attualmente prodotto da Mac Baren, i Rattray's da Kohlase&Kopp. Tutti cambiamenti accompagnati da cambiamenti del gusto; altri tabacchi poi semplicemente smettono di essere prodotti,  o anche solo di essere commercializzati nelle lande a cui si ha facile accesso. In tutti questi casi le scatole comprate due, cinque o dieci anni prima diventano l'unico modo possibile per assaggiare tabacchi nel frattempo geneticamente mutati o divenuti indisponibili.
Il detonatore di questo post: una latta di Hal O' The Wynd invecchiata tre anni.

- il terzo motivo è probabilmente il più valido in un'ottica epicurea: molti tabacchi invecchiando cambiano in meglio. Succede un po' come per le persone: l'età smussa certi spigoli, arrotonda certe asprezze e tende a rivelare la personalità più autentica. I tabacchi che maggiormente beneficiano di lunghi soggiorni nel caveau sono quelli con le più alte percentuali di zuccheri, grazie ai quali i batteri presenti nel tabacco possono continuare a lungo la loro opera: e quindi senza dubbio i Virginia, e più quelli chiari che quelli scuri. Basta solo un anno di invecchiamento per tirar fuori da miscele come il Golden Glow di Samuel Gawith o il Capstan giallo una struttura e una profondità assolutamente insospettabili nel prodotto fresco. Anche le miscele inglesi si giovano di un po' di sosta in dispensa: in questo caso però c'è da tener conto che la tendenza all'amalgama e all'arrotondamento potrebbe sul lunghissimo termine far perdere un po' di incisività a questi tabacchi.
I cosiddetti "naturali" (miscele a base di Burley, Kentucky, tabacchi bruni francesi, Semois) non risentono particolarmente della stagionatura, nè in meglio nè in peggio: e ciò si spiega col tenore relativamente basso di zuccheri di questi tabacchi; infine gli aromatizzati al caffè, alla fragola o al tiramisù conviene - se proprio non si riesce a lasciarli sugli scaffali del tabaccaio - fumarseli il più "freschi" possibile, prima che l'aromatizzazione evapori e lasci percepire la qualità in genere mediocre delle foglie utilizzate.

Tanto per dare qualche numero di riferimento: i Virginia evolvono sostanzialmente all'infinito, anche se si tratta di un processo asintotico. I cambiamenti più spettacolari avvengono di norma nei primi cinque-dieci anni, ma ad avere costanza l'invecchiamento può essere spinto anche molto ma molto oltre: non è possibile dare a parole un'idea di quello che può essere fumare un Virginia (o un Virginia-Perique) stagionato quindici o vent'anni.
Le miscele col Latakia raggiungono probabilmente il loro apogeo dopo tre-cinque anni, ma è una tipologia di tabacco per la quale contano molto i gusti personali e la specifica miscela: avendo avuto modo di confrontarli, io ad esempio preferisco lo Skiff relativamente "fresco", mentre il Samarra di Pease è a mio giudizio decisamente migliore dopo qualche anno di riposo.

Ma c'è anche dell'altro: a mio modo di vedere invecchiare tabacco ha - oltre a quella pratico-edonistica - una valenza prettamente morale, dato che è un'attività (ammesso si possa definirla tale) che insegna il valore del tempo che passa, illumina i benefici della tranquillità e del riposo e soprattutto dimostra luminosamente che non tutto è in vendita. Non importa quale cifra siate disposti a spendere per comprare tabacco, ma per avere un Virginia invecchiato vent'anni vi ci vorranno vent'anni e non un giorno di meno (a meno ovviamente che non bariate comprando scatole già invecchiate, il che peraltro non toglie validità all'affermazione).

E infine, forse la cosa più importante di tutte è che fumare tabacco stagionato significa ritrovare e far passare attraverso quei condotti di radica e di ebanite un po' di ciò che eravamo. Significa riappropriarci di frammenti di noi stessi di cui magari avevamo perso finanche il ricordo. E' una piccola madeleine ma senza zucchero e senza grassi: chi l'ha detto che fumare "nuoce gravemente alla salute"?