martedì 27 agosto 2013

Sławomir Mrożek, 1930-2013

"Sto soffrendo! Lo capisci?!" (disegno di S. Mrożek)
A volte le combinazioni della vita sono davvero curiose. Un paio di settimane fa ero in Polonia e avevo appena cominciato a leggere il secondo volume dei Diari di Sławomir Mrożek quando appresi che lo scrittore era appena morto a Nizza, città nella quale risiedeva dal 2008.
Disegnatore, scrittore, drammaturgo, Sławomir Mrożek è stato una delle figure intellettuali più interessanti del recente panorama culturale polacco.
Il mio incontro con Mrożek risale a una quindicina d'anni fa, quando comprai su una bancarella di libri usati una delle sue più celebri raccolte di racconti, "L'elefante": non sapevo nulla di lui, ma interessandomi  - al solito in maniera dilettantesca e disordinata - di tutto ciò che fosse polacco, pensai che un nome e un cognome così fossero una garanzia sufficiente.

Mi bastarono poche pagine per capire che quello che avevo per le mani era il libro di un fuoriclasse. Una fantasia scatenata e un'intelligenza acuminata come un fascio laser  facevano di ognuno di quei brevi raccontini una specie di benefica pilloletta per la mente.
Sono racconti nei quali spesso si parte da presupposti verosimili, da situazioni apparentemente pacifiche e si arriva - a fil di logica - verso conclusioni grottesche ed assurde.

Come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, storia di un direttore di zoo carrierista che per ingraziarsi gli alti papaveri del partito decide di rinunciare ai fondi già stanziati per l'acquisto di un elefante e sostituirlo con uno di gomma. La brillante idea viene però compromessa dagli inservienti dello zoo che - stufi di pompare aria con una pompa a mano nell'enorme carcassa - decidono di pompare elio da una bombola che trovano nel magazzino: col risultato che mentre un'insegnante intrattiene la classe davanti alla gabbia del presunto elefante descrivendone la grandezza e il peso, questo si stacca da terra e comincia a volteggiare in aria spinto dal vento. Meravigliosa la chiusa del racconto, che qua riporto nella mia insufficiente traduzione:


"L'elefante fu ritrovato nel vicino giardino botanico, dove cadendo aveva urtato un cactus ed era scoppiato. 
Gli studenti che erano allo zoo abbandonarono la scuola e si diedero al teppismo. Probabilmente bevono vodka e rompono vetri. Non credono nel modo più assoluto agli elefanti".

"Un'infanzia difficile, la guerra, l'occupazione sovietica e adesso tu?"
O l'impagabile "La cooperativa mezzo litro" in cui si immagina un'ipotetica istituzione che fornisce volontari disposti a fare compagnia a chi vuol bersi una bottiglia di vodka ma non vuol farlo da solo, facendo così incontrare domanda e offerta.

E' tutta una girandola di personaggi improbabili, di atmosfere sghembe, di vicende surreali che a cerchi concentrici mettono alla berlina i paradossi della società della Polonia comunista, della mentalità dell'homo polonicus, della condizione di vita dell'homo sapiens in generale.

Quello che avrei imparato ad apprezzare solo molto dopo questo primo impatto con Mrożek è l'uso magistrale della lingua: una capacità prodigiosa di cambiare registro, stile, impronta sulla base di quello che la situazione richiede.

Ma oltre che come narratore Mrożek è stato attivo anche come drammaturgo, e i suoi drammi "Tango" e "Gli emigranti" sono tra gli esiti più alti del teatro polacco del XX secolo, degni di stare al fianco dei grandi capolavori di Pirandello, di Beckett, di Ionesco, di Harold Pinter. Sono lavori in cui è possibile rilevare la stessa capacità di cogliere assurdi e paradossi di anelli via via più vasti di realtà che si riscontra nelle novelle, e che costituisce alla fine l'eredità più grande e la ragione del senso di perenne freschezza e attualità che promana da buona parte dell'opera di Mrożek.

Chiudo questo piccolo ricordo di un grande scrittore con una piccola annotazione a margine: Mrożek era un appassionato fumatore di pipa, e nei suoi diari più volte si parla del conforto e della gioia che traeva dalle sue pipate. In una lettera ad un suo amico una volta scrisse: "Ho sempre desiderato di morire in maniera tale da avere il tempo di cancellare tutte le mie tracce. Addirittura bruciare le mie pipe".
Ecco, come ho già scritto altrove  tra il fumatore e le sue pipe si instaura un legame tutto particolare: e che un uomo della fantasia di Mrożek abbia evocato proprio l'immagine delle pipe che bruciano per rappresentare il grado estremo della scomparsa è una cosa che mi colpisce e mi commuove.

Niech ziemia Panu lekką będzie, Panie Mrożku.


Sławomir Mrożek, 1930-2013

giovedì 15 agosto 2013

Skies of Poland

Nei diciassette anni che sono ormai trascorsi dalla mia prima visita, ho girato la Polonia in lungo e in largo. Ho assistito alla trasformazione di Varsavia da triste dormitorio postcomunista a città piena di luci, di negozi, di colori. Mi sono bagnato i piedi nell'incredibile grigio acciaio del Baltico  e ho camminato per i sentieri dei Tatra. Ho bevuto birre deliziose all'ombra del campanile della chiesa di Maria nella piazza del mercato di Cracovia e sorseggiato voluttuose cioccolate con panna da Wedel a Varsavia. Ho mangiato in ristoranti a cinque stelle e in improbabili chioschetti dentro stazioncine periferiche. Eppure alla fin fine se dovessi nominare quello che secondo me è il proprium della Polonia parlerei dei piccoli paesini di campagna. La loro bellezza non è di quelle che cedono al facile pittoresco: sono gruppi di casette senza pretese, con davanti un po' di giardino e dietro l'aia e la porticina che dà accesso al campo. In estate è un paesaggio verde d'erba e giallo di fieno e di grano. E sopra questi verdi e questi gialli, lo sconfinato cielo della Polonia con le nuvole spinte incessantemente dal vento. Quel vento che muove anche le foglie dei pioppi e dei castagni  facendole stormire con un suono che è la musica stessa della pace.
Bisogna viverci per un po', dentro questo verde e sotto questo cielo. Bisogna dare loro il tempo di entrarti dentro. E allora diventano una specie di piccola oasi dell'anima. Un posto a cui si può fare ritorno per provare qualcosa che se non è felicità la ricorda maledettamente da vicino.


La casa di Justyna nel Mazowsze nordoccidentale.

martedì 6 agosto 2013

Critica della ragion pratica

Jan Jansz van de Velde, Natura morta con pipe, ca. 1651
Pochi argomenti del mondo pipario sono in grado di suscitare commenti tanto infuocati e prese di posizione tanto estreme come quelli legati al "rapporto qualità / prezzo" di tabacchi e pipe. C'è chi afferma (non senza ragione) che una pipa da 500 euro non fuma dieci volte meglio di una pipa da 50; c'è chi rivendica (anche lui non a torto) la qualità superiore dei marchi premium; c'è chi racconta come l' unica pipa in suo possesso a fare acqua è una Dunhill; e di solito la discussione finisce con gli esponenti delle due fazioni che si guardano (almeno virtualmente) in cagnesco e senza che nessuno sia stato in grado non dico di convincere ma almeno di far venire un dubbio a nessuno. Tra l'altro è interessante rilevare un apparente paradosso: questa stessa identica discussione ricorre ciclicamente fra gli aficionados praticamente di qualunque cosa, con una virulenza che è inversamente proporzionale al grado di utilità pratica della cosa stessa: così, mentre fra gli appassionati di fotografia diatribe del tipo "la Moskva 5 del 1952 che ho preso a 10 euro su una bancarella fa foto migliori della tua Canon 0.5DDD da 12.500 euro solo corpo" sono all'ordine del giorno, è già più raro che tra gli appassionati di automobili sorgano discussioni su "Una Mercedes da 80K euro non va dieci volte più veloce da una Panda da 8K"; e questo tipo di divergenze è del tutto assente in ambito "professionale", quando si discute di strumenti di lavoro.
Sembra quasi che - per una sorta di inconfessato senso di colpa - la nostra tendenza ad ammantare di razionalità le scelte di acquisto che facciamo diventi sempre più pressante man mano che la natura di ciò che acquistiamo diventa meno utilitaristica e più francamente voluttuaria.

Ovviamente anch'io ho le mie idee in merito di pipe (e non solo), e oggi ho deciso di condividerle con codesto rispettabile pubblico.

Se parliamo di aspetti pratici e  strettamenti legati alla fumabilità dell'oggetto, secondo me non ce n'è per nessuno: nulla può battere una pipa di terracotta. E' una pipa instancabile, fuma asciutto, non necessita di rodaggio, non "colora" il tabacco con aromi e sapori estranei. Il cannello di legno si può all'occorrenza sostituire con una spesa simbolica e laddove la pipa stessa mostrasse segni di cedimento basterebbe rimetterla in fornace per riottenere, come l'araba Fenice, una pipa nuova.In più il costo unitario del manufatto è tale da consentire di tenersene in casa una scorta anche sovradimensionata e potere così fronteggiare eventualità quali rotture, crepe e altro.Anche le pannocchiette sono abbastanza vicine al punto di ottimo, ma le terracotte le battono per durabilità e assenza assoluta di rodaggio.

E quindi?

E quindi la verità (sempre per me, sia chiaro) è che nel comprare una pipa la fumabilità è solo uno dei fattori che entrano nel gioco. Di norma è il più importante, ma non esaurisce di certo ciò che forma e alimenta il meccanismo di valutazione. E se si ammette questo, si capisce che lo spettro delle possibilità diventa potenzialmente infinito. La mia Gilli del compleanno è una grande pipa non solo per quanto bene fuma: ma anche per quanto è leggera, per quanto perfette sono le sue proporzioni, per quanto è curata in ogni dettaglio, per quanto è cromaticamente originale. Sono tutti fattori che non passano per il naso o il palato; ma contribuiscono al piacere della pipata in maniera impalpabile ma non per questo inesistente.

E' ovvio che ognuno sceglierà col proprio criterio, i propri gusti, la propria cultura e anche col proprio portafogli quali di questi fattori prendere in considerazione e quanto pesarli; ma affermare aprioristicamente che non val la pena spendere più di N euro per una pipa mi sembra difficilmente difendibile.

Insomma, come al solito nel lento fumo (e non solo) è tutta questione di riflettere, ponderare e valutare. Perchè ogni piacere deriva da una retta valutazione, come diceva Epicuro duemilacinquecento anni fa. Non so se Kant fumasse la pipa, ma non mi stupirebbe se se ne fosse sempre astenuto; sono invece abbastanza certo che - ci fosse stato tabacco ai suoi tempi - Epicuro di tanto in tanto una pipata se la sarebbe concessa di gusto.