martedì 30 luglio 2013

Cumberland spring

Era il 1944 quando il compositore americano Aaron Copland ricevette dalla ballerina Martha Graham la commissione per la musica di un balletto ispirato alla vita dei pionieri.
Aaron Copland ai tempi di Appalachian Spring
La Graham fornì a Copland solo un sommario molto vago della "trama" del lavoro, nell'intento di lasciare al compositore la massima libertà espressiva possibile. Durante tutta la fase della composizione, Copland chiamò il lavoro semplicemente ballet for Martha e fu soltanto una settimana prima del debutto (avvenuto a Washington il 30 ottobre) che la Graham decise il titolo definitivo: Appalachian Spring.
L'organico originario prevedeva un ensemble cameristico formato da tredici strumentisti (gli archi in formazione canonica più clarinetto, fagotto, flauto e un pianoforte); l'anno successivo Copland ricavò dalla musica per il balletto una suite orchestrale che divenne ben presto uno dei suoi lavori più popolari e più largamente eseguiti.

Forse a nessun altro musicista come ad Aaron Copland toccò in sorte di saper cogliere e rendere in maniera tanto nitida qualcosa dell'essenza stessa dello spirito americano.
La sua musica possiede delle qualità di fiducia nel domani, di saldezza interiore, di una gentilezza tranquilla che non deriva dall'adesione a una convenzione imposta dall'esterno ma è espressione di tutto un modo di concepire l'esistenza. Sono caratteristiche che hanno reso la produzione di Copland in grado di influenzare in maniera duratura il pensiero ed il linguaggio espressivo del suo Paese: potete non aver sentito una nota di Copland, ma se avete mai visto in un film americano una scena di paesaggio è facile che la musica di sottofondo vi torni alla mente ascoltando Appalachian Spring. Da un certo punto di vista non è esagerato affermare che Copland con la sua musica ha scritto la colonna sonora del paesaggio americano.


Poco meno di una sessantina d'anni dopo (nel 2002 per l'esattezza), a Gregory L. Pease fu offerto di acquistare una partita di tabacco Kentucky invecchiato oltre vent'anni. Quel tabacco costituisce l'ossatura di un capolavoro che - esattamente come Appalachian Spring - cattura qualcosa dello spirito americano, una miscela che non sarebbe potuta nascere che da quel lato dell'Oceano: Cumberland. Stabilire paralleli fra un tabacco e un brano musicale potrebbe sembrare un esercizio nei territori della più assoluta gratuità: eppure io sono convinto che chi assaggerà questo tabacco non potrà non coglierne i tratti idiomatici che lo caratterizzano.A partire dalla composizione (manco a dirlo all American: oltre il summenzionato Kentucky, ci sono dei sontuosi Virginia rossi e un Perique impiegato come esaltatore della nota dry in maniera assolutamente geniale), al gusto al tempo stesso deciso, corposo ma anche gentile, alla grande facilità di combustione, tutto contribuisce a rendere questo tabacco un autentico classico americano.
E' una miscela che ha la debordante ricchezza del paesaggio del Vermont temperata dall'austerità dei Padri Pellegrini; una miscela che parla di grandi spazi, che con la nota leggermente affumicata dei suoi aromi suggerisce  profumi di legna che brucia al centro di un accampamento.
Ha un corpo e una spinta nicotinica decisi: ma è una forza gentile, che si lascia percepire ma non viene gratuitamente esibita.
Non posso dire che sia il tabacco più buono che abbia mai fumato (ammesso che si possano fare attribuzioni di questo tipo con un minimo di sensatezza), ma di certo raramente ho fumato miscele con tale potenza e precisione evocativa.
E' un tabacco da fumare leggendo Thoreau, Emerson o Mark Twain, o ascoltando (ovviamente) Copland o Ives; o anche senza fare null'altro che fumare, lasciando che le sue suggestioni modellino il nostro spazio interiore.










giovedì 25 luglio 2013

C'è poco da stare Allevi

Le deliranti dichiarazioni del sedicente compositore di musica classica Giovanni Allevi non meriterebbero in sé stesse che un pigro si scomodi a confutarle o anche solo a commentarle. Non foss'altro perchè così facendo si corre il rischio di fungere da ripetitore alle sue scempiaggini e quindi di prestarsi al gioco dell'ufficio marketing del finto-giovane.

Eppure.

Eppure se da diversi giorni l'indignazione per la boutade del Keith Jarrett de noantri non si placa, se su Facebook sono nate pagine dedicate all'argomento, forse è segno che oltre a me c'è qualcun altro che si è sentito non solo infastidito ma offeso, che ha percepito la latente immoralità di certe affermazioni, e in prospettiva di tutto il fenomeno Allevi.

Il primo genere di immoralità che salta agli occhi è quello puro e semplice della bugia, del mentire sapendo di mentire: se Allevi avesse detto "Beethoven non mi emoziona, gli preferisco Jovanotti" sarebbe rimasto nell'ambito di un giudizio di gusto, discutibile quanto si vuole ma alla fin fine legittimo. Ma lui ha dato alla frase la forma di un'affermazione apodittica, e c'è il rischio che qualcuno, riconoscendogli un'autorevolezza di qualunque tipo in campo musicale, non vada a controllare e gli creda. O magari si senta culturalmente giustificato nel voltare le spalle al palloso Beethoven: non sono io che non lo capisco, è lui che manca di ritmo. Oh, l'ha detto Allevi.

Il secondo genere di immoralità è contenuta nella storiella del bambino che si annoia all'ascolto della Nona di Beethoven. Ora, la Nona di Beethoven in certi punti è ardua, no contest. Ma quand'anche l'episodio fosse vero cosa se ne deduce? Per parte mia, che i genitori avevano sbagliato ad esporre il bambino a un'esperienza che non aveva gli strumenti per elaborare; e che bisognava lavorare per fornire questi strumenti al bambino e metterlo in condizione di capire e godere la Nona di Beethoven. Non è impossibile: don Milani c'era riuscito cinquant'anni fa con la Settima e i ragazzi di Barbiana. Ma forse dipendeva dal fatto che la Settima ha più ritmo, vai a sapere.
Invece il messaggio di Allevi è che il bambino ha ragione ad annoiarsi, e quindi oggi bisogna scrivere musica (e probabilmente anche girare film, scrivere libri, dipingere quadri etc.) tali da tener desta l'attenzione di un bambino ignorante. Ancora una volta un messaggio ammiccante nei confronti di chi non ha voglia di sforzarsi: va tutto bene, tu sei  moderno e Beethoven è antico. E' vecchio.

Connesso a questo messaggio avvelenato, ce n'è poi un altro che è avvolto nella confezione dolciastra (e anche un po' ripugnante sul piano umano, a dirla tutta) della lamentazione contro l'invidia e l'incomprensione degli altri: "Non posso entrare in molti Conservatori italiani, mi dispiace ricevere a volte le contestazioni degli studenti che li frequentano, mi dispiace sapere che non potrò varcare le loro porte, ma so che la cosa importante è raggiungere il cuore della gente. Lì la mia musica può entrare."
Dove il postulato è che per entrare nel cuore delle persone bisogna preventivamente spegnere loro il cervello. 

Vicini al cuore del popolo!
Che per carità, è un postulato che Allevi non è il primo a formulare. 
Anche Goebbels quando organizzava le mostre sull'arte degenerata e metteva al bando la musica dodecafonica o la pittura espressionista si poneva sulla stessa lunghezza d'onda. 
E in fondo gli atletici operai, le bionde coltivatrici di grano, gli eroici soldati, le mamme che si chinavano protettive sui bimbi con la divisa da Pionieri, insomma tutto il repertorio iconografico del realismo socialista non nasceva forse dall'esigenza di essere vicini al cuore del popolo?

Ecco, questa idea dell'arte che deve titillare istinti e sentimentalismi dei propri destinatari senza mai metterli in discussione, questo voler lasciare sempre e soltanto soddisfatti i propri fruitori, questo rifuggire da tutto ciò che potrebbe richiedere impegno e riflessione: in una parola, questa visione francamente pornografica dell'arte mi sembra davvero il messaggio più reazionario, più pericoloso, più insopportabile contenuto nello sproloquio di Allevi.

Che però mi sento di rassicurare almeno su un punto: sempre nella parte delle sue dichiarazioni in cui rotola voluttuosamente nel vittimismo a un certo punto il diversamente pettinato afferma: "Mi ha fatto male sapere che persone autorevoli mi consideravano un impostore". 
Ecco, sappia Allevi che anch'io lo considero un impostore. Quindi non c'è neanche bisogno di essere persone autorevoli.






martedì 16 luglio 2013

Samarra, o della sfacciataggine dell'opulenza

Decorazione murale rinvenuta a Samarra
Nell'anno 221 dell'Egira (corrispondente all'836 d.C.) il califfo al-Mu'tasim, grande cultore di architettura, decise di lasciare Baghdad e fondare una nuova capitale. Il posto prescelto si trovava sulle rive del Tigri a un po' più di un centinaio di chilometri da Baghdad e alla città venne dato il nome di Surra Man Ra'a, ovvero Felice colui che la vede, che ben presto divenne semplicemente Samarra. La nuova capitale sorse splendida di moschee, giardini, palazzi, residenze ampie e finemente decorate per il califfo e tutta la sua corte. Certo lo spettacolo per chi ci arrivava avendo negli occhi la desolazione del deserto iracheno doveva essere indimenticabile e tale da giustificare in pieno il nome della città: e ciò sia per l'ampiezza della città (lunga una quarantina di km e larga tra i 4 e gli 8 km, circondata da pareti esterne fortificate spesse tre metri) sia soprattutto per il lusso sfrenato che contraddistingueva gli arredi urbani, dalle cupole dorate delle moschee ai portoni finemente intarsiati, alla leggerezza da ricamo delle pareti interne di molti edifici. Milleduecento anni dopo, di questa ricchezza è rimasto in situ relativamente poco: un impressionante minareto alto una cinquantina di metri e che si restringe con andamento a spirale man mano che sale sul modello delle ziqqurat sumere e assire, una parte delle imponenti mura esterne e poco altro: del rimanente, qualcosa è disperso nei musei di mezzo mondo qualcos'altro ha semplicemente ceduto alla furia divoratrice del tempo e della storia.

E' probabile che quando Gregory L. Pease ha creato la meravigliosa miscela che porta il nome della città mediorientale avesse in mente di ricreare proprio la sensazione di opulenza che accompagnava il visitatore della Samarra ai tempi del suo splendore: innanzitutto ha usato una tavolozza di tabacchi assai variegata, che comprende Virginia rossi, Virginia lemon, vari gradi di Orientali, Latakia cipriota e Perique. E poi ha usato al meglio le sue abilità di blender per armonizzare queste componenti in una summa ricchissima ma al tempo stesso estremamente armonica.

Il sound di questa miscela non è quello rarefatto di un trio jazz, ma quello robusto e al tempo stesso setoso di una big band al gran completo. E' un tabacco che colpisce straight in your face già da spento: sentori di cuoio, di spezie, di frutta secca, di lieviti, di erba. E tutte queste componenti le ritroviamo ad accavallarsi senza mai interferire anche nel gusto, che parte con un'autentica esplosione di sapori e poi lascia spazio (davvero come nel più classico Ellington) agli assolo degli orientali e dei Virginia, col Latakia che lascia sentire i pizzicati del suo basso e il Perique che ogni tanto sbuca a segnalare e sottolineare i cambi nell'armonia.

Fumare questa miscela significa partire per un viaggio in cui ogni tappa, ogni boccata è - o quantomeno potrebbe essere - diversa da tutte quelle che l'hanno preceduta e la seguiranno. Un coloratissimo caleidoscopio in cui ci si perde più che volentieri.


Un capolavoro di Tiziano: la Danae del Museo di Capodimonte
Come tutti i tabacchi di qualità, anche questo può essere lasciato invecchiare: gli esiti del  confronto fra una latta "fresca" e una che aveva alle spalle quattro anni di cambusa mi ha richiamato alla mente l'evoluzione della pittura di Tiziano, dall'Amor sacro ed amor profano del 1514 alla Danae di Capodimonte del 1545, dalla incisività del disegno del pittore giovane alla sontuosa luce dorata della produzione più matura. Sono due esperienze diverse e solo il gusto personale può decidere (ma è poi necessario?) a quale dare la preferenza.

Gran tabacco esibizionista e spudorato, il Samarra. Certo, la sua opulenza è destinata a dissolversi in fumo. Ma in fondo è la stessa sorte che è capitata alla città da cui ha mutuato il nome; solo la scala dei tempi è stata diversa.



Un capolavoro di G.L. Pease: il Samarra

martedì 9 luglio 2013

Due modi di invecchiare

Ho trascorso l'ultimo fine settimana a Perugia insieme a Justyna. E' stata l'occasione per rinverdire la conoscenza di una città che entrambi amiamo molto e a cui ci sentiamo legati. Un week-end pieno di buona cucina, di arte (l'esperienza della Galleria Nazionale dell'Umbria, in cui gli sfondi di alcuni quadri  si specchiano negli scorci che si ammirano dalle finestre) e ovviamente di musica, data la concomitanza con Umbria Jazz.


Un particolare dell'Annunciazione di Perugino. 
Il paesaggio sullo sfondo è lo stesso che vi circonda a Perugia.
Oltre a tutta la musica che era possibile ascoltare per le strade e le piazze della città, i due concerti a cui abbiamo assistito all'Arena di Santa Giuliana sono stati quello di sabato col gruppo di Jan Garbarek (oltre a Garbarek suonavano Rainer Bruninghaus al pianoforte, Yuri Daniel al basso elettrico e un Trilok Gurtu in stato di grazia alle percussioni) e quello di domenica col trio di Keith Jarrett.

L'esibizione di Jarrett nelle intenzioni degli organizzatori avrebbe dovuto segnare la riconciliazione del pianista con la kermesse umbra dopo il clamoroso abbandono con insulti del 2007 dovuto sembra a qualche flash di troppo. Nella realtà così non è stato: i tre musicisti fanno il loro ingresso sul palcoscenico (Jarrett con gli occhiali scuri alle 21), si guardano intorno poi Jarrett scuote la testa, si avvicina al microfono e sibila "See you later". Dietrofront e via. L'organizzatore scongiura il pubblico di non fotografare, non filmare, non fumare, perchè "si sa, l'artista è così". Passano cinque tesissimi minuti, i tre ritornano sul palco. Jarrett si avvicina di nuovo al microfono e scandisce "Zero lights". Il palco piomba nella semioscurità che poi diventerà buio totale col passare dei minuti. Finalmente, in questo clima sepolcrale,  il concerto comincia. Sei brani, venticinque minuti di pausa, una seconda parte (illuminata) con altri cinque brani e via. Nessun bis, nessun sorriso.

Come hanno suonato? Per parte mia benissimo. Questi signori suonano insieme da trent'anni e si sente: un interplay talmente perfetto che a tratti sembrava di sentire una volontà unica, un unico strumento declinato attraverso le sonorità del piano, della batteria e del basso. Fra i brani c'era una ellingtoniana Things ain't what they used to be che da sempre Jarrett - con intuizione geniale - trasforma in una trascinante ballata blues, e che è stata resa come mai mi era capitato di ascoltare nei dischi in cui pure è spesso presente.

Ma certo il gelo che Jarrett ha fatto calare sulla platea ha faticato un bel po' a sciogliersi, e forse non si è mai sciolto del tutto. Onestamente con la montagna di soldi che ha e con lo status di mito vivente del jazz che si è conquistato mi riesce difficile capire le motivazioni che spingono Jarrett a continuare a sottoporsi a un rito - quello dei concerti - che in tutta evidenza detesta. E in tutta sincerità vedere un signore ormai avviato verso la settantina che non è ancora venuto a patti con alcuni degli aspetti fondamentali del mestiere che fa, e che si agita e sbraita per quelle che in fondo sono sciocchezze è uno spettacolo triste.


Garbarek e i musicisti del suo gruppo a passeggio per Perugia - Foto (C) Corriere dell'Umbria
Uno spettacolo tanto più triste se paragonato all'autentica festa della musica in cui si era tramutato il concerto di Garbarek che aveva avuto luogo nello stesso posto ventiquatttr'ore prima. Ho passato le due ore e passa del concerto fumandomi beatamente del Grousemoor Plug in una capiente pipa di pannocchia mentre Garbarek e i musicisti che erano con lui creavano atmosfere ora sognanti, ora energiche, ora liriche. E sempre, sempre serene. Ecco, Garbarek (che BTW è di due anni più giovane di Jarrett, 66 anni contro 68) mi ha dato l'impressione, con la musica che ha suonato e col modo semplice e sorridente di essere e di presentarsi, di una persona serena e tranquilla.Uno che è arrivato a far musica a un livello eccelso ma se - come è successo sabato scorso - qualche coppietta balla mentre lui soffia nel suo sassofono non ne viene disturbato. Uno che il giorno dopo viene tranquillamente ad ascoltare il concerto del suo collega seduto in platea in una posizione neanche particolarmente vantaggiosa. E che quando viene riconosciuto non nega a nessuno un (timido) sorriso, un autografo, una fotografia col telefonino.

Insomma, per quanto mi riguarda i dischi di Jarrett continuerò a comprarli, ma dai suoi concerti mi terrò lontano.
Di Garbarek invece ho appena letto che il 26 novembre prossimo suonerà a Chiasso. Potrebbe essere la prima volta che non ci vado a comprare tabacco.

Update 12.7.2013Qui trovate qualche foto che ho scattato durante il soggiorno umbro.


giovedì 4 luglio 2013

Piastrellisti e apicultori

"Ricominciamo, non ci arrendiamo."
Lars Gustafsson



Lars Gustafsson
Appartengo a una generazione che ha conosciuto(o quantomeno preso contatto con) la Svezia attraverso i film di Ingmar Bergman molto prima che attraverso i mobili Ikea. Sugli italianissimi scaffali della libreria nella mia stanza di ragazzo si ammonticchiavano le videocassette (talvolta originali, più spesso frutto di registrazioni fatte dalla televisione a orari improbabili) del Maestro svedese. Ricordo che ben prima che fossi in grado di comprendere fino in fondo i drammi che passavano sullo schermo (e - en passant: chi può dire in coscienza di aver compreso fino in fondo un'opera d'arte complessa come un film di Begman?) rimanevo già incantato dalla perfezione delle inquadrature e dalla bellezza della luce catturata dalla pellicola: non esiste per me bianco e nero più bello di quello che si può ammirare nel Posto delle fragole, nel Settimo sigillo o in Luci d'inverno.

Più tardi la lettura di "Lanterna magica" (l'autobiografia bergmaniana, vera come un reportage d'assalto e profonda come un grande romanzo) mi fece intuire che oltre alla Svezia da guardare c'era, poteva esserci, anche una Svezia da leggere: e a quel punto l'incontro col catalogo Iperborea fu inevitabile.

I libri Iperborea sono riconoscibili al primo sguardo per essere molto più stretti del consueto (non più di una decina di cm): probabilmente la benemerita casa editrice respingerebbe sdegnata l'accostamento, ma io non posso fare a meno di pensare che sono libri che sembrano pensati per stare comodamente sui ripiani non particolarmente profondi della regina delle librerie Ikea, la Billy.
Ma oltre che per il formato particolare dei suoi libri Iperborea è un unicum nel panorama editoriale italiano per organicità della proposta culturale, cura delle traduzioni e ampiezza di catalogo.

Uno degli autori di punta della casa è senz'altro Lars Gustafsson. Svedese, classe 1936, Gustafsson si è occupato nel corso della sua esistenza di filosofia, matematica, poesia, teatro, letteratura in prosa. Un tipino dai vasti interessi, diciamo così.

Di Gustafsson nel corso del tempo ho letto praticamente tutto quanto Iperborea ha reso disponibile ai lettori italiani. Lo reputo un autore straordinario, lucido come pochi nel mettere in evidenza quello che Montale definiva il punto morto del mondo, l'anello che non tiene e allo stesso tempo capace di non farsi travolgere dalla negatività dell'esistenza. Tra le sue opere ce ne sono due che mi sono divenute particolarmente care, due libri che mi trovo con una certa frequenza a rileggere senza stancarmene mai: Il pomeriggio di un piastrellista e Morte di un apicultore.

Nel pomeriggio di un piastrellista seguiamo la vicenda surreale e picaresca di uno scorbutico artigiano di Uppsala che una mattina riceve una confusa telefonata dalla quale gli sembra di capire che gli viene affidato il lavoro di piastrellatura di una villa in corso di ristrutturazione. Il libro è la storia di come Torsten Bergman affronterà la commissione che ha accettato, della casa in cui capiterà e di come questa faccenda apparentemente insignificante si rivelerà invece in grado di mettere il protagonista - e noi con lui - in condizione di riesaminare tutta la sua esistenza e magari di trovarvi se non un vero e proprio senso almeno sufficienti motivi di accettazione del suo destino, delle sue scelte, dei suoi tanti errori.

La copertina di Morte di un apicultore
Morte di un apicultore è a detta di molti il magnum opus di Gustafsson. Il titolo di questo libro dice allo stesso tempo molto (chi è il protagonista, su cosa si concentra il libro) e pochissimo (chi è davvero il protagonista, su cosa davvero si concentra il libro). Quello che leggiamo è il diario di Lars Lennart Westin, maestro elementare divenuto apicultore e della sua malattia. Anche qui in una contrazione dei tempi forse meno estrema che nel Pomeriggio ma che comunque è confinata a pochi mesi, ripercorriamo attraverso le annotazioni di Westin non solo il progredire della malattia ma tutta la sua esistenza precedente E anche qui siamo messi di fronte a una tematica tipica di Gustafsson, quella di un avvenimento esterno (un muro da piastrellare, un cancro) che fornisce una prospettiva dalla quale sia possibile accettare non solo quello che si è, ma soprattutto quello che si è stati.

Non fanno sconti, i libri di Gustafsson: sono spesso aspri, duri, beffardi. Non presentano eroi positivi in cui sia facile o almeno desiderabile identificarsi. Sono privi di happy end, almeno nell'accezione tradizionale del termine.
Eppure dietro questa superficie scabra, oltre la ribellione ed il sarcasmo,  io ho trovato alcune tra le pagine col maggior potere di consolazione che abbia mai letto: esattamente come alcuni film di Bergman, che ti lasciano con un vago senso di felicità pur senza aver mai smesso di prenderti a cazzotti nello stomaco.
Non so perchè, ma ho il sospetto che in questo c'entri qualcosa il motto di Lars Lennart Westin che ho messo in epigrafe a questo post e che ricorre a mò di mantra nel corso del libro. E ovviamente c'entra molto anche il potere di catarsi, di purificazione, di snebbiamento che è proprio della grande arte, di tutta la grande arte. Come quella di Ingmar Bergman o di Lars Gustafsson.