venerdì 28 giugno 2013

Di ritorno

E' ormai passato qualche giorno dal rientro da Nola.
Anche quest'anno la Festa ha bruciato in una folle vampata tutte le attese, i sogni e le speranze accumulati da un'intera città nel corso di un anno.


Chi volesse vedere qualche immagine di ciò che è stata la Festa del 2013 troverà qui gli scatti effettuati da me durante la lunga, brevissima settimana dal 16 al 23 giugno.

Su quello che è stato per me questa parentesi nolana potrei (dovrei) scrivere tanto. Ma - in omaggio al titolo di questo spazio - preferisco cedere la parola a una voce decisamente più ispirata della mia: quella di Giuseppe Ungaretti.

Silenzio

Conosco una città
che ogni giorno s’empie di sole
e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limìo
delle cicale

Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell’aria torbida


In fondo il 22 giugno del 2014 non è poi così lontano.

venerdì 14 giugno 2013

Bella straniera

I Gigli in Piazza Duomo
Ho vissuto a Nola per i primi trent'anni della mia vita. Ci ho vissuto in una famiglia che da parte di padre era nolana da sempre. Non è quindi strano che - come per tutti i nolani - per me giugno sia il mese più bello dell'anno: giugno è il mese della Festa dei Gigli (ma a Nola si dice semplicemente la Festa: non ce ne sono altre; e quando ci si riferisce alla Festa si fa in modo da far sentire l'iniziale maiuscola anche parlando).
La Festa dei Gigli è un rituale antichissimo, che trae probabilmente le sue origini dai riti di fecondità che si celebravano nell'ager nolanus già in epoca preromana. Qui trovate una sommaria descrizione dello svolgimento attuale della Festa, che ovviamente non riesce a dar conto dell'atmosfera che si respira a Nola per tutto il mese di giugno e che trova il suo acme il giorno della ballata dei Gigli, il 22 giugno o la prima domenica successiva a questa data.

L'Italia è ricca di feste e tradizioni di antica origine, molte delle quali ancora oggi sentite e celebrate dalle varie comunità locali: in fondo l'immagine dei paesani forestieri che tornano al luogo natio in occasione delle celebrazioni per il santo patrono è un topos del cinema italiano(e non solo)  fin dagli anni '60.
Ma una Festa che arrivi a plasmare a propria immagine e per i propri scopi finanche il tessuto urbano di una città, una Festa che attraverso le innumerevoli fasi del suo svolgimento richiede impegno e dedizione per tutto l'anno, una Festa che finisce per diventare un pezzo fondante dell'identità di un'intera popolazione è qualcosa che - concedetemelo - si trova ben più di rado.

L'attaccamento dei nolani alla Festa - parafrasando Collodi - "non si può descriverlo: bisogna saperselo figurare". E' un legame che comincia da bambini e per alcuni varca la soglia della morte: nel cimitero di Nola non sono rare le lapidi decorate con piccoli simulacri dei Gigli, quasi a testimoniare che un filo tanto tenace non può essere reciso neanche dalla Parca.
Io stesso, pur essendo caratterialmente agli antipodi della frenesia dionisiaca tipica della Festa, mi sentirei impazzire se in quei giorni fossi in qualunque angolo di mondo diverso da Nola.

Mi sono chiesto spesso di cosa sia fatta una catena tanto forte, un vincolo tanto tenace. Certo, la Festa è in sé stessa estremamente coinvolgente e spettacolare: ma questa è soltanto la superficie, ciò che è dato di cogliere anche a chi nolano non è, ciò che si presta ad essere raccontato, fotografato, filmato.
Ogni nolano però mi darà ragione quando affermo che nella Festa c'è molto di più che la danza maestosa di queste torri d'oro e d'argento, c'è un quid molto più intimo e molto meno comunicabile, c'è qualcosa che probabilmente rende ragione anche dell'atteggiamento ambivalente che noi nolani abbiamo nei confronti della divulgazione della Festa: da una parte vorremmo che tutto il mondo la conoscesse e l'amasse, dall'altra parte ci rendiamo conto con frustrazione che il suo nucleo vero e vitale è destinato il più delle volte a risultare impenetrabile a chi non abbia passato buona parte della vita in quel triangolo delimitato dalle colline di Cicala, Sant'Angelo e Cappuccini.

Il fatto è - vedete - che ad ogni ritorno della Festa il nolano rivive frammenti della sua vita.

Ad ogni Festa io mi rivedo bambino, preso per mano da mio padre e portato ad ammirare le evoluzioni di questi giganti di legno e cartapesta; mi rivedo ragazzo a fare ammuina fino all'alba; rivivo la dolcezza fresca degli spumoni con cui si chiudevano i pranzi della domenica dei Gigli preparati da mia madre, e lo strazio della prima Festa senza di lei.


Un caso di scuola di sincretismo culturale: una polacca sotto 'e vvarre
E ovviamente rivedo l'espressione di stupore impaurito sul volto di Justyna durante le prime Feste viste vicino a lei.
C'è voluto qualche anno per convincerla che quelle torri di legno e cartapesta non erano destinate a rovinare sul pubblico che assisteva alla loro danza, e ancora non sono sicuro che se ne sia persuasa del tutto.
Ma paura o meno, caldo asfissiante o meno, su un balcone o schiacciata tra la folla, sono ormai quindici anni ininterrotti che lei è sempre vicino a me. Se invece che nel Mazowsze nordoccidentale polacco fosse nata sui Quartieri, 'ncoppa 'a Travaglia o fore 'e fuosse non avrei avuto compagn(i)a più affettuosa e assidua.

E il titolo di questo post - che richiama quello di una canzone della Festa in cui si narra la storia di una bella forestiera innamorata dei Gigli - vuol essere un modesto omaggio a lei e a tutti quelli che vivono accanto a un nolano o una nolana e gli/le arricchiscono i ricordi della Festa con la loro disponibilità e la loro presenza.



venerdì 7 giugno 2013

Otto archi, sedici anni

Le splendide Cameriste Ambrosiane nella cornice di Palazzo Marino a Milano
Che Felix Mendelssohn avesse composto un ottetto per archi lo sapevo già; e probabilmente in passato doveva anche già essermi capitato di ascoltarlo. Ma l'incontro decisivo con questa musica, quello che mi ha davvero fatto scoprire il suo fascino sconfinato, lo devo ad un gruppo di giovani e bravissime musiciste di stanza a Milano, le Cameriste Ambrosiane, che lo proposero lo scorso anno nel quadro di una rassegna concertistica interamente curata da loro. Non avrei potuto desiderare un'introduzione migliore: la gioia, l'entusiasmo, la passione con cui queste ragazze suonano sembrano fatte apposta per mettere in risalto gli omologhi caratteri della pagina mendelssohniana. Composto nel 1825 (Mendelssohn era nato nel 1809, aveva quindi sedici anni) e articolato in quattro movimenti, l'Ottetto è una composizione immersa dalla prima all'ultima nota nella luce della giovinezza, pervasa da un ardore gioioso che conosce ostacoli nè confini. E nelle mani giuste questi sentimenti di gioiosa, spontanea adesione alla vita passano dai pentagrammi degli spartiti alle teste e ai cuori di chi ascolta; tra i miei ricordi di ascoltatore uno dei più belli è quello di Eleonora, il primo violino delle Cameriste, che sul magico mormorio degli altri strumenti intona il primo tema dell'Allegro moderato ma con fuoco, uno dei motivi più caldi, generosi e liricamente espansivi dell' intera storia della musica:

L'inizio dell'Ottetto op. 20 di Mendelssohn


Ma - come ho già scritto - è tutta la composizione che vive in questo clima di fiaba luminosa, in quest'aura che tolkenianamente potremmo definire elfica e che trova la sua espressione più diretta nel terzo movimento, uno Scherzo che rappresenta il prototipo (o meglio: l'archetipo) degli scherzi lievi e palpitanti di vita che ritroveremo nel Sogno di una notte di mezza estate o nella Sinfonia n. 3.

Composizione affascinante anche sotto il profilo della sfida intellettuale che pone, con un organico posto sullo spartiacque tra il gruppo cameristico propriamente detto e la piccola orchestra da camera: sfida intellettuale che Mendelssohn (a sedici anni!) risolve con un'abbondanza di mezzi e una felicità espressiva che farebbero l'invidia di qualunque altro compositore di qualunque età: dallo stile propriamente sinfonico del primo tempo, alla cantilena screziata di malinconia del secondo, dal moto perpetuo al tempo stesso leggero e travolgente dello scherzo ai contrappunti del quarto movimento, le possibilità di uno schieramento di forze tanto peculiare vengono indagate e sfruttate in maniera esaustiva e completa.

Se volete intraprendere un viaggio appassionante all'interno delle tante gemme di questa composizione - ma anche più in generale della creatività mendelssohniana - potete dare un'occhiata alla lezione che Christopher Hogwood ha tenuto nel 2011 per il Gresham College di Londra e in cui Hogwood racconta l'Ottetto con la limpidezza e l'erudizione che lo contraddistinguono anche come direttore d'orchestra.


Una delle migliori registrazioni dell'Ottetto disponibili
Grazie alla mia recente (r)iscoperta del vinile sono da pochi giorni entrato in possesso dell'LP mostrato qui a fianco, con la prima incisione dell'Ottetto effettuata per la Argo (Decca) dall'Academy of St. Martin-in-the-fields nel 1967.

Sarà l'analogico, sarà il famoso Decca sound caldo, ricco e avvolgente, sarà quel che vi pare ma in questa incisione mi sembra davvero di ritrovare almeno un poco della magia e della freschezza di un'esecuzione dal vivo: c'è spontaneità, scorrevolezza, brio, ci sono dinamiche piene e al tempo stesso l'assoluta riconoscibilità dei singoli strumenti.

E' un disco che si trova in rete con relativa facilità e con un esborso davvero modesto; comunque anche se avete relegato giradischi e vinili in soffitta potete godervi questa registrazione grazie alla ristampa in digitale lungimirantemente predisposta dalla Decca.

Se poi la vostra unica sorgente di musica è ormai divenuta YouTube, potete ascoltare questa musica meravigliosa in un'intepretazione altrettanto autorevole di quella appena citata: questa volta a suonare sono i gloriosi Musici in una versione targata Philips:




Ma - qualunque sia la versione che sceglierete - fatevi un favore e permettete a questa musica lieve e alata di entrare nella vostra esistenza. Sarà davvero un sorso di giovinezza, un piccolo, prezioso frammento di felicità.

COI (Conflict Of Interests) Disclaimer: Ho la fortuna e il piacere di conoscere personalmente gran parte delle musiciste che compongono l'ensemble delle Cameriste Ambrosiane. La foto che le ritrae a Palazzo Marino è mia, ed è stato un modesto, inadeguato omaggio alla loro arte. E' quindi del tutto possibile che il mio entusiasmo per il loro modo gioioso e spontaneo di fare musica sia dovuto in tutto o in parte all'amicizia che nutro per loro. Dato che non faccio il critico musicale per vivere e dato che questo spazio è mio, dichiaro questo stato di cose e insieme la sua assoluta irrilevanza... :-)


Update 9.6.2013: E' appena "uscito" su YouTube un video in cui le Cameriste Ambrosiane parlano di loro stesse e del posto speciale che nelle loro teste e nei loro cuori occupa l'ottetto di Mendelssohn. Guardatelo, ne vale la pena.