mercoledì 16 agosto 2017

Esercizi di traduzione dal polacco, 6

Quella di Kornel Filipowicz (1913-1990) è una figura oggi quasi dimenticata (o almeno non ricordata come meriterebbe) anche in Polonia. Maestro assoluto del racconto breve, ma anche sceneggiatore e poeta, Filipowicz viene tuttalpiù ricordato per essere stato per decenni il compagno di vita di Wislawa Szymborska. Eppure è un autore di una modernità, di una pregnanza espressiva, di un nitore stilistico abbacinanti. Le sue raccolte di racconti sono di difficile reperibilità anche in Polonia, sicché a un'intera generazione di lettori è stato di fatto precluso l'accesso ad alcune delle gemme più preziose della letteratura polacca del XX secolo. A questo stato di cose ha posto (sia pur parzialmente) rimedio un'antologia curata da Justyna Sobolewska che è apparsa quest'anno per i tipi dell'editore Znak di Cracovia. Da questa raccolta ("Moja  kochana, dumna prowincja", "Mia cara, orgogliosa provincia") è tratto il folgorante racconto che vi propongo qui di seguito. 


La farfalla rara


Era una tranquilla e soleggiata mattina d'autunno. Non c'era vento, ma quando aprii la porta e le finestre l'aria fredda che proveniva dalla zona in ombra della casa cominciò a fluire nell'appartamento. Le finestre della mia camera davano a sud, il sole scaldava, nella stanza era tiepido. Presi in mano un libro qualunque, aspettando che l'aria fresca riempisse tutto l'appartamento prima di chiudere porta e finestre e mettermi al lavoro. Sollevai gli occhi dal libro, guardando davanti a me senza pensare. Stando così vedevo tutto pur senza vedere nulla; né del resto avevo bisogno di vedere nulla, visto che da molti anni nella mia stanza non era cambiato praticamente niente: i mobili e gli oggetti non si erano spostati neanche di un centimetro, nulla fra essi era stato tolto, molto poco era stato aggiunto.
Ed ecco che improvvisamente, in un angolo del tavolo vuoto, a una distanza di un metro, un metro e mezzo al massimo, mi accorsi di una presenza viva, una presenza che non vedevo da tantissimo tempo e forse mai così da vicino. Era un podalirio.
Quando mezzo secolo prima questa farfalla straordinaria ed estremamente rara era apparsa  nel mio campo visivo avevo provato  un sentimento la cui forza non era paragonabile a nulla. Quella visione mi aveva semplicemente tolto il respiro. Ah, quanto avrei desiderato possederla: pescarla col retino, vederla dibattersi nella rete, tenerla in mano e poi - ovviamente - addormentarla col cloroformio, dispiegare le sue belle ali sul tavolino, infilzarla con uno spillo, averla nella mia collezione! Potermela riguardare a piacimento! Desideravo così tanto prenderla che quando per un solo secondo si posava su un fiore, su un sasso, su un filo d'erba, in quegli istanti tutto il resto cessava di esistere. Non c'erano più il tempo, il mondo, la mia casa, la famiglia, la scuola. Niente. Io stesso dimenticavo di esistere. 
Ed ecco adesso, in una mattinata dell'inizio di ottobre del 1975, questa farfalla straordinaria era volata da molto lontano fino a me e mi si era posata vicino, a una distanza non più grande del mio braccio disteso. Non avevo nessun dubbio che fosse proprio lui: era lui, il viandante, il viaggiatore instancabile dal volo veloce ed efficace come il volo di un uccello. Non era nessuna di quelle fragili, ordinarie farfalle con le quali il vento gioca come con le foglie che cadono dagli alberi, nessuna di quelle creature deboli e sciocche che non ricordando da dove vengono non desiderano tornare da nessuna parte: vivono dell'istante e del luogo nel quale il caso li ha fatti trovare. Lui, il podalirio, affrontava lunghi viaggi ma sapeva dove era diretto e perché. Volava di solito a grandi altezze, ma qualche volta, obbedendo forse a un ricordo o a un ordine, o forse solo per riposarsi e ristorarsi, interrompeva il suo volo, chiudeva le ali e lentamente, volteggiando con dolcezza, si fermava sul fiore bianco, dal profumo stordente, del sambuco selvaggio, su un cespuglio di pruno, sulla riva umida di un ruscello o ai margini di un sentiero arido come quello che stavo percorrendo io. In quegli istanti ce l'avevo a portata di vista, ma rapidamente lui si riscuoteva e volava via. La sua fretta impaziente testimoniava del fatto che non si trattava di una farfalla qualunque, ma di una staffetta segreta che recava con sé gli ordini di qualcuno o qualcosa di grande: Dio, il sole, forse un re. Era attento, all'erta e sul chi vive: ma non per vigliaccheria, era consapevole che il segreto che gli era stato affidato non poteva cadere in mani estranee. All'epoca, quando avevo dieci o forse dodici anni, non potevo sapere che dandogli la caccia e privandolo della libertà e della vita, avrei potuto provocare l'interruzione di qualche importante anello della catena che lega insieme le cose e le vicende di questo mondo: le colline, le valli, le pietre, i fiori, il cielo, la terra, l'aria, l'acqua, la notte e il giorno. O forse qualcosa vagamente intuivo, solo che il mio desiderio di possesso era più forte della paura che potesse succedere qualcosa di male. A quel tempo si sarebbe potuto rovesciare tutto il mondo, si sarebbero potuti seccare i fiumi e appassire tutti i fiori, purché io avessi quella farfalla così rara e così bella!
Ed ecco, quella farfalla ora ce l'avevo tanto vicino a me, dentro la mia stanza. Si muoveva, costeggiando lentamente il bordo del tavolo, chiudendo e riaprendo le sue meravigliose ali. Il loro tessuto era della più alta qualità, la freschezza dei colori non aveva paragoni. Il taglio era impeccabile, l'eleganza immacolata. La finitura dei dettagli era talmente curata da dare l'idea che il podalirio fosse destinato a durare in eterno. La farfalla chiuse le ali, per un istante si spense lo stupefacente splendore dei suoi colori, e si abbassò la tensione dei contrasti fra i gialli, i neri, i blu, i rossi, Adesso sembrava grigia e scialba. Di certo era stanco del lungo viaggio. Riposava. Anch'io sedevo immobile e la guardavo, andò avanti così a lungo. Avrei potuto se solo l'avessi voluto fare in qualunque momento un passo in direzione della finestra, chiuderla, catturare la farfalla: sarebbe bastato indovinare la direzione del suo movimento. E allora perché non mi muovevo, perché non chiudevo la finestra? Perché? Cinquant'anni prima l'avrei fatto all'istante. E adesso più a lungo durava la mia immobilità meno probabilità avevo. E sapevo perfettamente che qualcosa di simile non mi sarebbe ricapitato di nuovo, che era un miracolo che non si sarebbe ripetuto. La farfalla mosse le ali, le aprì e di nuovo ne vidi i dorati, vellutati interni coperti da un mosaico di macchie nere allungate e decorati di picchiettature rosse e celesti simili a pietre preziose. Di nuovo vidi la sua perfetta interezza, terminata da due punte simili a code di rondine, che sembravano parlare e dire: ecco una conclusione di una forma che non potrebbe essere diversa perché sarebbe peggiore. Di nuovo potei ammirare la sua leggerezza, la sua eleganza, la sua grazia, la sua forza. E ciò che non si può rendere a parole: la particolarità, l'eccezionalità di questa forma di vita come fenomeno.
Il podalirio non volò via. Aprendo e chiudendo le ali passeggiava lentamente sulle sue bianche, pelose zampette sul legno del tavolo. Non era ancora troppo tardi per catturarlo, era l'ultimo minuto, era l'ultima cortissima frazione di minuto in cui ancora avrei potuto farlo. Ma non lo feci. Perché in verità io ero ancora la stessa persona che cinquant'anni prima aveva provato a catturare questa straordinaria farfalla, ma il mio sentire era differente, aveva una qualità diversa. Ero ancora abbastanza il ragazzino che vede molto bene e le cui esperienze sono sempre molto intense; ma ormai ero anche uno che non fa nulla per entrare in possesso di ciò che ammira. Perché ero vecchio e anche i miei più forti sentimenti erano limitati da ciò che era destinato a sopravvivermi, da un grande disinteresse ed indifferenza. E tuttavia mi sentivo un po' triste, e questo sentimento aveva un sapore fastidioso, spinoso, amaro, come se mi dispiacesse per qualcuno che dentro di me non c'era più. Sebbene guardassi ancora la farfalla, sebbene apprezzassi la sua bellezza e la sua straordinarietà, non emanava più da essa quella fascinazione stregonesca che allora mi avvolgeva tutto in un cattivo, crudele desiderio che richiedeva un'immediata soddisfazione. Mentre ancora lo osservavo e pensavo a lui, il podalirio inaspettatamente (anche se in realtà me l'aspettavo) prese il volo, descrisse un arco nell'aria e scomparve. Scomparve, cessò di esistere, come svanisce improvvisamente un pensiero, come si dissolve un'immagine, come si estingue un suono. Rimase l'angolo vuoto del tavolo. I muri. La porta. Le finestre.

sabato 4 marzo 2017

Beatrice Rana suona Bach


Quando - non più tardi della settimana scorsa - ho avuto tra le mani il CD delle Variazioni Goldberg suonate da Beatrice Rana ho fatto quello che di solito faccio con ogni nuovo disco: ho dato uno sguardo al libretto allegato. Nell'interessantissimo scritto a firma della stessa pianista contenuto nel libretto medesimo (per inciso: questa ragazza non solo suona come suona ma scrive in maniera deliziosa. In un momento storico nel quale la maggior parte dei suoi coetanei annaspa penosamente con l'ortografia, già questo è un piccolo miracolo) ho trovato questa frase: "così come l’umanità necessità della spiritualità, anche la spiritualità
ha bisogno dell’umanità". Ora, io sono uno che - parafrasando qualcuno di infame memoria - "quando sente la parola spirituale mette mano alla pistola", sicché non posso negare che una piccola alzata di sopracciglio l'ho avuta. In realtà, e questo l'ho capito man mano che procedevo negli ascolti, nel caso di specie avrei fatto probabilmente meglio a invertire l'ordine dei fattori: prima ascoltare e poi leggere.

Le Goldberg suonate da Beatrice Rana non sono il metafisico viaggio iniziatico fra abissi e vette della versione di Gould del 1982; non sono neanche il severo edificio luterano di Gustav Leonhardt nel 1965. Da questa lettura promanano invece un calore, un'affettuosità, una umanità - per l'appunto - a mia conoscenza finora inattinte, quasi che la pianista avesse fatte proprie le parole che Beethoven mise in esergo a un altro sommo monumento musicale, la Missa Solemnis: Von Herzen — Möge es wieder — Zu Herzen gehn! (dal cuore - possa nuovamente - andare al cuore).

In questa incisione l'esecutrice sceglie - come ormai oggi è consuetudine - di eseguire tutti i ritornelli indicati da Bach. Questa decisione pone all'interprete il problema di come evitare la monotonia che sarebbe inevitabile limitandosi a risuonare da capo nota per nota. La strada seguita da molti (penso ad esempio alla fenomenale esecuzione di Ottavio Dantone al clavicembalo o a quella di Alexandre Tharaud al pianoforte) consiste nel variare la linea melodica arricchendola con ornamentazioni di ogni genere. Beatrice Rana è da questo punto di vista molto più discreta, ma sceglie una soluzione alternativa molto interessante perché molto pianistica: sfrutta due elementi (la possibilità di graduare le dinamiche e di variare l'articolazione fra staccato e legato) impossibili da realizzare al clavicembalo. Il risultato è di grande fascino e talvolta (penso ad esempio alla variazione X, Fughetta o alla XXII alla breve) è in grado di gettare una luce affatto nuova su musica che qualunque musicofilo pensa di conoscere ormai a menadito.

Molti altri elementi si potrebbero riferire ed approfondire, ma non credo si renda davvero giustizia a questa lettura cercando di vivisezionarne ogni nota e ogni pausa: come ebbe a scrivere Glenn Gould (inevitabile convitato di pietra in ogni discorso che abbia a tema le Goldberg) penso infatti che la fondamentale ambizione di quest'opera per quanto riguarda la variazione non vada cercata in una costruzione organica ma in una comunità di sentimento.

E con questo ritorniamo - circolarmente come la musica di cui stiamo parlando - all'umanità cui si faceva cenno all'inizio: è impossibile ascoltare questo disco senza lasciarsi contagiare dal clima di gioia sommessa, leopardianamente lieta e pensosa, che se ne irradia. Un clima che per certi versi (me ne rendo conto adesso, a cinquant'anni praticamente suonati) è la cifra stessa della giovinezza: e il fatto che questo clima si sia riuscito a distillarlo e a raccoglierlo nei bit di una registrazione digitale è ciò che al fondo rende per quanto mi riguarda questo disco tanto prezioso e speciale, è il vero regalo che questa giovane donna ci ha fatto e per il quale non possiamo che esserle profondamente riconoscenti.

sabato 24 dicembre 2016

Jingle Smells

Coerenza: parlare di alberi di Natale e mostrare presepi
C'è poco da fare: per chi come me annovera tutte le religioni nel dominio della mitologia, l'unico comportamento coerente per questo periodo dell'anno sarebbe dedicarsi all'attività di snatalizzazione, come ebbe a chiamarla Giovannino Guareschi in una delle sue novelle del Mondo piccolo:

Peppone si buttò come un dannato nella sua impresa di snatalizzazione e fece davvero del buon lavoro. La moglie tentò un paio di volte di mitigare la sua decisione ma, visto che ciò serviva soltanto ad aggravare la situazione, si arrese.
E, la sera della Vigilia, Peppone rincasando trovò che tutto era nella più squallida normalità.
La tavola con la solita tovaglia macchiata, la solita minestra nel lardo e il solito odore di frittata con le cipolle.

Notate la progressione sensoriale che Guareschi - scrittore ben più raffinato di quanto a lui stesso probabilmente facesse piacere ammettere - imbastisce nell'ultima frase: la vista (la tovaglia), il gusto (la minestra), l'odore.

Eh già, l'odore.

Se penso ai miei Natali di bambino, il primo odore che mi viene in mente è quello resinoso dell'abete che ogni anno ci portava in casa Don Peppe il fioraio: mia mamma aveva questa predilezione (abbastanza esotica per i tempi e la latitudine) per l'albero di Natale e a casa nostra la cerimonia dell'addobbo dell'albero non aveva nulla da invidiare in quanto a solennità agli omologhi rituali che avevano luogo - che so? a Lubecca oppure a Goteborg.

E accanto a questo odore in fondo ancora abbastanza spirituale, mi si affaccia alla memoria un altro aroma di ben altra matericità: quello intenso e dilagante del baccalà fritto, una delle specialità di mia nonna, un piatto che non mancava mai nelle nostre cene della Vigilia.
Comprava questi pezzi di stoccafisso salato, della consistenza a metà fra il cuoio e il cartone, una settimana prima della grande soirée, e la scelta di ogni pezzo era il risultato di scientifiche comparazioni coi pezzi vicini e di estenuanti richieste al venditore di minutissime informazioni su origine e caratteristiche del prescelto: la tracciabilità dell'intera catena alimentare non è un concetto nuovo, l'ha inventato mia nonna mezzo secolo fa.
Tornata a casa iniziava il rito della spugnatura, quel lungo esercizio fatto di acqua e pazienza attraverso il quale il baccalà viene privato del sale in eccesso. Come in tutte le operazioni artistiche la difficoltà suprema è indovinare quando fermarsi: un baccalà spugnato troppo poco è sale con un leggero retrogusto di pesce; un baccalà spugnato troppo diventa una versione rustica dei bastoncini Findus.
Infine, mia nonna friggeva il baccalà ma prima lo diliscava, operazione che richiedeva l'occhio di un orafo e la mano di un chirurgo. Ma lei era tanto sicura del fatto suo che - quando la zuppiera colma di pezzi di baccalà fritto veniva portata in tavola - non mancava mai di annunciare, guardando i commensali con aria di sfida: ogne spina mille lire, intendendo che sarebbe stata disposta a corrispondere l'esorbitante cifra per ogni singola spina che si fosse ritrovata nel suo baccalà.
Va detto che quando ormai mia nonna aveva raggiunto e ampiamente superato l'ottantina una spina ogni tanto qualcuno la trovava: ma per una sorta di tacito impegno d'onore, ognuno dei figli, nuore o nipoti presenti a quel tavolo si sarebbe strozzato in silenzio piuttosto che riscuotere il premio.



Se - come nella Christmas Carol di Dickens - passiamo dallo spirito del Natale passato a quello del Natale presente (o almeno del Natale un-po'-meno-passato), un aroma che negli ultimi anni informa di sé l'atmosfera dei miei Natali è quello del meraviglioso Christmas Cheer di McClelland.

Dell'esistenza di questo tabacco (e in verità di un sacco di altre bellissime cose) sono venuto a conoscenza diversi anni fa grazie al blog del mio amico Antonio, che ne parlava come di un autentico grand cru in fatto di Virginia. In effetti l'idea - semplice ma geniale - che sta dietro questa meraviglia è quella di selezionare anno dopo anno un raccolto particolarmente riuscito di una sola area geografica e realizzare a partire da quelle foglie un flake che sia espressione del meglio che McClelland abbia avuto a disposizione. Dal mio primo acquisto svizzero (A.D. 2010) aprire una scatola di Christmas Cheer segna per me l'inizio del periodo natalizio, al pari ad esempio dell'ascolto della prima parte del Messiah di Handel.
Non vi parlerò in dettaglio del Cheer 2016 perché sarebbero osservazioni non valide per il 2015 o il 2009 o il 2017. Ma è certo che se vi piacciono i Virginia, non si può avere, desiderare o immaginare qualcosa meglio di questo.
Purtroppo  sembra che il CC sia destinato a soccombere alle ultime demenziali novità introdotte negli Stati Uniti in materia di tabacco che nei fatti rendono impraticabile sul piano economico commercializzare tabacchi da pipa in edizione limitata, tanto che quest'anno McClelland ha fatto uscire non soltanto l'edizione 2016 ma anche la 2017. Se così fosse, mi consolerò pensando che la mia bulimia tabagica mi ha consentito di accumulare scorte sufficienti per un'altra ventina di Natali, e quindi non mi mancherà tempo per inventarmi un altro rito.

Né questa carrellata sarebbe completa senza una menzione del profumo che ormai da diversi anni si spande in casa mia quando Justyna prepara il più tipico, il più quintessenziale dei dolci natalizi polacchi: il piernik.
Il piernik non è solo un dolce di Natale, è un'idea metafisica che diventa materia e ad esso si applica la formula usata da Giuseppe Marotta a proposito del ragù napoletano: non si cuoce ma si consegue.
Non potrebbe essere altrimenti: parliamo di un dolce che viene cotto nel periodo natalizio ma la cui preparazione deve iniziare non oltre l'inizio di novembre. Di un dolce la cui origine si perde negli albori della storia polacca, e che fra gli ingredienti annovera tutto quello - dal miele alle spezie - che nella cucina viene associato alla regalità.
È impossibile descrivere verbalmente l'aroma che si sprigiona quando l'impasto viene cotto dopo un riposo di quaranta o cinquanta giorni, la polonaise danzata da cannella, zenzero, pepe nero, cardamomo, anice stellato sul tappeto brunito di farina e miele. È un aroma che non evoca Natale, lo preannuncia, per certi aspetti lo crea.

E quindi: la coerenza logica è una gran bella cosa. Ma se sul suo altare bisogna sacrificare Christmas Cheer e piernik allora per qualche giorno all'anno magari se ne può fare a meno.

Felice Natale a tutti i miei lettori.


giovedì 22 dicembre 2016

Vent'anni dopo

Quella che vedete qui a fianco è l'ultima pagina del mio vecchio passaporto.
Il timbro in alto a sinistra certifica con burocratica inequivocabilità il mio primo ingresso in Polonia: 22 dicembre 1996, esattamente vent'anni or sono.
Quella giornata segnò contemporaneamente il mio primo volo, il mio primo viaggio all'estero, il mio primo incontro diretto con la Polonia: se dico che quelle emozioni le sento ancora vive e palpitanti dentro di me credo che non farete fatica a credermi.

La prima cosa che (quasi materialmente) mi colpì della Polonia fu il freddo: fino a quel momento il posto più a nord in cui mi era capitato di vivere era Roma, e l'inverno del 1996 fu molto rigido anche per gli standard polacchi. Ricordo la sciabolata gelida che mi investì in piena faccia appena varcata la soglia dell'aeroporto; e la certezza assoluta maturata durante i dieci minuti di attesa alla fermata dell'autobus che le orecchie (improvvidamente lasciate scoperte dal cappello che mi ero portato dietro) mi si sarebbero staccate dalla testa non appena si fossero scongelate.
Ma poi una volta acclimatato (si fa per dire) trascorsi diversi giorni passando da stupore a stupore: tutto era nuovo per me, tutto era diverso. Dall'atmosfera ancora da piena Repubblica Popolare della stazione ferroviaria di Łódź Fabryczna (ma un po' di tutta la Łódź dell'epoca: sono uno degli ultimi a poter ancora dire di essere vissuto dentro un film di Kieślowski), all'odore del fumo del carbone usato per riscaldare case e negozi, all'incomprensibile brusio che per me all'epoca era il polacco, ai mandarini con l'etichetta "Morocco" mi sentivo davvero catapultato su un altro pianeta.

Łódź Fabryczna, com'era

Il freddo, certo. Ma anche - innegabile e speculare - il calore. Il calore fisico delle case, sconosciuto a me che venivo da un posto in cui il riscaldamento era poco più di un optional, spesso sostituito da un maglione più pesante. E ovviamente il calore della presenza di Justyna accanto a me, e il calore con cui mi accolse quella che era la sua e doveva diventare anche la mia famiglia: come dimenticare il "buongiorno!" con cui mi salutavano (talvolta anche di pomeriggio o di sera) i bambini di casa?

 Łódź Fabryczna, com'è
In questi vent'anni tante cose sono cambiate, come icasticamente dimostrano le due immagini di Łódź Fabryczna che vedete qui a fianco. E' cambiata la Polonia, prima di tutto, che in un paio di decenni si è trasformata economicamente, socialmente e culturalmente in una misura che lascia sbigottiti; e lo ha fatto senza rinunciare a un briciolo della propria anima e della propria specificità.
Sono cambiato io, che ho imparato ad apprezzare questa terra, la sua cultura, la sua storia. E a furia di camminare per le strade delle sue città e per i sentieri della sua campagna ho finito per interiorizzare il suo paesaggio e la sua luce.
E sono cambiati i bambini di vent'anni fa, che adesso sono dei giovani uomini, e uno di quelli che vent'anni fa si divertiva a dirmi "buongiorno" qualche mese fa si è sposato.

Ma altre cose - per fortuna - non sono cambiate, o almeno non sono cambiate ancora: questa casa da cui scrivo, che mi accoglie oggi come vent'anni fa; il modo febbrile e lieto con cui i polacchi aspettano il Natale; e soprattutto questo cielo che è bello quando è azzurro, quando è grigio e quando è bianco: questo cielo che sembra non finire mai, che forse davvero non finisce mai.

La luce, una cosa che non è cambiata e che sperabilmente non cambierà mai.




22 dicembre 2016, pronti per i prossimi vent'anni.




giovedì 24 novembre 2016

Il lato (o)scuro: Dunhill Dark Flake

La confezione (improvvidamente) rotonda del Dunhill Dark Flake
Inutile negare l'evidenza: il mio amico (?) Rino mi perseguita. Non pago di aver fatto passare al mio alter ego letterario tribolazioni degne di Giobbe (dal furto in casa all'afasia), egli mi tormenta anche nella vita reale continuando a propormi con implacabile nequizia assaggi di tabacchi uno più buono dell'altro. Li reperisce su Internet, dai tabaccai d'Oltremanica che frequenta, nei viaggi che compie lungo l'Europa. Ho il sospetto che ormai compri tabacco non tanto per poterselo fumare lui quanto per godersi il perverso piacere di vedere il mio criceto che corre impazzito sulla sua ruota.
Con la stessa malvagia tattica usata dagli spacciatori di altre sostanze psicotrope, il criminale agisce aggiungendo di sua iniziativa campioncini omaggio di prodotti che - mellifluamente ipotizza - "potrebbero piacermi" ai sobri ordinativi che di tanto in tanto gli faccio pervenire per sfruttare la sua permanenza in Albione. E siccome il più delle volte ci prende in pieno, quel campioncino omaggio diventa il proverbiale sasso che genera la valanga. Ormai mi mancano non i decimetri ma i centimetri cubi atti a contenere altro tabacco in casa mia, e ciò nonostante questa vessazione non accenna a placarsi.

Ma lo scopo di questo post non è solo quello di mettere in guardia i miei lettori dagli avvocati siculo-umbro-britannici, ma anche quello di parlare di un tabacco di cui sono venuto a conoscenza proprio grazie alle spregevoli pratiche che ho appena descritto loro: il Dark Flake di Dunhill.

Se in fatto di pipe la reputazione di Dunhill non è mai stata in discussione, in tema di tabacchi il tempo che è passato da quando le miscele venivano preparate nel negozio di St. James' St. non ha purtroppo giovato alla fama della Gran Casa, e ogni passaggio di manifattura (da Dunhill a Murray a Orlik a Scandinavian Tobacco a chissacchì) sembra aver fatto compiere a miscele una volta gloriose un deciso passo indietro in termini di godibilità: a detta di molti estimatori, le varie Early Morning, Nightcap, My Mixture hanno in comune coi loro antenati di qualche decennio fa poco più che il nome e qualche vaga somiglianza strutturale. E il trend non sembrava essersi invertito neanche a seguito della recente introduzione di tutta una pletora di altre miscele quali l'Elizabethan Mixture, il Three Years Matured Virginia, il Durbar, l'Aperitif e via discorrendo.

Per la verità un paio di prodotti a mio giudizio non solo superiori alla attuale media Dunhill ma tali da collocarsi su livelli di assoluto interesse si erano già manifestati, e mi riferisco al Deluxe Navy Rolls e al Dunhill Flake (che in omaggio alla idiota cecità antifumo del legislatore europeo non ha potuto riprendere il suo nome di Dunhill Light Flake): bene, sono lieto di poter affermare che questo Dark Flake si aggiunge alla sparuta pattuglia di Dunhill decisamente raccomandabili.
Anzi, chiacchierando un po' di tempo fa proprio col mio persecutore, abbiamo insieme elaborato l'ardita teoria (non suffragata per la verità da nessun elemento fattuale in nostro possesso) che i Dunhill pressati vengano da qualche manifattura diversa da quella che produce i ready-rubbed.

Sia come si sia, questo spettacolare flake di Virginia scuri è stata un'aggiunta veramente notevole e di qualità indiscutibile a un catalogo che nel suo complesso viene ampiamente surclassato da un numero di concorrenti abbastanza nutrito.

Come ci si può aspettare data la composizione della miscela ci troviamo di fronte a un tabacco dalla tavolozza gustativa molto dolce e molto piena, caratterizzata da note passite e liquorose: dovessi rappresentarla in termini di altre referenze nella stessa categoria direi che è una sorta di felice ibridazione fra Full Virginia Flake e Capstan blu.
Anche fumato "fresco" (e al momento non c'è modo di fare altrimenti, visto che stiamo parlando di una miscela reintrodotta in circolazione non più di qualche mese fa) esibisce già il corpo, lo spessore e l'autorevolezza tipici dei migliori rappresentanti del genere, e sarà davvero interessante scoprire cosa sarà diventato con qualche anno di cantina sulle spalle.
All'apertura della confezione si presenta con un grado di umidità semplicemente perfetto, tale da poterlo caricare anche seduta stante senza necessità di doverlo preventivamente arieggiare. L'impatto nicotinico è una decisa tacca al di sotto del suo omologo di Kendal, così che anche fumatori particolarmente sensibili alla vitamina N potranno fumarlo in pipe grandi a piacere senza rischiare sudori freddi, svenimenti e altre calamità. Anche la combustione è molto più agevole e regolare del capriccioso Full Virginia Flake, aiutata in questo anche dallo spessore molto regolare e "giusto" delle fette.
In conclusione: un tabacco che se non scalza dalla sua posizione di assoluto predominio (per complessità ed evoluzione) l'oro giallo del Lake District si colloca però abbastanza a ridosso. Se proprio dovessi esprimere una riserva su questo tabacco, la farei sul packaging: fermo restando che il contenitore perfetto per cinquanta grammi di flake è la scatolina à-la-Capstan vecchio tipo, si può tollerare anche una scatola rettangolare un po' più grande: ma per Zeus, mettere quello che alla fine è un panetto rettangolare in un contenitore circolare è una cosa che ingegneristicamente grida vendetta a dio.

Ma confezione a parte, mi viene veramente difficile trovare un difetto vero a questo tabacco, cui devo alcune delle più piacevoli pipate dell'ultimo mese. Vuoi vedere che alla fin fine quell'infingardo di Rino è veramente amico mio?







domenica 24 luglio 2016

All you need is lovat, reprise

Pensavate di esservi liberati di De Robertis e del suo complice/persecutore Di Dio? Beh, vi sbagliavate di grosso.
Di recente ho commissionato una pipa (una lovat, what else?) a Graziano Tendi, un artigiano di cui non si può a mio avviso parlare più come "emergente" per il semplice fatto che ormai è emerso del tutto e sforna una dietro l'altra pipe di cui non si sa se ammirare di più la perfezione tecnica o la raffinatezza estetica.
Il guaio è che ho commesso la leggerezza di parlare della cosa al mio amico Calogero, che ha cominciato a rimunginarci e ha tirato fuori quest'ennesimo capitolo della saga di De Robertis, capitolo che si lega a quanto Rino aveva già raccontato nel post precedente.

Ed è quindi senza altri indugi che vi invito a leggere quest'ulteriore fatica del mio amico, cui ormai bisognerà che riconosca lo status (dal dubbio prestigio, peraltro) di collaboratore fisso di questo blog.


Di lovat ce n’è una sola
ovvero
della memoria


I

«Caro Tendi,
mi permetta di esprimerLe tutta la mia ammirazione, scevra da ogni piaggeria, per il suo geniale lavoro. La seguo da sempre e sono possessore di alcune sue pipe, ma purtroppo oggi non le scrivo in qualità di collezionista. Un mio carissimo amico e certamente, se ancora avesse l’uso della ragione, suo appassionatissimo ammiratore ha subito una sorta di trauma esistenziale, legato alle pipe, o meglio alle forme delle pipe. Trovandosi mio ospite in Inghilterra, ci siamo recati a visitare uno dei negozi londinesi della Dunhill, dove il mio amico era risoluto a comprare la lovat par excellence. Invero, erano presenti moltissime lovat che non esiterei a definire stupende, ma la sua attenzione venne calamitata da una billiard col bocchino a sella e di una fattura talmente bella ed armonica che il precario equilibrio mentale ed esistenziale del mio caro amico ne è stato gravemente compromesso, tanto che secondo i dottori sembra essere regredito a uno stadio quasi neonatale. Lentamente, col passare del tempo e con la cura dei suoi cari e la vicinanza degli amici potrà tornare ad essere quello che un tempo fu. Secondo il giudizio del Professor Edoardo Formica, dopo ben ottantacinque sedute, per accelerare il processo di guarigione occorrerebbe di riconciliarlo con l’oggetto del suo trauma, che non è la billiard acquistata, badi bene!, ma la lovat tradita. 
Ora, a mio parere se c’è qualcuno al mondo che possa realizzare una lovat più che perfetta, capace di superare la bellezza delle Dunhill, quello è proprio Lei. Per questi motivi, con animo fiducioso mi sono rivolto a Lei affinché tramite i suoi studi e la sua perizia possa realizzare quell’opera unica, tale che possa rendere il mio amico al consorzio civile, all’affetto dei suoi cari e di noi tutti, gatti compresi.
Sinceramente Suo
P.S.
Mia moglie Le ha per caso commissionato una pipa? ne ho trovata una delle Sue nel cassetto della mia consorte, la quale sostiene essere mia e che per caso si trovava nel suo cassetto. Io francamente quella pipa non me la ricordo. In attesa di sollecito riscontro.

Alfonso Di Dio»


“Socc’mel!” sibilò tra i denti Graziano, alzando la testa dalla lettera appena ricevuta, a testimonianza del suo stupore. Se non avesse conosciuto personalmente il Di Dio, avrebbe pensato, senz’altro, che si trattava di uno scherzo. Eppure, sapeva della serietà di quel suo vecchio cliente per il quale aveva realizzato una bellissima quanto unica billiard flock sabbiata. La pignoleria del Di Dio l’aveva costretto addirittura, prima, a sottoscrivere un contratto in cui si impegnava a non realizzare mai più quello shape con quelle finiture e, poi, a giustificarsi con l’avvocato Di Dio giurando e spergiurando che non vi erano altre copie in giro per il mondo della sua pipa. Fu creduto, ma solo dopo accurate indagini, dalle quali emerse un giro di imitatori delle billiard flock sabbiate col marchio Tendi, da Milano a Potenza, mai realizzate dall’onestà dell’artigiano.
“Socc’mel!” ripeté a voce più alta Graziano alzandosi dallo sgabello e iniziando a vagolare per il laboratorio; no, l’avvocato Di Dio non scherzava. Iniziò un muto ragionamento tra sé e sé, prendendo in mano le radiche sbozzate, che aveva allineate lungo il bancone e delle quali adesso distrattamente esaminava la perfetta foratura.
La lovat più che perfetta! figurarsi… Allontanata con la mano sinistra la ciocca di lunghi capelli che gli incorniciavano lo sguardo sincero, posò l’ultima radica di cui sapeva già l’esattezza millimetrica della foratura e che solo un’inveterata abitudine lo costringeva a ricontrollare. Svogliatamente ciondolò verso il lato opposto del laboratorio, ad osservare le pipe già terminate, a controllarne per l’ennesima volta la leggerezza della sabbiatura in questa, la colorazione in un’altra, la perfetta simmetria e armonia delle linee in tutte.
“Mah, certo che ce n’è di str…” iniziò a dire, buttandosi la giacca sulla spalla prima di uscire in giardino, come ogni sera, quando finiva di lavorare; non finì la frase, con la quale voleva compendiare la singolarità degli esseri umani, investito dalla consolante bellezza dei colori crepuscolari della campagna emiliana. E come ogni sera, invece di cadere nella trappola di quella illusoria consolazione si lanciò in bici, lungo le strade sterrate della campagna insanguinata dalla morte del sole, in direzione della solita osteria.

II

“E così dovresti realizzare una pipa per far guarire uno che è diventato matto?”
“Più o meno, Francè” confermò Graziano, i gomiti sul tavolaccio, la testa insaccata tra le spalle, mentre lo sguardo rimaneva vacuamente fisso sul suo bicchiere di vino quasi vuoto.
L’amico ridendo bonariamente, si passò la mano tra la l’ormai ingrigita rada barba, prima di versare dell’altro vino a entrambi.
“Una questione metafisica, odio questo genere di cose” disse Francesco, mandando giù il suo bicchiere d’un fiato.
“Metafisica? Oh bella! E perché mai?” chiese stupito Graziano che quel termine lo aveva accantonato ormai da anni.
“La perfezione non può essere altro che metafisica, ideale, qualsiasi cosa in natura si corrompe e distrugge; noi stessi non siamo altro che l’essenza stessa dell’imperfezione, come fece già notare il vecchio alla bambina, figurarsi una pipa”.
“Non lo so, non sono questioni che mi appassionano, lo sai, io faccio pipe, non conosco un mestiere meno metafisico di questo, anzi”, commentò Graziano alzando la testa e poggiando il mento sul palmo della mano destra, quasi che la mano lo guidasse ad osservare le ragazze che si divertivano qualche tavolo più in là.
“Stasera non c’è solo della braga qui, va che belle figliole; buttati, che son sole, forse stasera qualcosa rimedi”, lo prese in giro Francesco.
“Ma va là!” fu la seccata risposta di Graziano.
“Mamma mia, come sei permaloso, scherzavo. Mica immaginavo che una cosa del genere ti potesse turbare così tanto”.
“Vorrei vedere te; mica t’hanno mai chiesto di fare una pipa più che perfetta; più che perfetta, capito? Poi mica uno qualunque che mandi a cacare, ma un rompicoglioni che se ci si mette ti rovina la piazza, come quell’altro, il pazzo di Milano, come si chiamava… ah si! Antonio. Te li raccomando tipi così. E poi, ti dirò, mi fa pena quel tipo, quello malato o regredito, come ha detto l’avvocato. Capiamoci, so perfettamente che il valore terapeutico che può avere una mia pipa è uguale a zero e quel professor Formica è l’ultimo pazzo della lista; ma se avesse ragione, se io potessi solo, leggermente, alleviare le pene di quel disgraziato, non sarebbe per questo solo fatto mio dovere tentare?” si sfogò Graziano.
“Dì, ma te, i righi dritti li sai fare?” chiese maieuticamente Francesco, riprendendo subito a bere, osservando preoccupato il bicchiere ancora pieno dell’amico.
“Certo” rispose Graziano “ma non è solo una questione di tirare righi dritti, occorre trovare l’armonia complessiva”, incominciò a vagheggiare Graziano guardando il vuoto innanzi a sé.
“Quindi, conosci l’idea, il modello della forma che questa pipa dovrà assumere concretamente?” insisté, ancor più socraticamente, Francesco, continuando a bere.
“Si si, è ovvio, è il mio lavoro”.
“E sapresti anche immaginare i particolari? Ad esempio quale finissaggio?” lo serrò sempre stretto più l’amico.
“Direi tanshell” continuò a vagheggiare Graziano, iniziando a sorseggiare il vino che da troppo tempo attendeva le sue labbra.
“E il rim, il cannello e il bocchino, li immagini?” chiese ultimativo Francesco, riempendo con slancio catartico il bicchiere finalmente vuoto dell’amico.
“Si, li vedo, cazzo!” esclamò Graziano, di botto, puntando i suoi occhi ebbri sui corrispondenti colleghi posti sul viso dell’amico.
“E poiché la natura tutta è congenere, e poiché l’anima ha imparato tutto quanto, nulla impedisce che chi si ricordi di una cosa – quello che gli uomini chiamano apprendimento –, costui scopra anche tutte le altre, purché sia forte e non si scoraggi nel ricercare: effettivamente, il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare, o Menone” recitò a mente Francesco, definitivamente ubriaco.
“Cazzo hai detto?”
“Boh? Non mi ricordo”.

III
«Caro Tendi,
Sono stato molto felice nel leggere le notizie della Sua ultima. Non vedo l’ora di venire a ritirare la pipa e vederla di persona; se Lei è d’accordo sarò da Lei il prossimo venerdì alle 16,15, al massimo alle 16,20.
Cordialità
P.S.
A proposito della Sua pipa che ho trovato nel cassetto di mia moglie, ad oggi non mi ha dato nessuna indicazione, spero potrà aiutarmi a ricordare in occasione del nostro incontro.
Rinnovati saluti.
Alfonso Di Dio»

Per quanto sforzasse la sua memoria, Graziano non riusciva a ricordare neppure che il Di Dio avesse una moglie, l’unica cosa che ricordava era la notte in cui ebbro di vino e di pensieri era tornato a casa dall’osteria e ripiegato su se stesso, con il cielo stellato sopra di sé e l’alcool dentro di sé, nell’atto di rimettere anche l’anima nel primo cespuglio dietro l’angolo si casa, trovò in quel ripiegamento del pour soi sull’ en soi, in quella sartriana nausea, l’immagine che l’arte maieutica dell’amico aveva saputo trarre da lui, il vino invece aveva tratto fuori la cena.
“Boia, che ciucca” riuscì solamente a dire, appoggiando le spalle a muro e lasciandosi sedere, mentre passava il dorso della mano sinistra sulla bocca, addormentandosi all’addiaccio.
Ma aveva visto, fosse solo per un momento, l’immagine, in ogni suo dettaglio, della lovat più che perfetta, l’unica lovat, che da quel giorno chiamò l’Irripetibile.
Seguirono giorni di intenso studio sui libri, a confrontare l’immagine della mente con quelle delle più prestigiose lovat del mondo di cui si avesse memoria. Scopriva e riscopriva, nella sua certosina ricerca, il possesso già saldo di un’antica quanto ignorata preconoscenza, più antica di lui, che le scintille della conversazione con l’amico avevano misticamente riacceso e fatto esplodere nella sua creativa immaginazione, al di là di ogni ragionamento.
Sudò sulla radica, misurata più volte con l’occhio che con gli strumenti del mestiere; un mestiere così saldo, una perizia così affinata, che paradossalmente era finanche intralciata, alle volte, dagli strumenti che avrebbero dovuto aiutarla.
Sbozzò e affinò dieci, cento, mille volte quella radica, accuratamente prescelta, la migliore, la più antica e leggera. Tirò ‘righi dritti’ che solo la sapienza delle sue mani seppero curvare senza soluzione di continuità. Perse ore infinite a meditare, leggere e scegliere forma del cannello, tipo di rim e colore del bocchino.
Quando fu finita, la vide così perfetta e unica che non poté trattenere un moto di stizza: “Perché non parli?” le chiese, dandole una martellata che mandò in frantumi l’intero bocchino e buona parte del cannello. E ricominciò, infinite altre volte, finché non seppe di nuovo trarre dall’inerte radica la lovat imprigionata in essa, anche se in quest’ultima occasione, evitò di porre domande al suo manufatto.

Venne il venerdì e con esso Alfonso Di Dio, il quale dalle 18,00 alle 18,07 spiegò con insolito accanimento la singolarità delle indicazioni stradali delle rotatorie di Bologna, che a suo giudizio erano ingannevoli.
“Ma nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” scherzò Graziano, confidando nel senso dell’humor del suo ospite.
“Tendi, vuole scherzare? Solo a Saronno, e più in generale in Lombardia, sono, se possibile, più confuse. Ma comunque, lasciamo andare, veniamo a noi, mi mostri la pipa, per piacere”.
No, il Di Dio non aveva nessun senso dell’humor, o nessuna conoscenza della musica classica, pensò Graziano andando a prendere la pipa, che in pochi istanti fu nelle mani dell’avvocato.
L’avvocato Di Dio, senza dire una parola mise la mano al portafoglio traendone fuori il doppio del compenso pattuito in precedenza e con una muta stretta di mano si congedò senz’altro dal perplesso artigiano che almeno si aspettava un parere, un giudizio, un ringraziamento: “Socc’mel” sbottò Graziano, intendendo l’espressione nell’accezione più letterale e antica, non volendo esprimere stupore, ma solo dispetto e senza porre tempo in mezzo, raggiunse Francesco all’osteria.


IV

“Insomma, Gaetano, non puoi capire cosa ha combinato di nuovo quel matto di Antonio…” e giù a narrare e sparlare degli altri amici, come ogni ultimo venerdì del mese. Così da lunghissimo tempo trascorreva talvolta il suo tempo Di Dio, accanto al fraterno amico, seduto sulla poltrona, stringendo tra le mani la Dunhill billiard sabbiata col bocchino a sella. Non che non vi fossero miglioramenti: di quanto in quando il lessico gutturale dell’amico faceva dei temporanei progressi, soprattutto nelle occasioni in cui desiderava tentare di fumare
Ma non sapeva più usare il fuoco, era evidentemente ancora in una fase primordiale, pre–erecta, come spiegava poi Di Dio agli amici che gli chiedevano notizie. I miglioramenti erano chiari, ma certo la maledizione di Vico era una brutta bestia.
“Uhmpr Sn Ghennaaaaa” significava che Gaetano voleva fumare un virginia invecchiato almeno trent’anni; come ‘t’ stava per lovat; ‘gu’ per cazzate e ‘zz fto Anio?’ era la domanda per sapere quali nuove sul comune amico Antonio, almeno così gli piaceva di capire ad Alfonso.
A ogni visita la moglie di Gaetano chiedeva ansiosa notizie sulla pipa commissionata, su consiglio del professor Formica, sulla quale faceva disperato affidamento.
“Justyna, che ti devo dire? non è che una pipa così si possa fare dall’oggi al domani È un’opera improba, ai limiti dell’impossibile, ci vuole tempo, ci vuole tempo… Intanto, il signor Tendi mi ha dato questa pipa, non è una lovat, beninteso, ma è splendida, inizia con questa, nell’attesa” rispose una volta, consegnandole la pipa di Tendi che aveva trovato nel cassetto della moglie e di cui s’era scordato di chiedere notizie all’artigiano alla vista della lovat.
Come ogni venerdì, tornato a casa dal breve viaggio aereo, circondato dal calore familiare, attendeva che tutti andassero a letto per accendersi una pipa, fumando la quale, immemore del tempo e del mondo, contemplava la lovat destinata all’amico, dalla quale non aveva saputo separarsi, e ripeteva come un mantra:
“Col tempo guarirà, col tempo… Uhm..”




domenica 12 giugno 2016

Da Vico a Borges passando per Londra

Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all'alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l'accaduto.
J.L. Borges, "Lo Zahir"

Sembra proprio che ultimamente a dispetto della mia conclamata pigrizia, il mio alter ego letterario continui a stimolare la fantasia del mio amico Calogero Rizzo. 
Ai lettori di questo blog avevo promesso il racconto dei risvolti pipici della mia visita a Brighton dello scorso marzo: Rino ha provveduto da par suo con questo racconto che intreccia Vico, Platone e Dunhill in un'improbabile quanto irresistibile intreccio.

Corsi e ricorsi

di Calogero Rizzo




I

Gaetano De Robertis e Alfonso Di Dio attraversavano lentamente Saint James Park, fumando, altrettanto lentamente, le rispettive pipe.
“Bello ‘sto parco” commentò a un cero punto Alfonso Di Dio, iniziando a svolgere la sua funzione di cicerone con un’elencazione minuziosissima degli animali che da lì a poco avrebbero incontrato, dicendo dell’ordine, l’armonia, il decoro che regnava intorno; tutte cose che l’indifferenza dell’altro non poteva cogliere, avvolto com’era dalla più totale apatia.
Di quando in quando annuiva De Robertis, alzando lo sguardo, nel tentativo di notare le cose segnalate dall’amico, ma tutt’al più riusciva a vedere Justyna e Simona, le rispettive consorti, che li precedevano, attorniate dai figli dell’amico, il più piccolo dei quali normalmente intento a inseguire piccioni e scoiattoli. Il pensiero corse ai gatti lasciati a casa: anche loro si sarebbero divertiti moltissimo in quella caccia, che lui bonariamente si sarebbe maggiormente goduto senza tutto lo strepito prodotto da quel ragazzino.
Durò un attimo quel pensiero, giusto il tempo di un’innocente distrazione prima di farsi riavvolgere dalle spire della più totale indifferenza.
L’entusiasmo pionieristico di Alfonso Di Dio era tutt’altro che contagioso e lo stesso cicerone se ne rese conto quando, esaurite le poche nozioni che aveva intorno a quel nuovo mondo che andava descrivendo, buttò l’occhio sul suo amico che placido continuava a fumare come se si trovasse sul divano di casa. Non aveva tutti i torti Gaetano, pensò Alfonso, alla fine si trattava di quattro alberi in mezzo a sterminati prati dove scorrazzavano animali più imborghesiti degli abitanti di quella città.
“Ricordi Vico?” chiese a bruciapelo Di Dio, tentando di fare uscire l’amico da quell’apatia.
De Robertis volse appena il capo alle sua destra con uno sguardo interrogante e perplesso: “Giambattista?”
“Giambattista, si”.
“Allora?”
“No niente, tu sai che ho lasciato la mia vecchia vita, il lavoro, la famiglia, amici e sono emigrato qua?” proseguì un po’ meno sicuro Di Dio.
“Certo che lo so, altrimenti non mi troverei qui oggi” rimandò caustico l’amico.
 “Era per dire, Gaetà, tu proprio ignori le fioriture della retorica”.
“Non è che le ignoro, è che le voglio ignorare”.
“Non a caso sei un ingegnere”.
“E tu un avvocato”.
“Vabbé, visto che conosciamo le rispettive professioni, faremo a meno di scambiarci i biglietti da visita. Comunque, tornando al punto, anzi all’inizio della questione che il punto è ancora assai lontano, intendevo dire: ti ricordi la teoria dei ricorsi storici?”
“Cazzate” commentò distrattamente Gaetano, guardando dentro il fornello della pipa, per aver conferma della totale consumazione del tabacco.
“Come cazzate? A parte il fatto che il pensiero di Vico ha anticipato quello di…” iniziò a indignarsi Alfonso.
“Senti Fofò” l’interruppe immediatamente Gaetano “l’ho studiata anch’io filosofia, non mi fare la lezione partendo da Talete, vieni al punto”.
“Se non mi fai iniziare, come ci arrivo al punto, cazzo?” protestò veramente impermalito Alfonso.
“Hai ragione” concesse Gaetano “facciamo così: dammi credito, facendo finta che io sappia le stesse cose che sai tu su Vico e quello che ne è seguito, e dimmi subito quello che pensi sui ricorsi storici; avrai fatto qualche pensata geniale, immagino, ed è meglio che la comunichi subito al mondo, che in questo momento io rappresento, prima che ti sfugga di mente”.
“No che non mi sfugge; comunque, sai che Vico sostiene che nell’uomo prima si forma il senso, poi la fantasia e da ultimo la ragione”.
“Uhm..” sospirò Gaetano De Robertis, indicando che in una certa misura si rassegnava a un preambolo, purché fosse breve.
“Dicevo” riprese Alfonso Di Dio, alzando di un’ottava il tono di voce “dicevo che questo stesso fenomeno si verifica anche ai popoli”.
“Le nazioni, dice Vico” lo corresse Gaetano, mentre l’angolo sinistro della bocca, occultato al suo interlocutore, non poté fare a meno di allungarsi in un ghigno.
“Si le nazioni, insomma, hanno un loro sviluppo che dalla barbarie le conduce alla razionalità, ma sempre col rischio che accompagna la precarietà di ogni razionalità, di smarrirsi, perdersi, pena il ritorno alla barbarie col nuovo inizio di un altro percorso”.
“Ufffff” sbuffò definitivamente scocciato Gaetano De Robertis.
“Che c’è adesso?”
“Ma come si fa? Dico io. Ma come fate tu e Vico, anzi solo Vico, ché tu ripeti a pappagallo, a dire che si possa perdere la ragione, che è una cosa precaria? Uno può uscire pazzo. Va bene, Antonio è uscito pazzo, il che è pure plausibile, conoscendolo, ma dico io, in generale, se tu hai il possesso del bene dell’intelletto e non esci pazzo, come fai a perdere l’uso delle tue capacità razionali”, sbottò Gaetano, dimenticando di lasciarsi avvolgere dall’indifferenza per il tempo necessario a fare quella tirata.
“Quindi, secondo te, non si può perdere la ragione per un certo periodo e riacquistarla?” ritentò Di Dio.
“Ma sono casi clinici o eccezioni straordinarie, come nel caso di Antonio; in generale gli uomini si dividono, e sempre si sono divisi, in due categorie: gli esseri razionali e i cretini, senza voler fare torto a nessuno, neppure a Sciascia. Ora, normalmente, i cretini vivono e muoiono da cretini e gli altri da esseri razionali: è una questione statistica”.
“Eh… sempre le scienze esatte. Tu certo, morirai, esattamente, ingegnere. Però, la verità” si accalorò Alfonso “è che non tieni conto del dato esistenziale. Vico parlando dei popoli …”
“Nazioni”.
“… parlando delle nazioni, diceva che le cause possono essere molteplici, discordie, guerre intestine, cose così...”
“Cose così…” De Robertis sottolineò la genericità dell’amico alzando gli occhi al cielo.
“Si, cose così. Ma lasciamo andare i pop... le nazioni, prendiamo a caso una specifica esistenza umana, perfettamente razionale, che venga lacerata al cuore della sua esistenza da un evento eccezionale e imprevedibile, oppure da una sofferenza invincibile, la quale per un certo periodo lo faccia regredire, lo riporti a uno stato primordiale, dal quale poi, con molta fatica, possa nuovamente uscire, per tornare a uno nuovo stato razionale. Magari, aggiungo, anche migliore, perché temprato dalla prova del dolore, come diceva Platone” concluse, quasi trionfante, Alfonso Di Dio.
“Platone?”
“Si, Platone. Non ti piace Platone?”
“Platone… come non mi piace Platone? mi piace Platone, sei tu che non piaci, quando fai così. Eppure te l’avevo chiesto poco fa: non mi partire dai greci. Niente, come il prezzemolo, li devi mettere dappertutto. Scommetto che se io iniziassi a parlarti di fisica quantistica, saresti capace di citare nuovamente Platone, vero?”
“Ma certo, è dimostrato che fu il grande precursore della visione matematica della natura…”
“Ma vaffanculo”
“Hey! Uomini che fate così indietro? Girando qui a sinistra siamo arrivati al Big Ben, forza” li redarguì da lontano Simona.
“E andiamo a vedere l’orologio più inutile della storia” disse tra i denti De Robertis, lasciando indietro l’amico e facendosi, definitivamente, avvolgere nelle spire della sua ritrovata e pacificatrice indifferenza.
Alfonso Di Dio lo seguì per qualche attimo con lo sguardo, chiedendosi perché l’amico fosse così contrariato. Avevano progettato quella venuta in Inghilterra da mesi, lo stesso Gaetano nei giorni precedenti era stato pieno di interesse per la cittadina in riva alla costa che lo ospitava, eppure adesso che si trovava a Londra sembrava aver perso interesse in ogni cosa, sembrava che ogni tappa di quella gita turistica fosse una stazione della via crucis.



II
Ogni volta che i suoi compagni gli prospettavano la nuova tappa della loro gita, Gaetano De Robertis riandava alla sua fanciullezza, quando con la famiglia, il venerdì santo seguiva la processione del paese. “Adesso da qui andremo a Trafalgar square”, ‘Mater dolorosa. Ora pro nobis’, recitò mentalmete Gaetano.
Non voleva certo guastare la gita al resto della compagnia, era stato contentissimo di quell’invito a visitare un paese a lui del tutto ignoto; aveva preparato quel viaggio con ogni cura e in ogni dettaglio. I primi giorni erano stati entusiasmanti: ettolitri di birra erano transitati dal suo bicchiere nella sua gola, il rinnovare la compagnia col vecchio amico lo aveva riportato a giorni lieti, ormai divenuti, a loro volta, anche troppo antichi.
Sapeva già della visita a Londra, tutto era stato pianificato in ogni minimo dettaglio, ma la notte precedente a quella gita per la capitale un pensiero, un obbiettivo si era insediato nella sua mente ed era rimasto l’unico, predominante pensiero. Con quel pensiero fisso, ogni deviazione, ogni tappa di quel viaggio, ogni monumento diveniva una tortura.
“Andiamo a vedere Covent Garden? Da qui è vicino, due passi”
 ‘Mater desolata…’ recitò ancora solo mentalmente Gaetano, aggiungendo ad alta voce: “Si magari dopo, adesso che siamo in zona perché non facciamo un salto in Jermyn street, magari così vediamo anche il negozio di Dunhill?”, proponendo questa volta risoluto.
“Si hai ragione, anch’io sono curioso” lo spalleggiò l’amico, aggiungendo: “però, passiamo per Piccadilly Circus, che è di strada”.
‘Mater afflicta’ e furono in Piccadilly.
Dopo un’interminabile mezz’ora in Piccadilly Circus, dove agli occhi di De Robertis, i compagni di viaggio sembravano interessati a studiare anche gli interstizi della pavimentazione, il gruppo si mosse verso la tanto agognata meta e in breve tempo fu dinanzi alla vetrina del negozio Dunhill.
Entrando come i più incalliti peccatori dell’universo nel luogo più sacro del creato, furono accolti dall’ovattata cortesia di impeccabili hostess e steward. Tutto in quell’ambiente incuteva rispetto e trasudava opulenza; non riuscivano a distogliere gli sguardi dai bottoni dorati delle giacche dei commessi, che sembravano, a loro volta, esprimere il più profondo biasimo nei confronti di chi osava anche solo pensare di accostarsi a quel luogo indossando un paio di jeans e miserabili scarpe da ginnastica.
“May I help you?” investigò la cortesia del più pronto dei commessi.
“Si, certo, vorremmo vedere le pipe” disse in un fiato De Robertis, una frase che si era preparato a pronunciare mentalmente per ore, ma tradito dall’emozione la disse nel suo idioma nativo.
“Magari, se glielo diciamo in inglese ci capiscono pure” si vendico Alfonso Di Dio che ancora pensava alla chiacchierata sui popoli, o meglio le nazioni di Vico.
S’affidarono alla competenza di Simona, la quale, come tutte le donne, puntando sulla relatività del tempo, da oltre dieci anni raccontava di quando vent’anni prima fosse vissuta a Londra; gli anni passavano ma i vent’anni erano sempre venti.
In breve, il gruppo fu intorno a un enorme ed elegantissimo tavolo, circondati da vetrine stracolme di ordinatissime pipe. Dopo una prima, generica visione delle vetrine, si trovarono di fronte al primo bivio: avevano una qualche preferenza, desiderano, forse, i signori esaminare qualche pipa in particolare?
“Lovat” esclamò secco Gaetano, che ormai da ventiquattr’ore aveva deciso di comprare quel preciso tipo di pipa in quel preciso punto dell’universo, venisse dopo anche l’Apocalisse. Da oltre un anno s’era appassionato a quello shape, tanto da farne una malattia e divenire oggetto degli sfottò degli amici, ma a lui non importava. Si era vero, lo capiva lui stesso a tratti, che la forma par excellence della pipa era la billiard, ma nulla: le sue pipe dovevano essere rigorosamente lovat realizzate dai più svariati artigiani di tutto il mondo, figurarsi se adesso che si trovava nel sancta sanctorum, poteva rinunciare ad acquistare un esemplare nuovo e inedito di quello che egli considerava l’ipostasi della pipa.
L’ineccepibilità dello steward, alla parola lovat, subì un duro colpo agli occhi dei due clienti, quando questi mostrò una certa titubanza; gli fu spiegato che la lovat era uno shape, una forma specifica di pipa e non una marca differente da quella dell’omonimo fondatore della casa che gli elargiva il suo lauto stipendio.
Incerto il giovane mostrò a De Robertis, che l’istinto gli diceva essere l’unico possibile, se non certo, acquirente del gruppo, la carta degli shape, sulla quale fulmineo s’appuntò l’indice di Gaetano a indicare con esatta precisone il disegno raffigurante l’oggetto di tutti i suoi desideri. Rinfrancati dall’equivoco, i due amici si scambiarono un complice sguardo rassicurante, come a dire: in fondo sono uomini pure loro, mentre il giovane prono sui cassetti che andava via via aprendo, riponeva scatole su scatole sul tavolo.
E incominciò ad aprirle quelle scatole, riaffermando il suo stato, se non semidivino, angelico indossando ineccepibili guanti di cotone, per evitare di macchiare le pipe con le proprie indegne terrestri, impronte digitali, tanto che i due si limitarono a osservare le pipe a una certa distanza, certi che gli fosse inibito toccarle. Furono salvati dai figli di Di Dio, gli unici che non subivano minimamente la sacralità del luogo e delle circostanze, i quali prese in mano le pipe, se le passarono tra loro per qualche minuto, prima di decidersi a stravaccarsi sul divano dell’atrio, in attesa che qualcosa avvenisse senza il loro contributo.

Dopo ore di millimetriche comparazioni delle infinite lovat presenti nel negozio, Gaetano De Robertis uscì raggiante di giubilo, dal negozio, per gettarsi nel crepuscolo londinese, felice proprietario di una billiard sabbiata col bocchino a sella, l’unica pipa che non aveva chiesto, né desiderato esaminare, nelle sue intenzioni e richieste, ma che per puro caso era stata notata, di sfuggita, in una delle tante vetrine. Sola, tra centinaia di altre pipe, quasi negletta, brillante nella sua incredibile sabbiatura, aveva sconvolto in pochi secondi le migliaia di ragionamenti che Gaetano aveva sviluppato sulla superiorità delle lovat, incrinando impercettibilmente il rigore scientifico e la certezza esistenziale della loro assoluta superiorità.



III
“Caffè?”
E caffè fu.
Imbambolato, in uno stato semi catatonico Gaetano venne condotto sottobraccio dalla compagnia al primo Starbucks nelle vicinanze. L’indifferenza di prima, votata al conseguimento del risultato, si mutò in totale indifferenza da appagamento, una forma molto più radicale, tale da ottenebrargli anche la vista.
Appagato l’istinto primario della conservazione, tramite un paio di gelati i ragazzini, qualche insalata le consorti e due caffè gli uomini, la pipa iniziò a girare di mano in mano sul minuscolo tavolo dell’enorme catena di ristorazione.
“Bella!”
“Uhm”
“Ma non volevi un lovat caro?”
“Uhm”
“A me le lovat non piacciono preferisco questa”
“Uhm uhm”
“Certo che venire a Londra e comprarsi una pipa proprio nel negozio di Dunhill non è da tutti”.
“Eeeeeeh” sottolineò, infine, l’ingegnere col più lungo dei commenti che riuscì ad articolare.
Incuriosito, Alfonso Di Dio, chino sul tavolo, sporse il viso a esaminare l’amico.
“Gaetà!”
“Uhm”
“Andiamo a Covent Garden?” chiese per esperimento Alfonso, ormai così stanco da non poter fare più neppure un passo.
“Ah!” esclamò l’amico con gli occhi sbarrati da dietro le lenti ancora bagnate da qualche sparuta goccia della pioggia londinese.
Alfonso Di Dio seppe in quell’istante che Vico s’era vendicato, la pipa avendo fatto regredire l’amico a uno stato primordiale, prerazionale; appoggiando la schiena alla sedia, con uno sguardo soddisfatto, sorrise a Gaetano inarcando le sopracciglia, come a dire ‘vedi che avevo ragione’, pensando che da quel momento iniziava il percorso che avrebbe nuovamente condotto Gaetano a un nuovo stato razionale, forse più consapevole.
“Amore, che c’è?” gli chiese premurosa l’inconsapevole Justyna appoggiando la preoccupata mano sull’avambraccio del marito.
Non ottenne risposta, solo qualche inarticolato suono di sgomento stupore da parte del marito che, imbambolato, non riusciva a pensare altro che la pipa appena comprata, compendio ormai per la sua mente dell’intero universo.